ERIK DURSCHMIED.
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FAKE HISTORY.
Le bugie della storia raccontate dai vincitori.
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Parte 1.
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Titolo originale: From Armageddon to the Fall of Rome. 2002.
Traduzione di: Franca Gerita Bonelli.
2018. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un grande divulgatore analizza i memorabili conflitti della storia e ci svela qual  il mestiere pi antico del mondo: il creatore di fake news.
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Le fake news che oggi ci preoccupano non sono un'invenzione moderna. La storia dell'uomo, pi che una lotta tra bene e male, sembra una battaglia tra verit e menzogna. Siamo solitamente portati a considerare i documenti storici come una narrazione puntuale degli avvenimenti: niente di pi sbagliato.
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Il pi delle volte, i resoconti di conflitti che migliaia di anni fa hanno sconvolto il mondo e alterato il corso della storia sono scritti dai vincitori, dipinti sempre come i buoni, mentre ai vinti tocca il ruolo di cattivi. Poco importa che nel momento della battaglia non si vedesse la differenza, alla fine i buoni sono vincitori, perch ogni divinit, e quasi ogni storico, sta invariabilmente dalla parte di quelli che vincono.
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La biblica battaglia di Armageddon, il grande Tempio di Salomone che ospitava l'Arca dell'Alleanza, il tesoro di Alarico, frutto del saccheggio di Roma e sepolto sotto il fiume Busento, sono fatti veri o falsi? In realt non c' mai fumo senza fuoco: la battaglia di Armageddon  avvenuta, proprio come
Salomone ha davvero costruito un tempio e Alarico ha saccheggiato Roma. Ma  bene sapere che molte gesta epiche e molti eroi nascono da giganteschi photoshop storici, che hanno cancellato errori, debolezze e colpi di fortuna.
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Voltaire diceva che tutta la storia antica altro non  che invenzione letteraria accettata come verit. Un esperto divulgatore storico smaschera le bugie dei vincitori dei principali conflitti antichi e aiuta a capire come funzionano davvero le fake news, per non farsi sviare dai manipolatori di ieri e di oggi.
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Questo volume era stato gi pubblicato in Italia con il titolo Eroi per forza, nell'anno 2004 dalla casa editrice Piemme. La nuova introduzione  stata tradotta da Edy Tassi.
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L'Autore.
ERIK DURSCHMIED. Nato a Vienna nel 1930,  emigrato in Canada dopo la Seconda Guerra mondiale. Scrittore e giornalista, per molti anni  stato corrispondente di guerra per la BBC e la CBS, per le quali ha seguito i principali conflitti, dal Vietnam, Iran, Iraq, Belfast, Beirut, fino a Cuba e all'Afghanistan. Vincitore di numerosi premi, per Newsweek  un reporter superbamente dotato e per The New York Times  sopravvissuto a pi battaglie di qualunque generale vivente.
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Ha insegnato storia militare all'Accademia militare di Vienna. I suoi numerosi libri di divulgazione storica sono grandi successi. Vive con la famiglia tra Parigi e la Provenza.
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Indice di questa parte.
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Le fake news non muoiono mai.
Prefazione. Alla ricerca della verit storica.
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Parte Prima. DIES IRAE.
Introduzione. Una follia violenta.
1. Un luogo chiamato Armageddon.
2. Il segreto del sinnor.
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Parte Seconda. GLI EROI.
3. Maratona.
4. Le porte dell'inferno.
5. Le mura di legno di Atene.
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Parte Terza. I GIGANTI.
6. Non ruber la vittoria!
7. Hannibal ad portas!
8. Nella morte, non c' differenza.
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FINE INdice.
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Ad Annemarie.
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Dedicato a tutti coloro che hanno documentato 3.455 anni di guerre pressoch ininterrotte, lasciandoci le loro drammatiche testimonianze come fonte di riflessione.
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Quando il mondo  sovrappopolato, l'unico rimedio  la guerra; che si prende cura di ogni uomo, con la Vittoria - o con la Morte.
Thomas Hobbes. Leviatano, Libro Secondo, 30, 1651.
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LE FAKE NEWS NON MUOIONO MAI.
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La fake news fu annunciata nella citt di Londra il 20 ottobre 1597 con il titolo: La tragedia di re Riccardo Terzo.
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La sua perfida congiura contro il fratello Clarence, lo spregevole assassinio dei nipoti, la tirannica usurpazione del trono. Ecco il racconto completo della sua detestabile vita e della pi che meritata morte.
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Fake news? Forse, ma questa  la storia che William Shakespeare scrisse in versi barocchi nel 1592, e che successivamente venne pubblicata da Valentine Sims per la casa editrice Andrew Wise nel 1597. Sosteneva che il malvagio re Riccardo di Gloucester, usurpatore, tiranno e assassino di bambini, avesse mostrato il suo vero volto quando durante la battaglia di Bosworth Field aveva tentato codardamente la fuga urlando: Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un
cavallo!.
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Le fake news non muoiono mai. Il confronto finale della Guerra delle Due Rose, la battaglia di Bosworth Field, combattuta tra re Riccardo Terzo di York e Enrico Tudor conte di Richmond, si svolse il 22 agosto 1485. Al culmine dei combattimenti, mentre Riccardo Terzo stava cercando di respingere il nemico, il conte di Northumberland lo trad, rifiutandosi di intervenire in soccorso del suo re. Lord Thomas Stanley, sir William Stanley e tremila uomini a cavallo cambiarono bandiera, attardandosi nelle retroguardie.
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Riccardo Terzo, l'ultimo dei Plantageneti, resistette coraggiosamente, ma venne disarcionato, ucciso e denudato. E Enrico Tudor si autoproclam re.
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Nel 1592, un secolo dopo questa battaglia, Shakespeare descrisse Riccardo Terzo a tutti i leali e fedeli gentiluomini inglesi come una maledizione di Dio.
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La sua fonte era un racconto scritto da sir Thomas More quarantacinque anni dopo la battaglia. Ma entrambi, Thomas More, il Lord Cancelliere di re Enrico Ottavo, e lo scribacchino William Shakespeare, erano al servizio dei Tudor, perci i loro racconti dovevano sicuramente essere influenzati dalla volont di tenere alto l'onore dei loro sovrani.
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Questo almeno  quello che la storia ha tramandato e i regnanti Tudor consacrato come verit. Chi mai pu mettere in discussione una regina o il Bardo?
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Fake news?
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Sono passati appena cinquecento anni da questi fatti e del campo di battaglia di Bosworth non conosciamo pi nemmeno l'esatta posizione. Con tutti i cambiamenti che il territorio ha subito, fiumi regimati, citt costruite dove una volta c'erano campagne, strade e ferrovie che si incrociano ovunque, come si fa a stabilire con certezza dove si  svolto un evento decisivo di tremila anni fa?
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L'uomo moderno ha scoperto una stele nelle sabbie del deserto che parla della battaglia di Armageddon. Una fake news? Un rotolo rinvenuto in una caverna del Mar Morto ci parla del grande Tempio di Re Salomone. Un'altra fake news? Un enorme tesoro che nessuno ancora ha mai trovato si nasconderebbe sotto le acque del Busento, prova inconfutabile del sacco di Roma. Di nuovo, una fake news?
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La battaglia di Armageddon avvenne davvero, proprio come  vero che Salomone fece costruire un imponente tempio e Alarico saccheggi Roma. I racconti del passato contengono verit storiche, o almeno ci che noi percepiamo come tali. Non c' fumo senza arrosto.
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I politici, quando si sentono minacciati, diffondono fake news su questo e su quello. I quotidiani le pubblicano nei loro titoli di testa. Le fake news aumenteranno. Tra mille anni, la gente considerer verit storiche anche le notizie che noi leggiamo oggi sui giornali?
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ERIK DURSCHMIED. 2018.
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PREFAZIONE.
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ALLA RICERCA DELLA VERIT STORICA.
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Fin dalla pi tenera et le nostre orecchie sono state abituate ad ascoltare falsit e con il passare del tempo le nostre menti sono divenute ricettacolo di congetture. Facciamo apparire stravagante la verit e i racconti falsi li trasformiamo in verit.
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Queste parole, scritte tremila anni fa dal fenicio Sanchoniathon, sono attuali ancora oggi. La guerra  una costante che ha accompagnato lo sviluppo della civilt umana. La maggior parte dei resoconti di conflitti, che migliaia di anni fa hanno sconvolto il mondo e che hanno avuto un ruolo decisivo nell'alterare il corso della storia, sono dedicati per lo pi all'esultanza del vincitore.
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Assai pochi sono invece i documenti che accennano alle spaventose conseguenze di spietate battaglie, al bagno di sangue e alle distruzioni che la guerra lascia dietro di s. Noi solitamente siamo portati a pensare che i documenti storici siano una narrazione puntuale degli avvenimenti, cos come sono effettivamente accaduti. Pensiamo anche che determinate affermazioni che compaiono nelle opere di tutti gli storici vissuti in un dato periodo e i cui resoconti sono arrivati fino a noi attraverso i secoli siano la pura verit.
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E tendiamo a non chiederci su quali testimonianze o su quali fonti si siano basati: uno storico  sempre la suprema autorit, dal momento che  soltanto grazie a lui che possiamo penetrare nel mondo che ha deciso di illustrarci.
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In tre millenni di narrazioni epiche, il ruolo dello storico non  stato quello di descriverci il comportamento del suo re, ma di far s che credessimo a quanto ha voluto narrarci. I conflitti sono sempre scoppiati per difendere i buoni dai cattivi, ma nel momento della battaglia  sorprendente vedere quanto i buoni e i cattivi siano simili. Entrambe le parti usavano esattamente gli stessi mezzi e le stesse modalit per uccidersi a vicenda. Alla fine, per, i buoni erano sempre vincitori, perch ogni divinit (e ogni storico) sta invariabilmente dalla parte dei buoni, e sono sempre i buoni quelli che vincono.
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La verit storica non pu mai essere raggiunta pienamente, poich le testimonianze su cui si basa sono inattendibili, soprattutto per quanto riguarda gli eventi, i numeri, le cause che hanno portato allo scoppio di spaventosi conflitti. La falsit, per, non sempre  intenzionale. Per esempio, Erodoto, il padre della storiografia, era un greco che vide e raccont i fatti cos come li visse essendo greco, mentre i nemici della sua patria, Dario e Serse, greci non erano. Pertanto, nelle pagine di Erodoto, quella che da parte greca  una comoda scusa diventa un astuto inganno quando si tratta dei Persiani.
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Di Alessandro Magno conosciamo vita, morte e miracoli, ma che cosa sappiamo dei suoi nemici? La Grecia, terra di filosofi, scrittori e storici, ci ha lasciato una miriade di testimonianze su un uomo eccezionale, tutte narrate dal punto di vista dei Greci. In compenso, Diodoro Siculo somma inesattezze a inesattezze quando scrive dell'ubriacone Alessandro basandosi come fonte principale su Ieronimo di Cardia, che a sua volta attinge a Tolomeo, il quale, nel narrare le imprese di Alessandro, fece di tutto per accrescere e far risaltare la propria importanza.
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Possiamo forse aspettarci un resoconto fedele e spassionato della conquista della Gallia nel De bello gallico, scritto dallo stesso Giulio Cesare? Dopo tutto, l'autore era anche un generale ed  inevitabile che la sua narrazione rifletta il suo vanitoso punto di vista.
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Lo storico Giuseppe Flavio era cittadino romano; ma era anche ebreo, e alla nascita il suo nome era Giuseppe ben Matthias. E allora, fu il romano o l'ebreo a raccontare, da testimone oculare, la distruzione del grande Tempio di Gerusalemme, simbolo della religione ebraica, a opera delle legioni romane? Descrisse l'angoscia dei difensori ebrei prima dell'assedio, la loro disperazione, la determinazione con cui si batterono, l'esultanza dei Romani dopo la vittoria, e l'amarezza.
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Ma l'enigma pi indecifrabile  certamente legato all'autore della Genesi. Chi scrisse il primo libro della Bibbia? La sua interpretazione ha dato origine a innumerevoli controversie. La disputa continua tuttora, e probabilmente rester uno dei grandi enigmi della storia. Fu Mos a dettare i Comandamenti del Signore, quando scese dalla montagna? O si tratta invece di un collage a opera di molti autori, alcuni dei quali non-monoteisti? E Dio cre il Cielo e la
Terra... Nell'originale ebraico, la terza parola  Eloim che significa di".
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Sembra strano che nella frase iniziale un testo tanto sacro, che si ritiene scritto da un monoteista, alluda a una pluralit di di, mentre in tutte le altre parti dell'Antico Testamento, Dio - Yahwh -  nominato al singolare. Gli antichi patriarchi si sono ispirati a una raccolta di documenti teologici compiuta da Sanchoniathon(1) contemporaneo di Semiramide e adoratore di molti di, che scrisse la sua analisi della creazione del mondo mille anni prima di Mos?
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Inizialmente le Sacre Scritture furono trasmesse oralmente nella Massorah. Poi, verso l'vm secolo avanti Cristo, furono messe per iscritto in antico ebraico da dotti originari della Galilea; infine, nel terzo secolo avanti Cristo, Tolomeo Il Filadelfo rinchiuse settanta saggi nell'isola di Faro, ciascuno nella propria cella, e ordin loro di tradurre la Bibbia in greco. Ed  in questa traduzione, che secondo la tradizione sarebbe stata completata in settanta giorni esatti, che l'espressione Yahwh Sebaoth, vale a dire Dio degli eserciti, divenne Signore onnipotente.
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Questa versione fu analizzata da filosofi come Porfirio, che si lanci in una violenta diatriba con il vescovo di Cesarea, Eusebio, il quale interpret le Scritture secondo la fede emergente della Cristiana alleluia! In questo modo, il testo originario del Libro dei Libri sub varie trasformazioni, fu insomma
tradotto, riveduto, emendato e annacquato perch potesse adattarsi a determinati periodi storici o a particolari esigenze religiose. Ma allora, come possiamo distinguere la realt storica dalla narrazione allegorica, il cui fine  trasmettere un preciso messaggio?
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La Sacra Bibbia non  soltanto la storia della salvezza dell'uomo ma anche l'unica fonte relativa a remoti eventi storici, e non esiste un'altra opera che abbia avuto altrettanta influenza sullo sviluppo della nostra civilt. Il passato offre due certezze: primo, non cambia mai; secondo, c' sempre qualcosa da scoprire. Ancora oggi si cantano ballate che hanno come protagonisti grandi eroi di epoche lontane; eppure costoro non se la cavarono meglio di quanto faccia l'uomo di oggi.
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Allora, come oggi, le battaglie decisero quella cosa terribile che  la guerra. E lo zelo con cui vennero condotte determinate campagne, spesso fin per danneggiare quelle stesse cause che voleva invece promuovere. La follia umana  mutata soltanto nelle dimensioni, non nei dettagli, e per capire il presente nulla  pi utile dell'analisi del passato, con i suoi miti, i suoi timori, il suo onore, la sua gloria, i suoi tentativi e i suoi errori, e infine con le sue sanguinose conseguenze.
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Forse Voltaire aveva ragione quando scriveva: Tutta la storia antica altro non  che invenzione letteraria accettata come verit. Nessuno sa che cosa accadde realmente. Un fatto rimane comunque assolutamente certo: l'antichit  esistita. E i suoi drammatici eventi hanno avuto luogo.
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Note.
1. Sanchoniathon, Phoenician History, brani tratti da Fragmenta historicorum Graecorum, a cura di C. Mller.
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PARTE PRIMA.
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DIES IRAE.
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Da Thutmosis a re David. 1479 - 1010 avanti Cristo.
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Introduzione.
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UNA FOLLIA VIOLENTA.
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Distruggere quello per cui una guerra viene combattuta sembra un atto di follia, una follia molto violenta.
Polibio.
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Poich vi parlo di fatti sconosciuti, sia greci sia barbari,  spaventoso descriverli e insopportabile udirli narrare. Avrei volentieri passato sotto silenzio questo orrore, cos da non farmi la reputazione di colui che descrive qualcosa che ai posteri non pu che apparire assolutamente degradante.
Giuseppe Flavio, La guerra giudaica.
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Molto tempo fa, esisteva un altro mondo: il mondo antico. Un popolo, in cerca di terra fertile, usc dal deserto e si avventur in un territorio da incubo, dove contava soltanto uccidere, o essere uccisi. Si trov di fronte una terribile catena di eventi, un'intricata rete di stragi compiute da uomini ambiziosi, intrecciata con tradimenti, orrori e brutalit. Il periodo che viene chiamato albori dell'umanit costituisce un triste monumento alla crudelt, all'orrore e all'efferatezza allo stato puro; e nella lunga storia dell'umanit, quanto meno di quella di cui abbiamo fonti scritte, nulla pu essere paragonato all'estrema brutalit del lontano passato.
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Certamente ci furono conflitti anche precedentemente, ma non ne sappiamo nulla. Il genocidio non  iniziato con il mondo antico, e non c' dubbio che anche nella preistoria ci furono genocidi. Da tempo immemorabile, l'uomo, unico tra le specie animali del creato,  stato ossessionato dalla guerra e ogniqualvolta due trib lottavano per il possesso di terre, cos da accrescere le limitate risorse alimentari, era invariabilmente il pi forte ad avere la meglio sul pi debole.
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L'uomo cominci con pietre, bastoni e lance dalla punta acuminata, poi venne l'invenzione dell'arco e fu un enorme passo avanti: si poteva uccidere il nemico anche da lontano. Con i coltelli e le spade metalliche la guerra fece un salto di qualit e si ebbero le prime battaglie in grande stile. E con le battaglie, le carneficine.
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Gli uomini cominciarono ad affrontare ogni problema, strategico e tattico, nello stesso modo in cui Alessandro affront il proverbiale nodo gordiano; e altrettanto fecero con ogni considerazione di tipo politico o quando, nella loro determinazione di sradicare citt, trib e nazioni intere, non si lasciarono mai trattenere da dilemmi di tipo morale. Molti misero in evidenza il loro desiderio di sangue, mostrando un piacere quasi fisico nella carneficina,  nell'uccidere per il gusto di uccidere; un piacere che non conosceva la saziet ma spingeva a spargere altro sangue. I soldati divennero insensibili automi, esecutori impersonali della volont del loro generale.
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Ci furono anche incredibili atti di eroismo, ma persino questi esempi di sacrificio personale furono tristemente deturpati da orrori e brutalit in una serie senza fine di conflitti e conquiste. Le battaglie, a monte delle quali c'era talvolta ben poca pianificazione, venivano combattute da masse di fanti che si lanciavano gli uni contro gli altri in attacchi frontali, mentre le schiere avanzavano e arretravano calpestando un numero crescente di morti, risultato dell'indiscriminata carneficina.
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Infine i vincitori si dividevano il bottino: i nobili si impossessavano delle terre, mentre il compenso dei soldati era costituito da quanto riuscivano ad arraffare durante il saccheggio. Il mondo antico conosceva soltanto vincitori, coloro che seppero dimostrare tenacia e determinazione, audacia e abilit, o semplicemente mettere in campo un esercito di gran lunga pi forte. Il risultato finale erano intere popolazioni ridotte in schiavit o sottomesse senza alcuna possibilit di far sentire la propria voce o di far valere i propri diritti.
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Alcune si ribellavano e combattevano per riacquistare la libert, altre restavano passivamente in bala dei capricci dei loro nemici. Molti conquistatori erano spietati, barbari e accecati dal potere al di l dell'immaginabile; alcuni usarono lo zelo religioso in questioni che religiose non erano affatto. In ultima istanza, molti furono tristemente delusi, come si addice a chi commette il male deliberatamente.
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Gli albori della storia furono un periodo difficile: le condizioni climatiche cambiarono sensibilmente e dagli aridi territori dell'interno orde fameliche si mossero alla ricerca di pascoli e terre fertili. Inoltre, quanto era stato sufficiente per condizioni di vita primitive a livello tribale non bastava pi per una societ in rapida evoluzione. Platone, uno dei pi importanti filosofi greci, esprimendo per bocca di Socrate il proprio pensiero, prevedeva questo preoccupante aspetto nel suo monumentale dialogo intitolato Repubblica.
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Socrate: Il territorio che era stato sufficiente a nutrire gli abitanti originari si riveler ora troppo piccolo e insufficiente.
Glauco: Indubbiamente.
Socrate: Allora una parte del territorio dei nostri vicini ci servir come pascolo e terra coltivabile; ma a loro volta i nostri vicini vorranno impadronirsi di parte del nostro se, come noi, ne avranno necessit e si dedicheranno anch'essi a una sfrenata accumulazione di ricchezza.
Glauco: Questo, Socrate,  inevitabile.
Socrate: E cos dovremo ricorrere alla guerra, non  vero, Glauco?
Glauco: Certamente.
Socrate: E dunque, prima ancora di aver stabilito se la guerra sia un bene o un male, possiamo affermare di aver scoperto che la guerra deriva da cause che sono le stesse da cui derivano quasi tutti i mali di uno stato, sia privati sia pubblici.
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I popoli che vivevano in un territorio fertile erano costretti a difendere con le armi quanto la natura benevola aveva loro donato. L'esigenza di schierare un maggior numero di uomini con armi pi efficienti port a un maggior spargimento di sangue e un numero spaventosamente alto di morti era considerato il normale prezzo di ogni battaglia.
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E se le perdite del vincitore erano relativamente modeste, quelle subite dal vinto raggiungevano proporzioni catastrofiche. Nella battaglia di Gaugamela, Alessandro perse 500 uomini, ma il persiano Dario di soldati ne perse ben 300.000.
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Per coloro che riuscivano a cavarsela, la prospettiva era rischiare la pelle nello scontro successivo; quanto invece ai compagni feriti troppo gravemente per poter essere curati si metteva misericordiosamente fine alle loro sofferenze.
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Tutti i grandi guerrieri, ci viene detto, perirono eroicamente trafitti da lance o nugoli di frecce. Nessuno ci ha tramandato la poco eroica morte delle migliaia e migliaia che, tra atroci sofferenze, morirono di infezione o di cancrena, causate direttamente dalle ferite ricevute sul campo di battaglia(1).
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All'epoca, la medicina preferita era un talismano o un altro portafortuna fornito da qualche profetessa. Per le malattie infettive, soprattutto quelle veneree, endemiche in tutti gli eserciti, non esisteva alcun tipo di cura. Pozioni di digitale, acetosa, maggiorana o elleboro, curavano tutto, dal mal di
stomaco al comune raffreddore; determinati tipi di funghi accrescevano la virilit e il coraggio. Salassare un uomo fin quasi a dissanguarlo era l'unico rimedio contro il morso dei serpenti.
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La diarrea, la malattia pi comune sui campi di battaglia, assumeva proporzioni epidemiche e spesso si rivelava fatale. E le ferite che si riusciva a curare di solito lasciavano menomazioni permanenti. Sui tagli causati da colpi di spada veniva applicata della resina di pino opportunamente riscaldata; le incisioni pi profonde venivano cucite con budella di animali e le membra amputate venivano cauterizzate applicando un pezzo di metallo arroventato direttamente sulla carne viva.
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L'unico anestetico disponibile era un pezzo di legno stretto in mezzo ai denti, una risorsa riservata a quei pochi abbastanza fortunati da ricevere cure mediche: i vincitori. I perdenti venivano invece abbandonati sul campo di battaglia, a morire dissanguati o di cancrena. E' certamente vero che, nell'antichit, nulla se non una battaglia perduta pu essere triste quanto una battaglia vinta.
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Su ogni campo di battaglia avveniva un'ecatombe. Ma che cosa causava quei bilanci spaventosi, che cosa faceva s che si avessero 200.000, 300.000 o 400.000 morti? Certamente non si trattava di perdite provocate direttamente dal combattimento. Eppure le cifre non mentono: alcune furono forse gonfiate ad arte perch la gloria del re vittorioso apparisse pi grande, ma non c' dubbio che, sia durante sia dopo la battaglia, le perdite fossero pesanti.
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Nessuno prese in considerazione il massacro di prigionieri che seguiva ogni battaglia, nessuno tenne conto di coloro che furono passati a fil di spada o spinti gi da precipizi. Ogni vittoria era seguita da una carneficina quasi indescrivibile, in cui i vinti venivano massacrati senza piet, insieme a mogli e figli, spesso all'intera trib.  questo il flagello che, nel corso dei secoli, ha contraddistinto la guerra da ogni altra attivit umana.
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La prospettiva di una morte improvvisa fa sempre paura; ogni evento inspiegabile  causa di panico e i fenomeni naturali suscitano timore: il tuono annuncia il giorno del giudizio, una cometa predice la fine di ogni forma di vita, i temporali spingono gli uomini a pregare gli di. La credulit assume proporzioni maggiori in presenza di calamit. Non era diverso in passato: l'umanit era terrorizzata dalla profezia che l'Apocalisse era vicina e il mondo stava per finire. Un terrore che aveva effetti nefasti sulla mentalit popolare e induceva al fatalismo.
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Interi popoli ascoltavano le profezie di fanatici folli, predicatori esaltati alimentavano le fiamme del terrore, mentre conquistatori senza scrupoli manipolavano i loro creduloni sudditi spingendoli a parossismi di irrefrenabile furia contro i poteri malvagi dei vicini. Furono create condizioni di potere, sorsero imperi, civilt si sovrapposero ad altre: Egizi, Ebrei, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani e barbari. Dalla caduta di ciascuno di questi potenti imperi emerse la nostra illuminata civilt.
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L'antichit fu anche un'epoca in cui il mondo era in gran parte dominato da autocrazie militari, cosicch il corso della storia finiva per dipendere dalla chiarezza di vedute e dalle decisioni di un numero relativamente ristretto di persone. Gli uomini altro non sono che semplici esseri umani e si comportano come tali: tutti sono nati per la grandezza e tutti commettono terribili errori, e quel che  peggio, le lezioni apprese in un determinato periodo non furono mai tenute in considerazione in quello successivo da nessuno dei diretti interessati.
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Essere re o generale non rende assolutamente un uomo superiore al resto dell'umanit. Solo che i suoi errori sono ben pi costosi e portano a conseguenze ben pi gravi di quelle che normalmente derivano dalle azioni di qualsiasi altra persona. Amiamo pensare a costoro come a uomini normali che seguirono la loro chiamata in un momento di bisogno: il coraggioso, il buono e il malvagio, il pensatore, il filantropo e il macellaio, ciascuno il prodotto del suo tempo,
convinto di compiere il destino per cui era stato scelto.
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Alcuni dominarono chiaramente la scena, nell'antichit pi che in qualsiasi altro periodo storico. E come in qualsiasi altro periodo storico, si servirono della conquista portata a termine con la forza. Non mancavano coloro che avevano prospettive pi grandi e non pianificarono in termini di orde lanciate alla distruzione dei territori vicini; non sognarono di dominare il mondo o di fondare un impero che durasse migliaia di anni, poich credevano che tutti fossero onesti e si sarebbero comportati bene se soltanto fossero stati guidati sulla retta via.
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Alcuni uomini furono davvero dei giganti: profeti, filosofi, filantropi e sovrani influirono sul corso della storia pi di quanto nessun altro sarebbe pi stato in grado di fare, con il loro esempio ispirarono il proprio popolo e diedero fama eterna al loro paese.
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 mia intenzione narrare la vita di Alessandro Magno e quella di Cesare, da cui Pompeo fu annientato, tuttavia le imprese eroiche di cui furono protagonisti sono talmente numerose che sarei da biasimare se, a titolo di giustificazione, non avvertissi i miei lettori che ho preferito riassumere le parti pi celebri della loro storia, piuttosto che insistere su ogni singolo evento. Deve essere ben chiaro che il mio scopo non  scrivere storie, ma descrivere vite(2).
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I candidati alla grandezza dovevano possedere tutte le caratteristiche che, in ogni campo, fanno s che un uomo sia un vero leader: il carisma di conquistare e mantenere un seguito che lo segua lealmente, l'abilit organizzativa di condurre un esercito in battaglia e di fornirgli il necessario supporto logistico e infine la volont e la determinazione di instaurare e far valere la disciplina. Era indispensabile che fossero conquistatori, governatori, amministratori e giudici: tutto condensato in un'unica persona.
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Della regione che intendeva conquistare, l'aspirante leader doveva conoscere le caratteristiche geografiche, la religione, i pregiudizi, e inoltre i tab e le superstizioni dei suoi uomini cos come della popolazione indigena. Infine doveva essere in grado di calcolare oculatamente le proprie mosse e poi di portarle a termine a sangue freddo.
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Alcuni dei grandi personaggi della storia hanno dimostrato che la guerra  una questione tanto psicologica quanto fisica: nella maggior parte delle pi grandi vittorie dell'antichit, il combattimento vero e proprio ebbe un'importanza quasi secondaria. Perch la profonda verit della guerra  che l'esito delle battaglie viene solitamente deciso dalla mente dei comandanti che si combattono, non dal corpo dei loro uomini. Il miglior libro di storia dovrebbe consistere in una descrizione dei loro pensieri e delle loro emozioni, mentre gli eventi dovrebbero restare sullo sfondo semplicemente per far risaltare queste qualit. Invece, l'ingannevole illusione del contrario  stata alimentata dalla tipica storiografia militare, secondo cui le cause di una vittoria sono da ricercarsi nel semplice computo delle forze messe in campo(3).
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La guerra non  soltanto una scienza; la guerra pu diventare un'arte. E Thutmosis, Davide, Temistocle, Scipione, Cesare, furono gli artisti. Furono grandi. Ma non mancarono coloro che, come giganti, si innalzarono al di sopra di tutti: in questo Olimpo troneggiano il macedone Alessandro Magno, il cartaginese Annibale e Napoleone. Non  un caso che due di essi siano vissuti nel mondo antico.
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Se la storia ci ha insegnato qualcosa, possiamo dire che ha messo in evidenza l'importanza e la difficolt di prepararsi ad affrontare l'imprevisto. La guerra  sempre stata decisa da una spaventosa concentrazione di circostanze e in tutte le guerre un ruolo di primo piano spetta al caso, all'imprevisto,
all'inatteso. Il risultato di una battaglia dipende dalla buona e dalla cattiva sorte, o dalla stupidit dell'avversario, molto pi di quanto un generale vittorioso sia disposto ad ammettere.
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Si  detto che un paese non deve essere giudicato in base ai suoi generali. Ci sono generali capaci e generali inetti; e poi ci sono i generali fortunati. Ogni leader conosce il potere della sorte e del caso, ma soltanto un grande leader lo ammette. La maggior parte delle conseguenze di una guerra sono prevedibili e la storia ci ha lasciato una vasta gamma di esempi per insegnarci la lezione. Ma l'abbiamo imparata?
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L'unica cosa che la storia ci insegna  che l'umanit non impara mai dalla storia(4).
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Note.
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1. In campo militare, la pi grande innovazione del ventesimo secolo non fu rappresentata dalle bombe atomiche, ma dagli antibiotici.
2. Plutarco, Vite parallele (46-120 dopo Cristo).
3. B.H.A. Liddell Hart, Publio Cornelio Scipione Africano.
4. Heinrich von Sybel, fondatore della Historische Zeitschrift (1859), citando Friedrich Hegel.
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CAPITOLO 1.
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UN LUOGO CHIAMATO ARMAGEDDON.
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Megiddo, 15 maggio 1479 avanti Cristo
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La storia moderna inizia con l'anno 1479 avanti Cristo e si occupa di quell'epoca del cammino della nostra razza che possiamo chiamare imperialismo territoriale. Per trentaquattro secoli ogni ambizione politica, sia del singolo individuo sia della stirpe,  stata volta all'estensione territoriale e alla conquista delle trib e dei popoli vicini.
Theodore H. Robinson, A History of Israel, 1945.
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La lunga notte delle carneficine di cui ci  giunta testimonianza cominci con il primo reportage di una battaglia, una cronaca incisa in geroglifici sulla stele funeraria di un faraone guerriero, vissuto due secoli prima dell'esodo di Mos(1), che ci fornisce una descrizione di prima mano del massacro di Har-Magiddo, la montagna di Megiddo(2).
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La Bibbia(3) le d per un altro nome, un nome che  diventato sinonimo di olocausto ed evoca immagini apocalittiche in cui lingue di fuoco piovono dal cielo, in cui le forze del bene e quelle del male si scontrano, mentre tutti i re vi si concentrano per darsi battaglia e affrontarsi nello scontro finale
il giorno del giudizio universale, lasciandosi alle spalle un panorama di devastazione e di morte: un luogo chiamato Armageddon!
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La giornata era iniziata come tutte le altre da quando il mondo era stato creato, con un'alba dorata. Poi per accadde qualcosa di diverso, qualcosa di terribile e spaventoso per coloro che lo vissero e che ce ne hanno lasciato il racconto inciso sulle pareti del tempio di Amon, a Tebe: testimonianza di quella drammatica giornata in cui si combatt la prima battaglia della storia di cui ci sia giunta la cronaca, quando il re di Kadesh, sovrano della Siria e di tutte le trib della terra di Canaan, dovette fronteggiare l'esercito del faraone Thutmosis Terzo.
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Secoli prima, le truppe egiziane avevano invaso il territorio di Canaan, portando con s i loro di e il loro giogo oppressivo.
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Per intere generazioni i siriani erano stati costretti a subire condizioni di abbietta schiavit sotto il pugno di ferro di spietati faraoni. Ma tutto questo sarebbe finito. Il sovrano di Kadesh era fiducioso: con le sue migliaia di uomini e centinaia di carri da guerra pronti a colpire, avrebbe sbaragliato il giovane faraone costringendolo a tornarsene in Egitto malconcio. Aveva provveduto a bloccare le due possibili vie di accesso, in questo modo l'esercito egiziano sarebbe rimasto tagliato fuori.
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Un piano perfetto. Ma il re di Kadesh avrebbe ben presto scoperto che in guerra non esiste nulla che possa essere definito un piano perfetto.
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Il dono pi grande cui l'uomo possa aspirare  la conoscenza del divino. Un dono di fronte al quale tutte le altre doti umane impallidiscono. Era questa la profonda filosofia degli antichi Egizi. Iside, la pi potente tra le divinit, aveva creato ogni cosa e dominava sulle forze della natura e sugli albori della storia, mentre la Sfinge, minacciosamente accovacciata davanti al tempio, ne era il guardiano eterno(4).
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E si riteneva che per convertire le trib pagane del Mediterraneo alla vera religione, ovvero alla venerazione delle divinit egizie, i faraoni avessero attraversato il Mar Rosso.  indubbio che la verit storica vada cercata altrove. Sui territori a est dell'Egitto passavano infatti le vitali arterie commerciali che portavano alla ricca Mezzaluna Fertile e oltre. Controllare queste arterie voleva dunque dire esercitare il potere su gran parte dell'Asia Minore. Un potere che veniva mantenuto grazie a un forte esercito; non per nulla Ahmose Primo, fondatore della Diciottesima Dinastia (intorno al 1580 avanti Cristo) aveva creato un esercito di soldati di professione, in cui i vari reparti avevano compiti ben precisi.
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La fanteria era armata con diversi tipi di scudi e lance, ed era coadiuvata da reparti di arcieri. Tuttavia l'arma pi importante dell'esercito faraonico
era la mobilit: i suoi carri da guerra si lanciavano all'attacco come le moderne divisioni corazzate puntano direttamente al cuore delle difese nemiche. .
Tremila anni prima di Rommel e Patton, un faraone egiziano aveva infatti compreso il valore di un simile piano di attacco, attorno al quale aveva strutturato
il proprio esercito e messo a punto la propria strategia. Tre faraoni guerrieri, Ahmose, Amenhotep Primo e Thutmosis Primo, avevano esteso la dominazione egiziana fino alla Siria e poi all'Eufrate. E le loro campagne militari altro non erano che gigantesche scorrerie durante le quali una regione veniva devastata, le citt bruciate, i prigionieri massacrati e le trib rese schiave.
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Nel periodo in cui avveniva tutto questo, il maggio del 1479 avanti Cristo, sull'Egitto regnava il faraone Thutmosis Terzo. Nella terra del Nilo, questo faraone era un personaggio speciale fin dalla nascita. Gi da ragazzo aveva infatti dato prova di profondit spirituale e di insolite doti militari grazie alle quali aveva colpito la corte del faraone in carica, ovvero sua zia Hatshepsut, che lo aveva nominato capo dell'esercito. Pur avendo dato prova di notevoli capacit nell'amministrare le sue terre lungo la valle del Nilo, nelle province pi remote dell'impero egizio Hatshepsut era per rimasta militarmente inattiva.
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Il che aveva incoraggiato lo scoppio di una vera e propria rivolta nei territori conquistati dai suoi predecessori. Ma dopo la morte del faraone-donna, sul trono le era succeduto il nipote, Thutmosis Terzo, uno dei pi grandi guerrieri del mondo antico.
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Intanto, per, nella terra di Canaan(5) il movimento che mirava all'indipendenza dall'Egitto stava guadagnando rapidamente consensi. A capo della cospirazione c'era il re di Kadesh, che esercitava il potere sulla Siria per conto degli Egiziani ma che aspirava a dominare in prima persona le terre
bibliche, una regione inquieta 3.500 anni fa tanto quanto attualmente. Il re di Kadesh aveva raccolto un esercito di cui facevano parte contingenti messi a disposizione dai sovrani delle citt-stato locali, ben 330, desiderosi di unirsi a lui nella rivolta contro l'Egitto.
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I suoi Cananei erano bellicosi, ragionevolmente ben armati con spade di bronzo, lance con la punta di metallo e un considerevole numero di carri da guerra. Ma il loro vantaggio era costituito soprattutto dalla posizione: occupavano Megiddo, nodo stradale di vitale importanza all'estremit settentrionale della catena del monte Carmelo, che dominava le vie carovaniere che dall'Egitto portavano all'Eufrate. La fortezza, cinta da solide mura, controllava tre strade: la Strada Settentrionale da Dor a Megiddo e Jokneam; quella Meridionale, da Taanach a Megiddo, e la Strada di Arah da Aruna fino al Wadi Arah.
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Ma questa strada, che in realt era semplicemente una pista, correva sul fondo di una stretta valle fluviale, una vera e propria gola, e pertanto era considerata troppo pericolosa per un massiccio spostamento di truppe, dal momento che i vari reparti si sarebbero trovati in formazione eccessivamente allungata con il rischio di subire pericolose imboscate.
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Megiddo era destinata a diventare uno dei siti su cui, nel corso dei millenni, si sarebbero combattute pi battaglie.
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L'insediamento biblico, Tell el-Mutesellim, riscoperto nel 1903(6), era stato edificato su un altopiano che domina una fertile piana che si estende fin nella valle di Jezreel (Giosu 17,16). Su questa piana si innalza bruscamente il monte Carmelo, dalla cui sommit si domina la costa mediterranea; a nord ci sono le colline della Galilea e la citt di Nazareth, e a est il massiccio del monte Tabor. Oggi la collina di Megiddo appare affettata come una torta nuziale a cui troppe spedizioni archeologiche hanno dato un morso.
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Peraltro, i vari strati mostrano insediamenti umani susseguitisi ininterrottamente per tremila anni, mentre nulla lascia pensare che su questa collina si sia combattuta una serie di battaglie decisive. Dopo Thutmosis Terzo arrivarono infatti le armate di Ramses Secondo, e dopo di lui la profetessa Deborah e Una grande battaglia si combatte presso le acque di Megiddo.
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Gedeone vi sorprese i Madianiti, Saul perse la battaglia contro i Filistei, e qui mor Giosia di Giuda, ...il faraone Necao, re d'Egitto, si mosse per soccorrere il re d'Assiria sul fiume Eufrate. Il re Giosia gli and incontro, ma Necao lo uccise a Megiddo al primo urto (2 Re 23, 29)(7). Tuttavia questo brano della Bibbia in passato ha avuto traduzioni infelici che ne hanno travisato il senso.
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Secondo queste traduzioni, il faraone Necao stava andando contro gli odiati Assiri, e non verso di loro per soccorrerli quando Giosia cerc di fermarlo(8). A Megiddo sono state portate alla luce stalle che avrebbero potuto ospitare almeno 450 cavalli e 150 carri da guerra.
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Questa fu l'occasione del lavoro forzato che reclut re Salomone per costruire... le mura di Gerusalemme, Azor, Megiddo... (I Re 9, 15). Fu in queste stalle che i primi crociati legarono i loro cavalli duemila anni dopo e i Templari costruirono la fortezza di Faba sulle rovine della citt biblica.
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Saladino invase la valle di Megiddo, prese la fortezza e uccise i crociati in una terribile carneficina. Ma la fortezza sarebbe passata di mano molte altre volte. Fu l che il 16 aprile 1799 il generale francese Kleber condusse i suoi 1.500 francesi contro i 25.000 turchi di Achmed Pasha, detto il macellaio. .
Quando Kleber fu circondato, un attacco sferrato da 600 cuirassiers francesi, guidati dal giovane Napoleone Bonaparte, respinse i turchi al di l del Giordano. E il 21 settembre 1918, Lord Allenby, con un corpo di spedizione britannico, sconfisse due armate turche, la Settima (Kemal) e l'Ottava (Jerad), in quella che fu l'ultima battaglia di Megiddo. Un combattimento che avvenne 3.397 anni dopo la prima battaglia di Megiddo, combattuta nel 1479 avanti Cristo
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E dunque, nel corso di migliaia di anni, Megiddo divenne l'epicentro di sommosse religiose e politiche. Tuttavia, la prima battaglia fu combattuta per motivi strettamente economici.
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L'Egitto faraonico era immensamente ricco e la sua prosperit era dovuta al commercio pi che alle conquiste. I suoi tradizionali partner commerciali erano il regno ittita, con capitale Hattusas sul fiume Halys, il regno di Mitanni, con Ninive sul Tigri, e tutte le altre popolazioni che vivevano nella Mezzaluna Fertile, attorno a Babilonia sull'Eufrate. Dall'egiziana Menfi, le strade principali portavano a Palmira, Mari e Babilonia sull'Eufrate, ad Assur sul Tigri, e di l scendevano fino a Susa e Uruk. O puntavano a nord, attraverso Gaza e Bibios verso Ugarit e Tarso sul Mediterraneo, ed Efeso o Smirne.
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Chi controllava le strade controllava il commercio; ma lungo queste strade il transito era strettamente controllato da una fortezza: Megiddo.
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Non appena il faraone Thutmosis Terzo, che dalla sua capitale Tebe, sul Nilo, regnava sull'impero egizio, fu informato della crescente instabilit che agitava le sue province cananee, reag immediatamente e radun un esercito di ventimila uomini. Per giunta, era la prima volta nella storia che un esercito era formato interamente da reparti ben addestrati, composti da soldati di professione. Thutmosis divise le due truppe in quattro divisioni di cinquemila effettivi, ciascuna agli ordini di un hry ptd, ovvero comandante di divisione, identificabile grazie al colore dello scudo.
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Il nerbo dell'esercito faraonico era per costituito dalle sue unit mobili di attacco. Le divisioni di fanteria avevano infatti l'appoggio della superarma del tempo, il carro da guerra, trainato da due cavalli e condotto da un auriga, con a bordo due o tre arcieri come artiglieria mobile. Queste unit di rapido impiego erano ben allenate e comandate da abili ufficiali. Tuttavia, prima della geniale intuizione di Thutmosis Terzo, i carri da guerra erano considerati semplicemente un mezzo di trasporto che consentiva alla nobilt di entrare in battaglia con la dovuta grandeur, e in mancanza di un piano di attacco organico, non erano mai stati usati come forza d'urto, compatta e veloce, con cui sferrare un colpo decisivo.
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Inoltre, Thutmosis fu il primo a comprendere appieno l'importanza dei reparti logistici: portatori, genieri e carri di vettovaglie gli permisero di coprire la distanza tra l'Egitto e Gaza in soli dieci giorni. Poi, dopo un breve riposo, punt su Yaham, situata sul versante meridionale della catena del Carmelo.
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Gli abitanti dei villaggi avevano avvertito il governatore della Siria, il re di Kadesh, della presenza di una grande nuvola di sabbia proveniente dal deserto, il che non poteva che indicare l'avvicinarsi di un esercito. Il sovrano mand pattuglie di esploratori a controllare le due principali vie di accesso, e la risposta fu che c'erano movimenti di truppe su entrambe le strade. Basandosi su queste informazioni, cre due sbarramenti posizionando alcuni reparti sui due accessi, da nord e da sud, a Megiddo, e schier tutti i carri da guerra di cui poteva disporre, probabilmente da sei a settecento, dietro la collina. Di l avrebbe avuto la possibilit di avanzare rapidamente e attaccare sia sull'una sia sull'altra strada, ma trascur il terzo accesso, quello attraverso la gola di Wadi Arah.
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Thutmosis aveva messo in atto uno stratagemma: aveva ordinato a due piccoli contingenti di avanzare lungo le strade principali e di sollevare una grande nuvola di polvere trascinando fasci di sterpaglie dietro i carri da guerra in modo da ingannare le sentinelle nemiche. Poi, andando contro il parere dei consiglieri militari, opt per il pericoloso avvicinamento attraverso lo stretto di Wadi Arah. Con il grosso dell'esercito, si mise dunque in marcia da Yaham e senza essere avvistato arriv ad Aruna.
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La piana debolmente ondulata lasci il posto a una serie di colline coperte da una fitta foresta di pini, e quando l'esercito si addentr nella stretta gola, le fronde degli alberi fornirono una gradita protezione dal sole cocente. Gli ufficiali egiziani andavano avanti e indietro lungo l'interminabile colonna esortando i loro uomini a marciare pi velocemente. Il martellare degli zoccoli dei cavalli rimbombava come tuono tra gli spuntoni di roccia, ma in sette ore di marcia forzata Thutmosis condusse l'intero esercito attraverso la pericolosa gola.
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Forse si stup di non aver incontrato alcuna resistenza e dell'imprudenza del nemico che aveva tralasciato di appostare sentinelle lungo le pareti di roccia che sovrastavano il canyon. In ogni caso, il suo stratagemma aveva funzionato e la provvidenziale copertura della foresta di conifere fin proprio quando l'alba del nuovo giorno spuntava dietro i lontani monti. Thutmosis sal sulla sommit di un'altura: davanti a lui il sentiero scendeva bruscamente in un'ampia pianura che si estendeva piatta per un vasto tratto, una distesa dorata su cui si specchiava il cielo senza nubi, circondata da colline che si innalzavano vicino all'orizzonte.
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Un torrentello, alimentato dalle acque che sgorgavano dalla montagna, attraversava la pianura. Probabilmente il faraone colse ben poco della bellezza del paesaggio che aveva davanti agli occhi, quello che lo colp dovette essere la distesa di terra compatta, cotta dal sole, ideale per una carica di carri da guerra con le ruote rivestite di bronzo.
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In mezzo alla pianura, luccicando in quella che si annunciava come un'altra giornata di calura, si innalzava un cono vulcanico e sulla sua sommit, stagliandosi nitida contro l'azzurro del cielo, sorgeva una fortezza cinta da mura. Il re di Kadesh, colto di sorpresa, guardava le truppe del faraone sbucare sempre pi numerose dalla gola dell'Arah e dispiegarsi nella piana di Esdrelon (Emeq Yizreel), proprio in mezzo ai suoi due contingenti cananei, che rischiavano di restare tagliati fuori.
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Subito invi loro alcuni messaggeri con l'ordine di fare ritorno immediatamente. Cosa che avvenne rapidamente consentendo al re di posizionare le sue truppe alla base del cono vulcanico sulla cui sommit si innalzava la fortezza. Ancora una volta era riuscito a schierarsi nella posizione pi vantaggiosa. .
Thutmosis, che doveva invece combattere in salita, schier la fanteria al centro della piana con alle spalle un centinaio di carri da guerra, soltanto una piccola parte di quelli di cui poteva disporre. Gli altri intendeva infatti usarli in una manovra diretta contro le ali nemiche. Il grosso del reparto di carri prese dunque posto a poca distanza, ma ben nascosto dalla fitta vegetazione che cresceva lungo le rive del Quina.
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La battaglia ebbe inizio, come peraltro tutte le battaglie dell'antichit, con una cerimonia e un sacrificio agli di. Il re di Kadesh prese dunque un'ascia bipenne e si accost all'altare, una piattaforma di legno eretta in mezzo al campo di battaglia. Vi era legato un ariete. Il re sollev l'ascia ben in alto affinch tutte le migliaia di guerrieri potessero vedere la lama luccicante prima che si abbattesse sulla vittima; poi, con un solo colpo, uccise l'animale e immerse l'ascia nel sangue che sgorgava abbondante dalla ferita. Infine brand l'ascia e cominci a cantare. Da un capo all'altro dello schieramento, i suoi guerrieri si unirono al monotono canto.
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Forse ci fu qualche urr, ma molti dei suoi uomini non pensavano che sarebbero riusciti a battere le truppe del faraone in condizioni di parit. Poi tutto tacque. Non c'era pi tempo per pregare e cantare, era arrivato il momento di combattere. Per un bel po' non accadde nulla: i due eserciti si fronteggiarono
restando fermi nelle rispettive posizioni. In alto, quasi invisibili, aquile e avvoltoi volteggiavano lentamente, intanto il sole si faceva sempre pi cocente e i suoi raggi infuocati fiaccavano l'energia dei guerrieri: pazienza e sopportazione erano messe a dura prova e la tensione nervosa saliva a livelli di guardia.
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Il re di Kadesh contava che fosse l'avversario a dare inizio allo scontro lanciandosi su per la collina; qui, lungo i pendii della montagna di Megiddo, erano
schierati i migliori guerrieri che Siria e Canaan potessero mettere in campo, mentre le truppe del faraone erano dispiegate sulla piana, con il sole dritto negli occhi. Intanto il disco del sole saliva sempre pi in alto e ben presto gli Egiziani sarebbero stati duramente provati dal caldo. Eppure Thutmosis
rifiutava di ordinare l'attacco: voleva che l'attesa si trasformasse in una guerra di nervi, una guerra in cui poteva contare sulla disciplina dei suoi uomini e sull'efficienza dei portatori d'acqua che si aggiravano incessantemente lungo i ranghi con otri colmi d'acqua attinta nel Quina.
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Non c'era dubbio che gli Egiziani si sarebbero rivelati i pi disciplinati. Tra le file dei guerrieri di Kadesh, quelli armati pesantemente erano rampolli della nobilt che ritenevano fosse loro dovere dimostrare il proprio coraggio facendosi avanti, con il rischio di essere tagliati a pezzi prima ancora che lo scontro vero e proprio avesse inizio. Il re di Kadesh voleva essere certo che questo non sarebbe avvenuto, ma si mosse troppo tardi: alcuni dei pi giovani nobili cananei, impazienti per la lunga attesa che metteva a dura prova il loro coraggio, ruppero le file e si fecero avanti per impegnarsi in combattimenti
individuali.
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I loro scudieri, gli arcieri e i numerosi servi dovettero seguire i loro padroni, seppure con scarsa convinzione. Ma davano l'impressione di una torma indisciplinata, quello che in realt erano! Combattimenti sporadici scoppiarono non appena altri nobili cananei seguirono i primi che si erano lanciati all'attacco.
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Questo per port a una pericolosa avanzata di parte dello schieramento cananeo, il che costrinse il re ad agire prima che l'intera prima linea si disintegrasse. I suoi corni da guerra suonarono dunque l'attacco. Abbandonando la loro favorevole posizione, i Cananei marciarono nella piana, dove uomini, armi e possenti carri da guerra scintillavano sotto i raggi cocenti del sole, ma quello che avrebbe dovuto essere un serrato fronte d'attacco divenne una linea sinuosa e serpeggiante.
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Il faraone Thutmosis, che dall'alto del suo carro da guerra osservava l'avanzata nemica, individu il varco che si stava aprendo con sempre maggior ampiezza
nella formazione cananea e immediatamente ne approfitt. Un suono simile a un lungo gemito riecheggi nella piana e sulla collina, e il suolo inizi a rimbombare mentre migliaia di guerrieri egiziani si lanciavano all'attacco. Il rombo divenne pi forte quando schiere di uomini urlanti si gettarono le une contro le altre e come un fiume in piena le due enormi masse umane dilagarono sul campo di battaglia.
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Le punte di bronzo delle lance brillavano minacciose nella luce dorata. Le ondate acquistarono velocit, abbattendo tutto quello che incontravano sulla propria strada, e infine furono gli uni alla gola degli altri. L'intero campo di battaglia era sconvolto da una furia cieca, uno schieramento si spingeva avanti mentre l'avversario indietreggiava e i corpi erano sommersi dalla marea umana.
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L'onda di Cananei si precipit sul fronte egiziano, calpestando cadaveri, mentre le loro voci si accavallavano in un coro lamentoso e disumano. Un arbusto secco prese fuoco; subito le fiamme si propagarono al vicino bosco aggiungendo calore e fumo alle gi insopportabili condizioni. La carneficina prosegu senza sosta: alcuni cadevano con orribili ferite, altri barcollavano perdendo sangue, ma c'era anche chi stramazzava per semplice sfinimento o poich aveva gli occhi accecati dal sudore, dal caldo e dal denso fumo.
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Gli uomini crollavano perch non riuscivano a immettere una sufficiente quantit d'aria nei polmoni bruciati dall'arsura; e coloro che cadevano venivano travolti, trafitti o calpestati, ammucchiandosi gli uni sugli altri come la neve sul monte Hermon quando il sole del tramonto rendeva infuocata la sua vetta. .
Il caos della battaglia era ovunque; i guerrieri gemevano, imprecavano e pregavano rivolgendosi a tutti gli di in cui credevano. In mezzo a loro, circondato dall'infuriare della battaglia, torreggiava il re di Kadesh. Esortava i suoi uomini, incitandoli ad attaccare, ma erano terribilmente indisciplinati, e questo li rendeva vulnerabili. Il re sapeva che se la confusione fosse durata a lungo, i guerrieri del faraone si sarebbero gettati contro le sue ali, in quel caso per i suoi guerrieri avrebbero potuto lasciarsi prendere dal panico e fuggire. E se mai fosse accaduto, avrebbe perso Megiddo e l'intera Canaan. .
Intanto per tutto sembrava andare per il meglio, dal momento che erano sempre pi numerosi i guerrieri di Kadesh che si facevano avanti urlando come demoni,
pronti a lanciarsi nella mischia. Non c'era posto per la piet: non veniva concessa n richiesta. Le lance penetravano nelle viscere, le spade tagliavano teste. Gli uomini di Canaan erano a un passo dallo sfondare le linee del faraone, e il re di Kadesh pensava di aver vinto la battaglia.
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Poi gli giunse il primo segnale di pericolo: uno stormo di uccelli si alz in volo dalla boscaglia lungo le rive del Quina. Pochi istanti dopo i carri falcati del faraone uscirono allo scoperto e da entrambi i lati si lanciarono a tutta velocit contro i suoi uomini. Sollevando una nuvola di polvere, i
carri da guerra egiziani si precipitarono direttamente verso il punto in cui la battaglia infuriava con maggior violenza.
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I Cananei non avrebbero saputo dire quanti fossero i micidiali carri dalle ruote falcate che si abbatterono contro di loro: cinquecento, seicento, forse di pi, correvano a folle velocit attraverso la terra di nessuno. A un tiro di freccia, i carri si divisero e puntarono verso le ali dello schieramento nemico, mentre gli arcieri che erano a bordo scagliavano un micidiale nugolo di frecce direttamente contro il retro dello schieramento dei suoi Cananei.
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Ma anche gli Egiziani subirono gravi perdite: molti cavalli trafitti dalle lance nemiche caddero sulle ginocchia e i carri volarono in aria, spezzando il collo agli arcieri. Ad altri veicoli cedettero gli assi: si fermarono di colpo, e gli equipaggi furono immediatamente trascinati a terra e fatti a pezzi.
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Essendosi spostati lateralmente per evitare i carri egiziani, i Cananei avevano lasciato indifeso il centro dello schieramento. E mentre una nuova ondata di carri si lanciava all'attacco, un nugolo di frecce si abbatt sui guerrieri di Kadesh, che caddero e finirono schiacciati dalle pesanti ruote rivestite di bronzo. Il loro re puntava lo sguardo oltre il campo di battaglia, verso la piccola altura dove quel maledetto faraone, quel Thutmosis, sul cui elmo dorato danzavano i raggi del sole, seduto sul suo luccicante carro di eletto guardava morire i suoi nemici, simile all'Angelo della Morte.
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Il loro sangue avrebbe concimato il terreno, cosicch l'erba sarebbe cresciuta pi folta e pi verde sulla piana di Esdrelon. La battaglia divenne un caleidoscopio di forme e colori. Lo strepito aument, sempre pi assordante; il centro della piana era il ventre della bestia e dalla boscaglia, dietro cui si erano nascosti, continuavano a sbucare carri egiziani, seguiti da migliaia di fanti con elmi a punta. Sulle loro teste ondeggiava un mare di stendardi. .
Qua e l gruppi di Cananei cercavano di resistere. Brandendo la spada, il re di Kadesh aveva appena alzato il braccio per raccogliere i pochi guerrieri che ancora gli restavano quando un reparto di Egiziani armati di lance e spade di bronzo irruppe contro di loro.
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Gli Egiziani poterono avanzare indisturbati mentre i Cananei si davano alla fuga. Il faraone lanci allora le truppe di riserva per un ultimo attacco, che si sarebbe rivelato il pi micidiale. Alla testa di trecento carri dalle ruote falcate, Thutmosis penetr nel varco che si era formato tra le schiere di Kadesh e la fortezza che si innalzava sulla collina. Era una formazione di cinquanta, sessanta carri affiancati, la possente macchina da guerra egiziana che si lanci attraverso il campo di battaglia.
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E nulla avrebbe potuto fermare l'avanzata di centinaia di carri da guerra trainati da ben protetti cavalli: le loro ruote falcate travolgevano i nemici impotenti come un'onda si abbatte sulla riva. I Cananei erano in rotta su tutto l'altipiano e varchi sempre pi ampi si aprirono nelle loro file. Sotto l'impatto delle ruote falcate che giravano a tutta velocit le truppe di Kadesh non avevano scampo: i guerrieri di Canaan furono travolti e ben presto mucchi di cadaveri punteggiarono la piana.
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In quegli ultimi istanti, migliaia e migliaia di uomini pagarono con la vita l'aver osato sfidare la potenza dell'Egitto e il genio militare del suo faraone. Thutmosis si lasciava alle spalle un campo di battaglia dove i cadaveri giacevano come bambole di stracci su un terreno in cui i bagliori dorati di un mattino d'autunno erano diventati purpurei: adesso era il sangue a inzuppare il campo di battaglia. Armageddon!
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I pochi che riuscirono a sfuggire alla carneficina abbandonarono cavalli, armi e carri e corsero su per la collina per mettersi in salvo oltre le mura di Megiddo. Tra i superstiti c'era il re di Kadesh, che ebbe modo di contemplare l'orribile carnaio dove i corpi in decomposizione erano preda degli avvoltoi. La sua pena era grande: in passato la pena era scomparsa dopo aver ucciso gli uomini che aveva deciso di uccidere, ma non questa volta. Quanto malediceva se stesso perch, accecato dall'infuriare del combattimento, non si era reso conto della presenza dei carri da guerra che il faraone aveva tenuto di riserva, pronto a lanciarli sul campo di battaglia al momento opportuno.
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E infatti, proprio quando pensava di aver vinto, il faraone Thutmosis aveva frustato i suoi tre stalloni bianchi e, come il dio Horus armato di artigli, aveva travolto davanti al suo carro quanto restava dei migliori guerrieri di Siria, che ora fuggivano terrorizzati come se fossero stati inseguiti dagli spiriti maligni.
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Gli Egiziani furono colti cos di sorpresa dalla facilit con cui avevano vinto che, invece di fare irruzione nella fortezza ormai indifesa, fermarono la loro avanzata vittoriosa per uccidere i feriti e spogliarli di armi e gioielli. Fu questo desiderio di bottino a salvare qualche siriano e a dare la possibilit al re di Kadesh di organizzare la difesa della citt. I geroglifici incisi sulla parete del tempio di Tebe non aggiungono ulteriori particolari circa la durata dell'assedio; forse i difensori sopravvissero perch a un certo punto il faraone si stanc di assediare la fortezza. Una stele ci dice soltanto quale fu l'ammontare del bottino: 2.000 cavalli e 900 carri da guerra.
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Dopo la vittoria di Megiddo, Thutmosis pacific con le armi i regni ribelli: i loro sovrani furono giustiziati e sostituiti con nobili fedeli all'Egitto, nelle vesti di vicer. Il faraone fece irruzione contro la cittadella di Kadesh, situata sulla riva sinistra dell'Oronte (non lontano da Homs), poi tocc agli Arii, che avevano invaso le fertili terre lungo la grande ansa dell'Eufrate, e distrusse Aleppo; infine fece ritorno a Tebe.
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Per controllare le acque del Mediterraneo e i territori costieri ordin la costruzione di una flotta di navi da guerra. Con quella flotta pot controllare tutte le navi che solcavano il Mediterraneo e divenne il padrone incontrastato di un impero cos vasto che persino dalle lontane terre dei Babilonesi e degli Ittiti gli furono inviati ambasciatori carichi di preziosi doni. Quando Thutmosis Terzo mor, nel 1447 avanti Cristo, il suo regno era al culmine dello splendore.
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Thutmosis fu il primo a costruire un impero nel vero senso della parola; fu il primo eroe a livello mondiale. Non solo contrassegn la sua epoca, ma la contrassegn con un nuovo ordine... e oggi, due dei pi splendidi monumenti voluti da questo sovrano, gli obelischi di Heliopolis, si innalzano sulle due sponde dell'oceano Atlantico, in perenne memoria del primo costruttore di imperi che la storia abbia conosciuto(9).
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Nel 1288 avanti Cristo, un altro faraone, Ramses Secondo, si mise in marcia sulla strada di Megiddo, questa volta con l'intenzione di dare una lezione agli Ittiti. Il re ittita Muwatallis aveva infatti raccolto una grande armata e invaso la Siria; di fronte a lui c'era l'esercito di Ramses, una pallida copia del suo illustre predecessore, Thutmosis Terzo. Ramses aveva suddiviso il suo esercito in quattro divisioni che portavano il nome di quattro divinit: Ra, Amon, Naarun e Ptah. Alla testa della divisione Amon, Ramses attravers l'Oronte a nord di Shabtuna, circa otto miglia a sud di Kadesh.
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Ma re Muwatallis gli aveva teso una trappola: aveva mandato un paio di disertori a informare il faraone della posizione delle truppe ittite. Costoro
dissero a Ramses che Muwatallis era accampato a nord della citt di Kadesh. Gli Ittiti li attendevano invece sull'Oronte e quando la divisione Ra cerc di attraversarlo, fu attaccata da un nutrito contingente di carri da guerra e messa in fuga. Diciassettemila soldati di Muwatallis inseguirono gli Egiziani fin nell'accampamento del faraone e catturarono tutto ci che conteneva: non solo l'oro e i gioielli, ma anche le donne, che i guerrieri avevano vilmente abbandonato al loro destino.
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Imprudentemente l'esercito di Muwatallis si lasci distrarre dal bottino e si abbandon ai piaceri dei sensi. Intanto per un reparto di lite composto da mercenari al soldo di Ramses faceva irruzione contro gli Ittiti prendendoli alle spalle e il faraone lanciava i carri da guerra che ancora gli restavano, mentre la divisione Amon compiva un'inversione di marcia e attaccava gli Ittiti da nord. Fortuna volle che la divisione Ptah, che era rimasta indietro, arrivasse proprio al momento opportuno; insieme le due divisioni misero in fuga il nemico. Seimila Ittiti, insieme a Muwatallis, riuscirono a
rifugiarsi dietro le ben fortificate mura di Kadesh.
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Ancora una volta la sorte era stata favorevole agli Egiziani. Tuttavia la seconda battaglia di Megiddo fu l'ultimo scontro vinto dall'impero egizio che si avviava ormai verso il declino. Da un'unica citazione del Libro dell'Apocalisse (16,14-16) deriva il concetto di olocausto e di totale, definitiva distruzione, un concetto che da allora non ha pi abbandonato la mente dell'uomo. Sono infatti spiriti di demoni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente [...] E si radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon.
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La prima battaglia di Megiddo fu decisa da un attacco a sorpresa sferrato da un reparto di veloci carri da guerra, cosicch a buon diritto possiamo affermare che fu la prima battaglia tra carri armati che la storia conosca.
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Grazie alla vittoria di Megiddo, Thutmosis Terzo mise fine a qualsiasi minaccia alla sovranit egizia sulla Palestina, la Siria, la valle del Giordano e le terre lungo l'Eufrate: nei tre secoli seguenti l'impero dei faraoni avrebbe regnato incontrastato.
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Note.
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1. Mos arriv a Canaan probabilmente verso la met del 13esimo secolo avanti Cristo: Abram prese la moglie Sarah, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistato in Haran e tutte le persone che l si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan (Genesi 12,5).
2. Non si  certi della localit esatta in cui avvenne lo scontro; si  infatti fatto il nome di altri siti, come il monte Carmelo e il monte Sion.
3. Antico Testamento, Libro dell'Apocalisse 16,16.
4. Apuleio, Le metamorfosi, e Plutarco, Iside e Osiride.
5. Comprendendo gran parte delle attuali Palestina e Siria, Canaan era un punto chiave nei collegamenti tra l'Egitto e l'Asia, attraverso il quale passavano le pi importanti strade carovaniere usate sia dai mercanti sia dagli eserciti invasori; era stata conquistata dal faraone Sesostri Primo circa cinquecento anni prima, nel 1971 avanti Cristo.
6. Da un archeologo del Centro tedesco per gli studi mediorientali.
7. Per la traduzione italiana di tutti i brani biblici si fa riferimento a: La Bibbia, Piemme, Casale Monferrato 1995 (N.d.T.).
8. La traduzione pubblicata da Piemme concorda con quanto affermato dall'assirologo C.I. Gadd, che ha tradotto una pergamena custodita presso il British Museum (1923) (N.d.T.).
9. Gli obelischi si innalzano a Londra e a New York. La citazione  tratta da The Cambridge Ancient History.
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CAPITOLO 2.
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IL SEGRETO DEL SINNOR.
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Gerusalemme, 18 agosto 1010 avanti Cristo
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Chiunque colpir i Gebusei e li raggiunger attraverso il canale...
Samuele 5, 8.
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Una trib guerriera proveniente da Caftor aveva invaso la terra promessa e minacciava l'esistenza stessa di Israele: i Filistei, che avevano portato con s i loro di e la loro cultura. Nessuno sapeva da dove venissero, ma alle spalle lasciavano una scia di morte e distruzione. Si abbattevano sui territori che incontravano sulla loro strada come una valanga umana, con i carri tirati da buoi colmi del bottino. Armati con scudi rotondi e spade di bronzo, avevano gi distrutto l'impero ittita, e ora era la volta di Israele: diedero battaglia, uccisero i capi israeliti e, sfregio supremo, rubarono l'Arca dell'Alleanza.
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Su questo periodo la Bibbia resta stranamente silenziosa. E neppure dei Filistei dice molto, limitandosi a raccontare la storia di Sansone, un israelita che non si era mai allontanato dal cammino della rettitudine e che quando aveva rifiutato di rendere omaggio agli di pagani, era stato tradito dalla donna che amava, Dalila. Catturato e incatenato a un tempio pagano, us la sua forza sovrumana per spezzare i pilastri e far precipitare il tetto sulla testa dei capi filistei.
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Il profeta ebreo Samuele offr invece un sacrificio al Signore, che rispose alla sua preghiera scatenando una pestilenza tra i Filistei, i quali, atterriti dal disastro che si era abbattuto su di loro e per placare colui che gli Israeliti consideravano l'unico Dio, restituirono l'Arca dell'Alleanza. Tuttavia,
nonostante i danni provocati dalla pestilenza(1), i Filistei erano tutt'altro che sconfitti e continuarono a infliggere gravi sofferenze ai figli di Israele. .
La minaccia filistea spinse gli Israeliti a unirsi e a scegliersi un re. Il loro profeta Samuele aveva infatti promesso che un nagid, un capo, ben presto
sarebbe giunto a liberarli dalla schiavit. Il primo a cingere la corona fu Saul, della trib di Beniamino. Aveva assunto il titolo di melech, re, ma in realt non era un re, bens un despota. Re Saul aveva uno scudiero, e il suo nome era Davide....
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Questo Davide fu un entusiasta che ebbe la capacit di sollevare lo spirito dei figli di Israele e di portarli infine alla vittoria. Nel momento in cui il vigore del suo popolo era ormai fiaccato e la speranza svanita, Davide si imbarc dunque in un'impresa che avrebbe portato all'unificazione di Giuda e di Israele per far fronte all'oppressore filisteo. All'inizio ambizione e gelosia spinsero molti capi trib a rifiutargli il proprio aiuto, ma questo non lo ferm. Nulla l'avrebbe fermato. Si mise a capo di una trib umiliata, oppressa e piegata sotto un terribile giogo e la trasform in una nazione di leoni.
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Re Davide (1010-973 avanti Cristo)  noto soprattutto per aver ucciso il gigante Golia. Dall'accampamento dei Filistei usc un campione, chiamato Golia; era alto sei cubiti e un palmo... Davide cacci la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanci con la fionda e colp il filisteo in fronte. La pietra si
infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra (1 Samuele 17, 4,49). In realt, per, Davide non era soltanto un uccisore di giganti, dal momento che fu anche uno dei grandi guerrieri del periodo biblico e il primo ebreo a unire le dodici trib di Israele e di Giuda in un unico stato.
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L'aver ucciso il gigante Golia con una semplice fionda aveva reso immensamente popolare Davide, e questo suscit la gelosia di re Saul che per riacquistare il favore popolare convinse il figlio Gionata e alcune trib di Israele ad attaccare i Filistei a Tanaach presso le acque di Megiddo (Giudici 5,19). Alla
testa delle loro truppe Saul e Gionata marciarono verso quello che doveva essere il loro ultimo combattimento. I Filistei scesero dal monte Gelboe e prima che Saul avesse il tempo di schierare i suoi uomini un'armata schiacciante gli fu addosso.
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L'esercito nemico insegu per tutta la pianura le scarse truppe di Saul e le fece a pezzi. Avendo visto uccidere il figlio, Saul si gett sulla sua spada per evitare la cattura(2). I corpi di Saul e Gionata furono poi impalati sulle mura della fortezza filistea di Beth-Shan. Con la morte di Saul, finiva il primo regno di Israele e il suo popolo cadde nella disperazione, senza speranza di riscatto.
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Davide, che all'epoca viveva a Hebron, venne a sapere della disastrosa sconfitta di Saul: Il Signore aiuta chi si aiuta. Chi se ne sta con le mani in mano  perduto. Prese dunque l'iniziativa e raccolse un piccolo esercito per condurre azioni di guerriglia. Pianificando attentamente i suoi attacchi in modo da non rischiare mai una sconfitta, a poco a poco costrinse sulla difensiva i Filistei. Nel contempo Davide consolidava rapidamente la sua posizione, aumentando
il numero dei suoi effettivi: le sparute bande di combattenti si trasformarono cos in veri e propri reggimenti in grado di attaccare importanti posizioni nemiche.
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In una serie di imboscate sulle colline e le valli della Giudea, colpendo dove il nemico meno se lo aspettava inflisse gravi perdite ai Filistei. Ogni vittoria sollevava il morale delle trib, finch i suoi insorti furono in grado di controllare gran parte della Giudea e di difenderla dagli attacchi nemici; nel frattempo riorganizz le sue truppe trasformandole in un vero e proprio esercito. Questo avvenne quando le sei trib lo proclamarono re di Giuda. Fu a quel punto che si accinse a unificare tutte le dodici trib(3).
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Con un'abile mossa politica prese in moglie la figlia di Saul, poi si affrett a eliminare gran parte degli avversari. Tuttavia gli ci vollero sette anni e
molte altre battaglie prima che le dodici trib lo accettassero come re. Alla testa del suo esercito penetr poi in Siria, dove sconfisse Hadarizer re di Zoba; di l marci attraverso il deserto fino all'Eufrate e sbaragli il sovrano arameo che si accingeva a invadere il territorio degli Assiri. In questo
modo Davide salv gli Assiri dall'estinzione, un favore di cui lo avrebbero ripagato, duecento anni dopo, spazzando via Israele. Poi Davide pun i Filistei di Beth-Shan, che avevano causato la morte di Saul e Gionata.
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Prima di volgere la sua attenzione verso i Gebusei, Davide dovette per affrontare un'ultima questione che port a una battaglia tra il generale Ioab, che combatteva per lui, e Abner, che appoggiava le pretese al trono dell'unico figlio di Saul ancora in vita. Sia Ioab sia Hadarizer erano valorosi guerrieri e all'ora stabilita condussero dodici dei loro uomini alla Piscina di Gibeon, a nord di Gerusalemme. In verit si tratt pi di una sfida da Far West che di una battaglia, in cui tutti, tranne Ioab, persero la vita.
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Per regnare su Giuda e Israele era indispensabile una capitale simbolica, ma uno solo era il luogo adatto a un tale onore, la fortezza di Gebus, costruita sulla biblica Roccia di Abramo. Quel luogo sacro sarebbe diventato un simbolo in grado di unire i figli di Israele. Dio aveva dotato Davide di forza e di grandezza d'animo, e ora egli si dedic anima e corpo a quella santa causa, giurando solennemente di collocare l'Arca dell'Alleanza in un tempio che avrebbe costruito sulla roccia. Ma prima di tutto doveva conquistare la citt sottraendola ai nemici gebusei. Un'impresa che si annunciava non facile.
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La citt era infatti situata su un'altura ed era circondata da solide mura. Per settimane gli uomini di Ioab avevano cercato di scalare quelle mura possenti e per settimane ogni loro tentativo si era rivelato infruttuoso. Tentarono di arrampicarvisi con l'aiuto di scale a pioli e furono presi di mira con frecce e pietre finch il ripido pendio fu segnato da una scia di morti e di feriti. Ioab disse chiaramente al suo re che la citt era cos ben difesa che per aprire le sue porte non c'era altro modo se non ridurla alla fame.
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Da parte sua, Davide non voleva altro spargimento di sangue, ma non aveva tempo di attendere una resa per fame. Per giunta, alcune delle trib che si erano alleate a lui erano pronte ad abbandonare il campo. Cerc dunque il modo di concludere rapidamente l'assedio.
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Ed ecco che la Bibbia narra che un miracolo fece quello che gli uomini non erano stati in grado di compiere. Il Signore, cos si disse, una notte era sceso dal cielo e aveva aperto la porta della citt consentendo a re Davide e ai suoi uomini di entrarvi senza dover combattere. La notizia della caduta di Gebus, una caduta avvenuta grazie a un intervento divino, e dunque considerata niente meno che un evento soprannaturale, giunse fin negli angoli pi remoti di Giuda e di Israele. Era un miracolo e tutti lo considerarono tale. Ma neppure gli uomini del re sapevano in che modo il miracolo fosse stato compiuto!
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Nonostante i numerosi assedi che nei secoli seguenti la citt dovette affrontare, assedi durante i quali furono abbattuti tratti di mura, sarebbero passati tre millenni prima che un ufficiale inglese, che aveva letto attentamente la Bibbia, scoprisse il segreto di Davide. Il segreto era nascosto in antichi testi di cui Davide doveva essere a conoscenza e in cui si accennava di sfuggita a un sinnor.
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In ebraico sinnor significava rigagnolo, ma poteva anche voler dire pozzo o tunnel. Una spaccatura naturale era stata infatti allargata dagli antichi abitanti di Gebus che l'avevano trasformata in una sorta di tunnel che dal centro della cittadella arrivava fino a una sorgente nella roccia sottostante.
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Nel corso dei secoli questo tunnel era caduto in disuso e aveva finito con l'essere dimenticato. Nel 1867 il capitano Warren, che studiava con passione le
Sacre Scritture, trascorse le vacanze annuali a Gerusalemme. Aveva letto della Ain Sitti Mary am, la Fontana di Maria, dove la Madonna era solita lavare i panni, ed essendo un uomo profondamente religioso volle soddisfare la sua curiosit; si rec dunque alla sorgente dove l'acqua sgorgava da una spaccatura della roccia come aveva fatto per migliaia di anni.
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Ma quella fonte non era sempre stata chiamata Fontana di Maria. Molto tempo prima della nascita del Messia era infatti conosciuta come Gihon, la spumeggiante. Nel chinarsi per prendere un po' d'acqua nel palmo delle mani, Warren alz lo sguardo e not un buco che sembrava fatto dalla mano dell'uomo. .
Subito gli venne in mente un brano biblico che era sfuggito a schiere di archeologi: Chiunque colpir i Gebusei e li raggiunger attraverso il canale [sinnor]... (2 Samuele 5, 8). Era forse possibile che fosse il sinnor cui alludeva la Bibbia, grazie al quale Davide aveva sconfitto i Gebusei? Il capitano Warren trascorse una notte insonne, leggendo e rileggendo il brano in questione. Getteth up the sinnor... sinnor... sinnor...
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All'alba Warren torn alla Fontana di Maria e, con l'aiuto delle robuste spalle di un pellegrino tedesco, riusc ad arrivare fino al buco. Stava per imbarcarsi in un'avventura che avrebbe potuto costargli cara, sapeva che era un rischio che non avrebbe dovuto correre, ma, tant', la curiosit ebbe il
sopravvento sulla prudenza. Reggendo una torcia, strisciando carponi si addentr nel tunnel, dove per millenni animali selvatici avevano lasciato i loro escrementi. Ben presto la torcia divenne inutilizzabile, infatti il tunnel si era notevolmente ristretto e la fiamma era cos vicina al suo viso che rischiava di bruciargli i baffi.
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Peraltro la torcia non faceva che illuminare una densa cortina di ragnatele; gli unici abitanti di quel mondo sotterraneo erano infatti ragni pelosi e piccoli scorpioni che si arrampicavano sulla parete di roccia. E quanto pi si inoltrava nel tunnel tanto pi l'aria diventava maleodorante. Ormai il tunnel era diventato cos stretto da costringerlo a strisciare sulla pancia. Avrebbe voluto allontanarsi da quel luogo spaventoso, ma non poteva accettare l'idea di farlo proprio mentre il mistero era pi fitto che mai.
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A un tratto il tunnel si interruppe bruscamente. A quel punto poteva fare ben poco: era incastrato come un tappo di sughero nel collo di una bottiglia. Il tunnel era infatti cos stretto che non poteva neppure girarsi! E l'aria era cos viziata che respirava con difficolt! Inoltre aveva sollevato una gran quantit di polvere che ora lo faceva tossire con violenza. Si sentiva soffocare: pens che in quel tunnel sarebbe morto e che nessuno lo avrebbe mai trovato.
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Per un attimo non gli import pi di nulla, poi un ginocchio urt qualcosa di appuntito e il dolore risvegli i suoi sensi intorpiditi. Cerc di riaccendere la torcia, ma si rivel impossibile poich lo spazio era cos angusto che non riusciva a muovere le braccia. Si mise allora a tastare la parete con una sorta di disperata determinazione, nella speranza di trovare qualche fessura nella roccia: a un tratto nel soffitto del tunnel avvert una cavit parzialmente bloccata da una pietra. Dopo essere riuscito a spingere di lato la pietra, sent un soffio di aria fresca: il buco comunicava con l'esterno!
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Contorcendosi riusc a infilarsi in quella specie di condotto che saliva verso l'alto. Allung le braccia e tastando le pareti scopr degli scalini tagliati
nella roccia. Cap allora di essere sul punto di scoprire un segreto vecchio di secoli. Per lui, l'unico modo di togliersi di l era continuare a salire! Dopo pochi metri, il condotto si allargava tanto da consentirgli di arrampicarsi agevolmente; per la prima volta c'era spazio e pot accendere la torcia.
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Raggiunse una grotta, forse un rifugio sotterraneo, scavato nella roccia. Ma lo attendeva un'altra delusione: un mucchio di macerie bloccava l'uscita. Subito cerc di rimuoverle, spostando pietre e grattando via terriccio. Ancora una volta si sent perduto. Preg che gli giungesse un filo di luce, ma la sua preghiera non fu esaudita. Infatti la torcia era interamente bruciata e con crescente disperazione, alla cieca, riprese a smuovere le macerie. Le sue mani toccarono una grossa pietra ed ecco finalmente la salvezza: la pietra cadde e attraverso l'apertura entr una ventata di aria fresca.
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Per qualche istante una nuvola di polvere gli imped di vedere, poi scorse finalmente un bagliore. Si infil nel buco, strisciando sulle mani e sulle ginocchia verso la luce e infine si trov in un cortile inondato di sole: nel centro di Gerusalemme! Dopo tremila anni aveva risolto l'enigma della conquista di Gerusalemme! In suo onore il tunnel fu chiamato Pozzo di Warren(4).
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Il resto fu scoperto dopo ulteriori investigazioni da archeologi, biblisti e storici che seguirono le orme del capitano Warren. Evidentemente, in un modo o nell'altro, re Davide era venuto a sapere che antiche scritture parlavano del tunnel, o forse qualche gebuseo, che gli era amico, glielo aveva rivelato. .
Comunque siano andate le cose, il re ordin al fedele generale Ioab di esplorare quella possibile via. Fu dunque perlustrata la base della collina alla ricerca dell'imboccatura finch uno degli uomini di Ioab la trov dietro la spumeggiante. Un ragazzo vi si infil, armato di torcia. Prima che fosse passata un'ora era di ritorno con la notizia che il tunnel portava effettivamente entro le mura di Gebus.
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Gli uomini di Ioab, una dozzina di soldati di provata lealt e che avevano giurato di mantenere il segreto, attesero l'oscurit prima di infilarsi nel tunnel. Non potevano portare le spade, n tanto meno le lance; le uniche loro armi erano la segretezza e la sorpresa. Una volta entrati in quello spazio
angusto avanzarono con grande cautela: non osavano servirsi di torce per paura di essere scoperti, ma non sapevano quali strani animali o quali pericoli li attendessero nel buio del tunnel. Continuarono a salire, spingendosi sempre pi in alto finch sbucarono entro le mura di Gebus.
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Attraverso un labirinto di viuzze raggiunsero la porta della citt. Con grande sollievo scoprirono che a montare la guardia erano soltanto poche sentinelle e che tutte guardavano verso le mura, non alle proprie spalle. Il suono dei loro passi dovette per giungere alle orecchie dei Gebusei di guardia alla porta,
poich alcuni si voltarono. Ma fecero appena in tempo a lasciarsi sfuggire un'imprecazione che gli uomini di Ioab li sopraffecero e, prima che qualcuno riuscisse a dare l'allarme, il silenzio della morte aveva chiuso per sempre le loro labbra.
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Gli Israeliti rimossero quindi la trave di quercia che sbarrava la pesante porta: non appena ud il segnale di Ioab, dato con un corno d'ariete ma che ai soldati si disse suonato da una tromba celeste, re Davide entr con il suo esercito in citt senza dover combattere. Con l'astuzia Davide aveva dunque preso Gebus, che ribattezz Yerushalaim. Il segreto del sinnor mor con Davide e Ioab(5).
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Con la conquista di Gerusalemme e una serie di strabilianti vittorie, Davide estese il suo regno dal Lago Homs, in Libano, a Ezion-Geber, sul Mar Rosso. Vennero dunque tutti gli anziani di Israele dal re di Ebron e il re Davide fece alleanza con loro in Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele [...] e Davide regn quarantanni (2 Samuele 5,3-4). Davide assunse il titolo di re di Giuda e di Israele, re di Gerusalemme, re di Amman, governatore di Aram (Damasco) e di Edom, re di Moab e di Zoba.
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Cos Davide dimor nella fortezza e la chiam Citt di Davide. E Davide costru tutto intorno. Ordin che fosse innalzato un tabernacolo in cui collocare il Santo dei Santi, l'Arca dell'Alleanza, ma mor prima che la costruzione fosse iniziata. Per difendere il suo vasto regno Davide cre un potente esercito, lo strumento con cui Israele poteva dettare legge: i profondi cambiamenti operati nell'organizzazione delle forze armate sono la misura della trasformazione che in questo periodo interess l'intero paese.
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Ma mentre Davide provvedeva a governare i territori che facevano parte del suo regno, creando un sistema politico in grado di unire un eterogeneo gruppo di trib in uno stato unitario, amministrato con efficienza da abili funzionari, i Filistei non avevano alcuna intenzione di darsi per vinti e si affrettarono a raccogliere un nuovo esercito. Pertanto re Davide disse: Piomberemo su di loro come la rugiada del mattino cade sulla terra inaridita e non uno di loro sopravviver a quel giorno. Soltanto quando saranno stati tutti eliminati, i figli di Israele potranno vivere in pace.
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E cos fece: piomb sull'avanguardia nemica nella valle dei Refaim, dopo averle teso un'imboscata in un bosco di gelsi. Sbaragli l'avanguardia, poi attacc il grosso dell'esercito filisteo a Methegamma, sulla piana costiera, e lo mise in fuga. Dopodich conquist i territori lungo la costa nei dintorni di Joppa (Jaffa) e occup le ultime roccaforti cananee. Insieme al generale Ioab marci contro i Moabiti, gli Edomiti e gli Ammoniti. Poi Ioab, con la gente che aveva con s, avanz per attaccare gli Aramei, i quali fuggirono davanti a lui [...] Davide radun tutto Israele, pass il Giordano [...] gli Aramei si schierarono in battaglia contro Davide. Ma gli Aramei fuggirono davanti a Israele.
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Agli Aramei Davide uccise settecento pariglie di cavalli e quarantamila cavalieri (2 Samuele 10,13-18). Mentre stava assediando la fortezza di Madaba, un grande contingente di Aramei mosse contro Davide, che li attese nella gola di Yar-mouk. Eliminata quest'ultima minaccia, Davide, re dell'intero territorio delle trib di Israele, controllava cos tutte le strade principali che dall'occidente e dall'Egitto portavano all'Asia Minore. Dall'abisso della disperazione, dal giogo dei Filistei, Davide aveva dunque liberato Israele e lo aveva reso potente. Come re, doveva proteggere il suo popolo e rispondere sia alle minacce provenienti dall'esterno sia alle sfide interne.
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I restanti anni di regno non sarebbero stati facili. Per amore della bella Betsabea, Davide commise un peccato mortale: prima la sedusse, sebbene fosse la moglie di un ufficiale ittita, Uria, e poi fece in modo che Uria fosse ucciso. Prese anche una seconda moglie, Achinoam, che gli diede un figlio, Amnon. .
Quando Amnon violent la sorellastra Tamar, che Davide aveva avuto da Betsabea, suo fratello Assalonne la vendic uccidendo Amnon. Il che diede inizio a una faida sanguinosa. Infine Assalonne si schier contro il padre: inseguito da Ioab, Assalonne rimase con i capelli impigliati nei rami di un'acacia spinosa e fu ucciso.
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Il successore di Davide (che fu consacrato re nel 1006 avanti Cristo) fu il secondo dei figli avuti da Betsabea, Salomone (nato nel 965 avanti Cristo) che riorganizz l'esercito e, imparando dagli Egiziani, introdusse il carro da guerra come principale arma di attacco. Salomone  noto soprattutto per la sua
grande saggezza. Si narra, per esempio, che due prostitute avessero partorito lo stesso giorno. Durante la notte, mentre dormiva, una delle due accidentalmente soffoc il bambino e non appena se ne accorse sostitu il bambino morto con quello della sua vicina.
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Il mattino, essendosi accorta della sostituzione la madre vera trascin l'altra donna davanti al re per avere giustizia. Tuttavia accertare la verit sembrava impossibile. Il re ordin allora di tagliare in due il bambino e di darne una met a ciascuna delle due donne. Una accett il verdetto, ma l'altra cadde in ginocchio e grid: No, fermatevi, vi prego! Date pure il bambino a questa donna, ma lasciatelo vivere. Salomone comprese che quella era la vera
madre e ordin che le fosse consegnato il bambino.
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Salomone fu anche un grande costruttore. Termin la cinta di mura attorno a Gerusalemme e soprattutto si concentr sull'opera che il padre aveva promesso: il Tempio, in cui custodire l'Arca dell'Alleanza. L'Arca, in origine una semplice cassa di legno di cedro, fu scolpita dagli artisti pi abili e rivestita di oro puro. Due cherubini, simbolo della presenza di Dio, la proteggevano con le loro ali ed era attorno all'Arca che, in caso di guerra, si riunivano le trib di Israele.
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La costruzione del Tempio, centro della religione monoteista di Israele, richiese sette anni e l'intervento dei migliori artisti di Tiro. Le fondamenta fatte di blocchi quadrangolari salivano lungo i fianchi della collina, e una parte di queste fondamenta  diventata il Muro del Pianto.
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Quello che avrebbe dovuto essere un periodo di tranquillit, in cui avrebbe potuto regnare la tanto agognata pace, fu soltanto la calma che precede la tempesta, una tempesta che avrebbe avuto conseguenze pesanti sulla sorte dei figli di Israele. Salomone mor nel 926 avanti Cristo e con lui mor il sogno di un regno unitario. Gli succedette Roboamo (il cui regno ebbe inizio nel 926 avanti Cristo) che per non seppe fermare la rinnovata rivalit tra le trib settentrionali e quelle meridionali.
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Il regno di Davide e Salomone, che comprendeva l'intero territorio di Israele, si divise cos in due regni distinti, Giuda e Israele, che nei duecento anni successivi non avrebbero fatto che combattersi con grande soddisfazione degli stati vicini. Il paese fu attaccato da tre lati: dall'Egitto nel Sinai, dai Moabiti sulle Alture del Golan e dai Filistei lungo le rive del Giordano, mentre all'interno di Israele e di Giuda ci si combatteva per stabilire chi dovesse essere re. Alla fine Acab, figlio di Omri, prese il potere e risolutamente combatt gli Aramei sulle Alture del Golan. Ma Acab fu preso di mira da un arciere arameo che gli trapass il petto con una freccia. Nonostante la ferita mortale, Acab combatt fino alla vittoria.
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Come facciamo a sapere tutto questo? Nel 1868, Franois Klein, missionario alsaziano, stava cavalcando in groppa al suo asino attraverso il deserto del Sinai quando la sua attenzione fu attratta da una lastra di basalto nero che spuntava dalla sabbia. Padre Klein salt gi dalla groppa dell'asino e scopr che la pietra era una stele coperta di antichi caratteri.
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Tuttavia prima di aver avuto modo di decifrare parte dell'iscrizione, fu circondato da beduini armati che lo minacciarono di morte se non avesse pagato loro un favoloso riscatto. Essendo soltanto un povero frate, alla fine fu rilasciato, ma senza la stele. Non appena fu arrivato a Gerusalemme, padre Klein raccont l'accaduto a un altro francese, Clermont-Ganneau, che, dopo essersi fatto disegnare una mappa della localit, vi si precipit per ispezionarla di persona.
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Il francese credeva a stento ai propri occhi: semisepolto nella sabbia c'era un frammento della Bibbia originaria. Dopo un primo sguardo comprese infatti che il testo era scritto nel dialetto di Moab, molto vicino all'ebraico antico. Subito si mise a scavare freneticamente, poi per, proprio come era accaduto a padre Klein, fu circondato da un gruppo di arabi urlanti che lo accusarono di furto, un crimine che prevedeva il taglio della mano del ladro. Clermont-Ganneau non era soltanto un archeologo: avendo lavorato per il ministero degli Esteri francese era anche un abile diplomatico e parlava correntemente l'arabo.
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Con regali e abili blandizie riusc dunque a calmarli e dopo aver solennemente promesso di tornare con un'ingente somma di denaro per acquistare la stele, fu autorizzato a prenderne un'impronta con carta e carboncini. Cosa che si sarebbe rivelata una provvidenziale iniziativa.
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Io sono Mesha, figlio di Chamosh, re di Moab era inciso sulla stele, ...ho edificato questo santuario in onore di Chamosh, dio di Moab, come santuario e rifugio; poich egli mi ha salvato da tutti i miei oppressori e mi ha fatto dominare sui miei nemici. Omri era re di Israele e oppresse Moab per molti giorni, poich il dio Chamosh era adirato con la sua terra. E suo figlio gli succedette e anch'egli disse: opprimer Moab... ma io ebbi la meglio su Omri e la sua casa; e Israele per per sempre...
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Era datata 480 avanti Cristo e annunciava la grande vittoria del re moabita Chamosh sugli Israeliti. E Israele per per sempre... era l'affermazione chiave, poich si riferiva all'odiato re Ioram. Ecco dunque la prova definitiva dell'esistenza di Ioram, che confermava la descrizione della caduta di Israele quando i suoi figli avevano dimenticato l'alleanza con il Signore, allontanandosi da Jahweh e adorando divinit pagane. Ioram aveva infatti offerto sacrifici pagani a Baal e non aveva pregato il Signore.
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Suo padre, il re Acab, aveva portato il culto di Baal in Israele dopo essere caduto sotto l'incantesimo della moglie, la fenicia Jezebel (1 Re 21, 25). E ora una stele di basalto, il pi antico documento biblico mai ritrovato, lo confermava! Raccontava come fosse stato sbaragliato il possente esercito di Acab e come soltanto dieci dei suoi mille carri da guerra fossero riusciti a mettersi in salvo, ...poich il re di Siria li aveva annientati e li aveva calpestati rendendoli simili alla polvere... Quello era il destino di chi volgeva le spalle al Signore.
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Clermont-Ganneau port la sua copia della stele a Parigi, dove i membri dell'Accademia, dopo essersi vivamente congratulati con lui, gli offrirono la somma necessaria ad acquistare quel prezioso reperto. Ma quando torn nel Sinai la stele non c'era pi: al suo posto, nella sabbia c'era un'orribile macchia nera! Il pi antico testo della Bibbia era scomparso. La causa era semplicemente l'avidit: gli Arabi avevano usato la dinamite per frantumare la stele, sperando di guadagnare di pi vendendola dopo averla ridotta in mille pezzi...(6).
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Un'altra volta ancora un acquedotto avrebbe avuto un ruolo decisivo nella storia di Gerusalemme. Nell'anno quattordici del re Ezechia, Sennacherib re di Assiria assal e prese tutte le fortezze di Giuda... (2 Re 18, 13). Dopo aver preso la fortezza di Lachis(7) e aver impalato l'intera popolazione, il sovrano assiro si accingeva ad assediare Gerusalemme (701 avanti Cristo). il re d'Assiria mand il tartan, il capo delle guardie e il gran coppiere da Lachis a Gerusalemme, al re Ezechia, con un grande esercito... (2 Re 18, 17).
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Di fronte alla minaccia di un lungo assedio, re Ezechia sapeva che l'unico pericolo per la sua ben equipaggiata e solidamente fortificata citt poteva essere la mancanza d'acqua. Ordin pertanto che nella roccia fosse scavato un acquedotto, lungo 500 metri, che portasse acqua in citt direttamente dalla Sorgente di Gihon, la spumeggiante, fino alla Piscina di Siloe, entro la seconda cerchia di mura. Ezechia chiuse l'apertura superiore delle acque del Gihon, convogliandole in basso attraverso il lato occidentale della citt di Davide... (2 Cronache 32, 30).
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La condotta fu riscoperta nel 1880, quando un ragazzo arabo cadde nella piscina e nel tentativo di tenere la testa fuori dall'acqua nuot fino all'estremit opposta. L, tagliato nella roccia, trov un passaggio sotterraneo: si trattava di un tunnel, largo circa 80 centimetri e alto un metro e mezzo, che serpeggiava sotto la valle del Cedron. Il che sbalord gli archeologi: perch non scavare il tunnel nel modo pi rapido possibile, e cio in linea retta? Poi vennero a conoscenza di un'antica credenza secondo la quale le tombe regali di Davide e Salomone sarebbero state situate da qualche parte in quell'area e si pens che Ezechia avesse forse voluto proteggere il riposo dei suoi antichi antenati.
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Queste tombe non sono mai state trovate. Pi verosimilmente, con l'esercito assiro a poche settimane di marcia da Gerusalemme, e con gli operai che lavoravano freneticamente dalle due parti, le due squadre non si incontrarono, sebbene un'iscrizione rinvenuta sulle pareti(8) del tunnel lo negasse. Il noioso scavo  finito. Mentre maneggiavano il piccone, ciascuno verso il suo compagno, e quando c'erano tre cubiti da perforare, si ud la voce di uno che chiamava l'altro... poi l'acqua sgorg nella piscina lontana milleduecento cubiti...
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Grazie a questa abbondanza d'acqua, Gerusalemme resistette e l'assiro Sennacherib pens bene di interrompere l'assedio quando gli fu comunicato che un esercito egiziano stava marciando contro di lui. La Bibbia d invece una spiegazione diversa: Ora in quella notte l'Angelo del Signore scese e percosse nell'accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, quelli erano tutti morti. Sennacherib, re d'Assiria, lev le tende... (2 Re 19, 35-36).
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Un tempo un tunnel aveva causato la caduta di Gebus; ora un altro tunnel salv Gerusalemme. Il segreto del modo in cui Davide sconfisse i Gebusei era contenuto in un versetto biblico che parlava di un sinnor. La conquista avvenne con l'astuzia. Molto abilmente Davide combin un miracolo inviato dal cielo con una strabiliante vittoria psicologica e un Israele e Giuda sotto un'unica capitale, Gerusalemme. La citt fu la pietra angolare con cui un uccisore di giganti pose le fondamenta del potere che avrebbe trasformato il suo regno in una grande potenza.
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Note.
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1. Con il termine pestilenza si intendeva qualsiasi tipo di epidemia, sia che si trattasse di vaiolo, morbillo o della semplice influenza.
2. Nel Museo d'Arte di Vienna  custodito un famoso quadro di Pieter Brueghel che ritrae il suicidio di Saul.
3. Aser, Beniamino, Dan, Efraim, Gad, Issacar, Giuda, Manasse, Neftali, Ruben, Simeone, Zbulon.
4. La scoperta di Warren suscit accese discussioni. Gli archeologi sostennero infatti che il tunnel non poteva essere il sinnor di re Davide poich sbucava al di fuori delle mura che circondavano Gebus al tempo della conquista, finch fu portato alla luce un altro muro pre-davidico che non lasciava dubbi sul fatto che l'uscita del tunnel era effettivamente all'interno della citt.
5. Nel Secondo Libro delle Cronache, al versetto 32, si accenna a una condotta d'acqua con cui re Ezechia fece s che Gerusalemme resistesse all'assedio dell'assiro Sennacherib, un canale che partiva dalla Sorgente di Ghicon e arrivava fino all'interno della Citt di Davide.
6. La stele di Mesha fu in parte ritrovata. Due grossi pezzi e diciotto frammenti pi piccoli sono stati ricomposti servendosi della copia di Clermont-Ganneau e sono esposti al Louvre.
7. Un bassorilievo che raffigura la battaglia di Lachis  custodito a Londra, presso il British Museum.
8. Staccata dai turchi alla fine del XIX secolo e collocata in un museo di Istanbul.
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PARTE SECONDA.
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GLI EROI.
Da Milziade a Temistocle. 491 - 479 avanti Cristo.
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Cos periscano tutti coloro che faranno altrettanto.
Omero, Ottavo secolo avanti Cristo.
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CAPITOLO 3.
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MARATONA.
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Il primo vagito dell'Europa. 21 settembre 490 avanti Cristo.
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Nenikikamen! La vittoria  nostra!
Fidippide, soldato greco, 490 avanti Cristo.
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Il mondo antico era in subbuglio. Come una minacciosa nuvola
temporalesca una trib di temibili guerrieri era sbucata
da oriente, dilagando in tutta l'Asia Minore e liquidandone
le dinastie regnanti. Il loro capo, che si fregiava del titolo di
Anshan-Kurush, aveva cambiato il proprio nome in Ciro e
quello del territorio da lui conquistato in Persia. Sotto il suo
dominio, la Persia era diventata una potenza militare. Ciro
aveva infatti raccolto un grande esercito per conquistare la
Lidia, il cui re, Creso, aveva stretto una raffazzonata alleanza
con l'Egitto, con Babilonia e con un'emergente citt guerriera,
Sparta. Nel 546 avanti Cristo il figlio di Ciro, Cambise, aveva
poi invaso la Lidia e sconfitto Creso, mentre Ciro conduceva
l'esercito contro Babilonia. Con la morte di re Belshazzar,
nel corso della battaglia di Ctesifonte (30 ottobre 539 avanti Cristo),
Babilonia era stata infine conquistata da Ciro che assunse il
titolo di re di Babilonia, di Sumer, di Accad e dei Quattro
Quarti del Mondo. Successivamente, alla testa delle sue
truppe Ciro avanz lungo la strada di Megiddo puntando
direttamente verso l'Egitto. Incontr, e sconfisse, gli Egiziani
nei pressi di Romani, nel Sinai. Nel 528 avanti Cristo il Re dei Quattro
Quarti del Mondo fu ucciso durante una scaramuccia con
gli Sciti.
Nel 521 avanti Cristo Dario, nipote di Ciro, istitu una serie di satrapie
e ordin la costruzione di una possente flotta grazie
alla quale regn incontrastato sul Mediterraneo e le sue rotte
commerciali. Poich spostarsi via terra dalle province occidentali
a quelle orientali richiedeva parecchio tempo e le carovane
potevano portare soltanto quantit limitate di merce,
volle che fosse scavato il primo canale di Suez.
Il regno di Dario Primo segn l'inizio delle mire persiane sull'Europa.
Tuttavia, nel momento in cui lanci il suo gigantesco
esercito attraverso l'Ellesponto, il Gran Re si scontr
non solo con le lance dell'Ellade ma anche con la cultura
dell'Occidente, di cui i Greci si sentivano i custodi. Per i successivi
duecento anni, un susseguirsi di invasioni port a una
serie di scontri che, quanto a portata e devastazioni, ebbero
pochi rivali nella storia e che di certo non furono superati
fin quando le armate di Napoleone, venticinque secoli dopo,
devastarono l'Europa.
Nel 520 avanti Cristo Dario cominci a progettare la conquista del
mondo. Inizi con la costruzione di Persepoli, una citt-simbolo
degna di un re che si faceva adorare come un dio, dove
il commercio era proibito e non si esercitavano funzioni di
governo. Solo gli sciamani potevano entrare nel sacro recinto.
I Persiani veneravano il fuoco di Zoroastro e professavano
il culto di Mitra; il loro re onorava il dio Ahuramazda come
colui che cre l'acqua e la terra, gli uomini e me, Dario!.
Sui suoi altari Dario ordinava che fossero sacrificati cavalli
nel corso di celebrazioni che finivano in estasi pagane indotte
da forti bevande. Persepoli divenne un'allegoria dell'impero
persiano e fu progettata per celebrare il giorno del solstizio
d'estate, il trionfo del sole sulla luna. Ogni anno, infatti, il 21
giugno, alle sei e dieci in punto, non appena i primi raggi del
sole, che come un disco infuocato sorgeva sull'orizzonte del
deserto, penetravano nella sala del trono, Sua Maest Dario
si volgeva verso il sole pronunciando queste parole: Io,
Dario, il Gran Re, il re dei re, sovrano dell'universo e di tutte le
lingue parlate sulla terra, ti saluto, o Sole.
Re Dario, le cui ambizioni erano pari soltanto al suo sfarzoso
stile di vita, volse la sua attenzione verso occidente ed
era sufficiente osservare le sue truppe sfilare in parata per
capire che su questa terra nulla avrebbe potuto resistere al
suo desiderio di egemonia universale. Dario decise dunque
che la Persia dovesse essere il centro dell'universo e che tutte
le altre terre dovessero essere ridotte al rango di satrapie. E
quello che Dario decideva doveva essere fatto, poich la sua
era la voce di un dio. Nel 512 avanti Cristo, con un esercito di centomila
uomini, trasportati ed equipaggiati da trecento navi,
attravers il Bosforo e marci contro gli Sciti, per vendicare
l'assassinio del nonno, ma invece di affrontarlo combattendo,
gli Sciti avevano fatto terra bruciata e se ne erano andati.
L'esercito di Dario rimase dunque intrappolato nelle paludi
del delta del Danubio, pertanto il re, stanco di inseguire ombre,
punt verso nord, conquistando l'Ucraina, attraversando
il Dnepr e il Donec, spingendosi a oriente fino al Volga,
prima di ordinare il dietrofront e di dirigersi verso la Macedonia.
I Greci temevano che volesse riprendere il progetto
iniziato dal suo antenato, Ciro il Grande: unire in un unico,
vasto impero, i popoli della Persia e dell'Occidente, e sottoporre
tutti i gruppi etnici alla rigida dominazione dell'Iran.
Dario, per, cambi idea e torn in patria. A coprire la ritirata
lasci un'armata comandata dal generale Megabazo, che
conquist la Tracia.
Poco dopo la morte di Ciro e la sanguinosa lotta per la
successione, ad Atene era accaduto qualcosa che avrebbe
avuto importanti conseguenze in futuro. A opera di distene,
ad Atene, una citt dinamica che doveva la sua immensa ricchezza
al commercio, era nata la democrazia, la prima che il
mondo avesse mai conosciuto. Un evento che era stato possibile
soltanto dopo che il re di Sparta aveva cacciato il tiranno
di Atene, Ippia, che era fuggito e si era rifugiato alla corte
di re Dario, chiedendogli aiuto per vendicarsi della citt che
gli aveva tolto il potere. Dario lo accolse con favore: a quel
punto il rischio di un'invasione persiana divenne pi che mai
tangibile. Atene rispose creando un esercito cittadino suddiviso
in taxis (reggimenti) comandati da uno strategs (generale).
Il comando supremo era affidato a un polemarco, che
politicamente doveva rispondere all'assemblea dei cittadini
ateniesi. Inoltre, insieme a Sparta e ad altre citt-stato, Atene
cre la Lega del Peloponneso. Quando per si tratt di stabilire
chi dovesse essere a capo della lega, apparve evidente che
quanto a numero di truppe Sparta superava Atene e pertanto
fu Sparta che, de facto, assunse un ruolo di primo piano.
L'esempio ateniese fu contagioso: l'idea di cacciare i tiranni
suscit l'entusiasmo degli abitanti, parimenti oppressi,
dell'Asia Minore e in particolar modo dei Greci di Efeso,
una citt della Ionia. Infatti, circa mezzo secolo prima, nel
546 avanti Cristo, le armate del generale persiano Arpago avevano
sconfitto le popolazioni della Ionia e si erano impadronite
del loro territorio. Quando si sparse la voce che Dario era
stato sconfitto dagli Sciti, gli abitanti di Mileto erano insorti
per scrollarsi di dosso il giogo dei loro padroni persiani (499
avanti Cristo) e avevano chiesto aiuto ai loro fratelli greci, che abitavano
sull'altra sponda dell'Egeo. Sparta non volle lasciarsi
coinvolgere in una contesa che non la riguardava direttamente,
ma Atene ed Eretria osarono sfidare Dario e le sue
pretese di essere il Re dei Quattro Quarti del Mondo, e inviarono
un piccolo contingente. La rivolta ionica fall perch
le citt si misero a litigare sulla questione della leadership
e i Persiani sfruttarono abilmente le discordie interne per
mettere fine alla ribellione (494 avanti Cristo). La brutalit con cui
fu soffocata lasci per il segno e i cittadini della Ionia, che
di origine erano greci, divennero parte di una satrapia, che
era tale soltanto di nome e di cui i dominatori persiani non
si sarebbero mai pi potuti fidare.
Nel frattempo Ippia, il tiranno che gli ateniesi avevano
cacciato, continuava a brigare alla corte persiana, facendo
notare come il potere monarchico fosse a rischio nel momento
in cui qualcuno avesse preteso di sostituirlo con quella
che gli ateniesi chiamavano democrazia. Atene aveva
appoggiato la rivolta ionica e una simile interferenza nel suo
giardino privato infuri a tal punto Dario che decise di
darle una lezione esemplare. Per domare la citt-stato ellenica,
radun dunque un gran numero di navi da guerra oltre
a un'armata di terra che superava i cinquantamila uomini.
Peraltro, la Persia non soffriva certo di scarsit di manodopera
e le satrapie erano tenute a mettere a disposizione tutti
gli uomini in grado di prestare il servizio militare. Le truppe
cos reclutate venivano dislocate in guarnigioni sparse in tutto
il territorio dell'immenso impero, lontano dalla provincia
d'origine. Il che eliminava il rischio di rivolte su base locale,
come era accaduto nella Ionia.
Re Dario si era lasciato sempre pi coinvolgere dalla
pleinoxia, l'atteggiamento che, nella sua Politica, Aristotele
aveva descritto come la situazione in cui una potenza vuole
acquisire sempre maggior potere e finisce per essere sconfitta
da una potenza rivale che gode di motivazioni migliori.
Nell'autunno del 491 avanti Cristo Dario era pronto a invadere la
Grecia. Cos facendo mise in moto il primo grande scontro
tra Oriente e Occidente, uno scontro che sarebbe durato
duecento anni e avrebbe finito per distruggere sia la Persia
sia la Grecia.
La possente flotta persiana al comando del generale Datis,
originario della Media, doveva attraccare nella baia di Maratona
e attirare l'armata ateniese fuori dalle mura cittadine.
Una seconda flotta agli ordini del satrapo della Lidia,
Artaferne, avrebbe invece circumnavigato l'Attica e attaccato
direttamente Atene. Il piano di Dario era strategicamente
valido, ma la pianificazione tattica inadeguata e basata su
un'eccessiva fiducia nella superiorit numerica. Quando
raggiunse il Bosforo, dopo averne contemplato il panorama dal
ponte del vascello reale, Dario ordin che sulla costa venissero
innalzate due stele su cui fossero incisi i nomi di tutte
le nazioni e le trib di cui era a capo(1). Ben presto avrebbe
aggiunto un'altra stele con nuovi nomi: Tebe, Atene, Eretria
e Corinto. Questo almeno era il suo piano(2).
Nei primi mesi del 490 avanti Cristo le due flotte di Dario fecero
vela da Samo. Dopo una giornata di navigazione furono avvistate
da una nave mercantile greca che riusc a sfuggire ai
suoi inseguitori e si precipit ad Atene con la terribile notizia.
La citt-stato non era assolutamente in grado di affrontare
da sola la schiacciante supremazia persiana, pertanto
si rivolse alle altre citt della Lega del Peloponneso perch
accorressero in suo aiuto. Un dispaccio militare, un rotolo
di pergamena con la richiesta di aiuto, fu inviato alla massima
velocit ai membri del consiglio ellenico. Gli ateniesi
affidarono la delicata missione al miglior velocista, colui che
aveva vinto le gare di Olimpia. Il suo nome era Fidippide e
si dice che abbia coperto l'incredibile distanza di duecentocinquanta
chilometri in meno di due giorni. Platea promise
il proprio aiuto, e lo stesso fecero gli Spartani, ma soltanto
al termine delle importanti festivit religiose che cadevano
il 20 settembre. Quando Fidippide torn ad Atene con la
risposta, i cittadini imprecarono amaramente contro il rifiuto
di Sparta di accorrere in loro aiuto, considerandolo, a
buon diritto, un tradimento dei patti giurati. La situazione
divenne ancora pi critica non appena giunse notizia di un
imminente sbarco persiano. Senza attendere oltre, si decise
di mettere in campo le uniche forze disponibili e in fretta e
furia fu radunato un esercito, composto da diecimila cittadini
agli ordini del polemarco Callimaco. Dopo un lacrimoso addio
da parte di mogli e madri, che baciando le mani
dei guerrieri li imploravano di fermare la minaccia persiana,
l'esercito ateniese si mise in marcia e nel tentativo di arrivare
a Maratona prima dei Persiani furono lasciati indietro gli
animali da carico e i carri con le vettovaglie. Ai guidatori
venne raccomandato di seguire le truppe il pi velocemente
possibile. L'esercito procedeva a marce forzate, ma l'ostacolo
principale era costituito dalle migliaia di persone che si muovevano
nella direzione opposta per andarsi a rifugiare entro
le mura cittadine, con in spalla i bambini e qualche fagotto
con i pochi averi. Tuttavia in un modo o nell'altro si riusc a
fare in fretta e quella marcia forzata si sarebbe rivelata decisiva.
I soldati ateniesi ebbero fortuna e nel momento stesso
in cui si lasciarono alle spalle le montagne per sbucare nella
piana di Maratona, dove incontrarono un migliaio di Plateesi
accorsi in loro aiuto, la flotta persiana fece capolino dal
promontorio di capo Maratona e poco dopo gett l'ancora
nella baia. Fu una questione di ore, poche ore che fecero la
differenza: grazie alla velocit della loro avanzata gli ateniesi
avevano mandato all'aria i piani dei Persiani.
Il generale persiano Datis fece sbarcare le sue truppe in
buon ordine, ma non poteva pi dispiegarle lungo la strada
per Atene poich gli ateniesi e i loro alleati erano accampati
ai due lati di essa, vicino al tempio di Eracle. Il generale
persiano era dunque imbottigliato: alle spalle aveva il mare
e di fronte il valico controllato dai Greci. Non gli rest che
far accampare i suoi quindicimila uomini oltre la palude, che
almeno forniva un minimo di protezione. Per una settimana
non accadde nulla, a eccezione di qualche incursione da
parte dei Greci che durante la notte mandavano pattuglie a
intercettare barche cariche di rifornimenti.
I due eserciti erano schierati l'uno di fronte all'altro, in
attesa: Datis attendeva il risultato dell'attacco che la seconda
flotta persiana, agli ordini di Artaferne, doveva sferrare
contro Eretria; gli ateniesi pregavano che arrivasse in fretta
il contingente promesso dagli Spartani. Un certo numero di
Greci della Ionia, costretti a combattere tra le file dell'esercito
persiano, avevano abbandonato il campo di Datis e si erano
uniti a Callimaco; alcuni furono rimandati in gran segreto
nel campo nemico perch esortassero gli altri Greci della
Ionia: Se proprio dobbiamo combattere i nostri fratelli greci,
almeno combattiamo male...; un messaggio che nei due
secoli seguenti sarebbe stato ripetuto molte volte.
Con Datis bloccato nella baia di Maratona e Artaferne impegnato
nell'assedio di Eretria, la strategia persiana cominciava
a scricchiolare. Non essendo riusciti a impossessarsi
dei valichi, i Persiani dovettero modificare i loro piani. La
soluzione ovvia era reimbarcare le truppe di Datis e dirigersi
ad Atene per mare.
Il che voleva dire che per i Greci trattenere l'esercito persiano
a Maratona era diventato essenziale tanto quanto inizialmente
era stato essenziale per i Persiani attirare gli ateniesi
fuori dalle mura cittadine. In altre parole, Atene sarebbe
stata al sicuro fino a quando la citt di Eretria avesse impegnato
le truppe di Artaferne e quelle di Datis fossero rimaste
bloccate oltre la palude. Poi per giunse la brutta notizia:
Eretria era stata tradita e i Persiani avevano preso la citt
con l'inganno. Ora tutto dipendeva da Maratona. Divenne
dunque indispensabile, da parte del polemarco Callimaco,
ingaggiare una battaglia con esito favorevole e subito dopo
tornare rapidamente ad Atene per proteggerla dall'attacco
di Artaferne, o quanto meno fare in modo che le perdite di
Datis fossero tali da obbligarlo a indugiare per riorganizzarsi.
Callimaco sapeva di non poter contare sugli Spartani fin
dopo le loro festivit religiose, il che significava, nella migliore
delle ipotesi, dopo il 21 settembre. Mentre diventava
sempre pi urgente prendere una decisione, arriv un'altra
brutta notizia: l'armata di Artaferne stava per imbarcarsi per
Atene, ed era previsto che raggiungesse la citt entro la settimana.
Per le truppe di Maratona era dunque questione di
giorni, se non di ore. Callimaco tenne un consiglio di guerra.
Non disponendo di truppe adeguate, consigliava prudenza,
inoltre la sua formazione d'lite, gli opliti, non era abbastanza
forte da lasciar presagire un sicuro successo. Ci nondimeno,
era possibile attendere gli Spartani perch avessero
un ruolo decisivo? Il tempo stringeva e gli Spartani non si
vedevano. Questa era la situazione a cui Callimaco doveva
far fronte. La discussione fu molto accesa e il piano del
polemarco, che voleva temporeggiare, fu vivamente contestato
dal generale comandante in seconda, Milziade.
Milziade era ateniese di nascita, ma si era imposto nel
Chersoneso, diventandone di fatto il tiranno. Nel corso di
una rivolta locale era stato cacciato dalla sua capitale, Cardia,
ed era tornato ad Atene, dove il suo arrivo era stato accolto
con favore perch si riteneva che potesse essere di aiuto nello
sforzo bellico. Ma aveva anche provocato una crisi politica.
Milziade era violentemente anti-persiano ed era riuscito a
unire il partito degli aristocratici con quello dei democratici
nel tentativo di combattere Dario. Aveva infatti espresso con
forza la sua convinzione che Dario dovesse essere fermato
prima che avesse la possibilit di marciare su Atene. A suo
avviso, il piano dell'invasore persiano era chiaro: conquistare
Atene, isolare Sparta, facendo s che il resto della Grecia,
preso dal panico, cadesse nelle sue mani: a quel punto mettere
sul trono l'ex tiranno di Atene, Ippia, che i cittadini
avevano cacciato dalla citt, perch regnasse in suo nome.
Quando, nell'assemblea, fu messo a tacere, Milziade grid
offeso: Era stato predetto da un oracolo che sarei dovuto
arrivare ad Atene. Stanno per accadere cose orribili, e sar
necessaria la presenza di un uomo come me. Dunque non
allontanatemi!. Il Consiglio degli Anziani risolse la questione
con una tipica soluzione politico-democratica: il democratico
Callimaco sarebbe stato nominato polemarco e il conservatore
Milziade suo consigliere militare.
Milziade, che nutriva un comprensibile odio nei confronti
dei Persiani da quando era stato testimone di un'incursione
persiana nel corso della quale venne ucciso suo padre, conosceva
il loro modo di combattere meglio di qualsiasi altro
greco. Ora, dunque, invocava un immediato attacco. I suoi
timori erano giustificati: se avessero permesso a Datis e ai
suoi persiani di salpare verso il mare aperto, non ci sarebbe
pi stato modo di fermarli. E dal momento che i preparativi
erano gi in corso, era evidente che non c'era tempo di aspettare
gli Spartani. Le argomentazioni di Milziade erano assolutamente
ragionevoli, ma il consiglio dei dieci generali esitava
ancora. Milziade chiese allora che la decisione fosse messa
ai voti. Quattro furono a suo favore, cinque contro. Si rivolse
dunque a Callimaco, il cui voto sarebbe stato decisivo. Il
polemarco approv il piano. Si trattava ora di stabilire quando
attuarlo, ma su questo non riuscivano a mettersi d'accordo.
Per far s che l'indomani si attaccasse battaglia, Milziade si
rec in mezzo ai soldati suscitando il loro ardore con slogan
patriottici del tipo: Atene la Grande, Atene l'imbattibile,
che ciascuno di voi ha succhiato con il latte della madre.
Pi con astuzia che con fierezza, fece appello al loro onore
e al loro coraggio. Li convinse circa le reali intenzioni dei
Persiani: volevano tutto, avrebbero preso la terra e coloro
che vi abitavano, come una fiera strappa il piccolo dal ventre
della madre. Gli ateniesi gli risposero con roboanti evviva e
il dado fu tratto.
Questa mossa fece temere a Callimaco una rivolta dell'esercito
e lo convinse dell'opportunit di anticipare lo scontro alla
mattina seguente. Affid la direzione delle operazioni militari
a Milziade, una vecchia volpe, molto abile in combattimento
e che non si lasciava certo intimorire dalla prospettiva di affrontare
un esercito pi forte del proprio. Contava sul valore
e sulla bellicosit dei suoi opliti, armati di tutto punto; ne
conosceva pregi e difetti, e sapeva che il loro limite principale
era un giustificato timore dell'avanzata compatta del fronte
nemico. Era dunque necessario spezzare questa avanzata prima
che avesse potuto assumere la forma definitiva. Pertanto
avrebbe sferrato il primo attacco con la falange, all'epoca il
reparto pi prestigioso e combattivo. La falange greca era una
formazione compatta con una punta di forma triangolare che,
come una lancia, penetrava tra le linee nemiche. Gli opliti
della prima fila puntavano le lance contro il nemico, mentre
quelli delle file posteriori appoggiavano le lance sulle spalle
dei compagni che li precedevano in modo da formare un
muro di lance. Con una profondit che andava dagli otto ai
sedici uomini, armati con picche lunghe quasi quattro metri,
la falange era in grado di manovrare con precisione in formazione
di combattimento. Lo schieramento consentiva inoltre
stretti varchi per permettere il passaggio di unit armate
meno pesantemente ma pi veloci, come arcieri e frombolieri.
Il peso maggiore della battaglia gravava sulle spalle degli
opliti, la cui armatura completa - schinieri, scudo, elmetto
e picca - era talmente costosa che solo i pi ricchi potevano
permettersela. Il loro allenamento era rigoroso e i migliori
avevano l'onore di rappresentare le rispettive citt durante
l'annuale competizione olimpica. I loro nomi erano noti a
tutti e le loro imprese celebrate. Gli opliti preferivano un
campo di battaglia piatto, poich avanzavano con un passo
cadenzato, facendo gravare il peso sul piede posteriore (solidamente
piantato nel terreno per sopportare la spinta della
lancia). Subito dietro gli opliti veniva una formazione di fanteria
leggera, gli psiloi, arruolati tra le classi meno abbienti;
gli psiloi erano pagati, ma quando si trattava di combattere
per proteggere le loro case lo facevano con lo stesso ardore
degli opliti. Gli psiloi erano mal armati e facevano affidamento
soprattutto sulla velocit, spingendosi avanti per scagliare
frecce e giavellotti. Infine, ogni citt arruolava un certo numero
di reparti di mercenari, come i famosi frombolieri di
Rodi e di Creta. Costoro scagliavano pietre con la fionda,
esattamente come aveva fatto Davide con il gigante Golia.
Combattevano, e combattevano bene, per chi li pagava.
Ma tra gli opposti schieramenti c'era un'altra, sostanziale
differenza: i Persiani erano una formazione raccogliticcia,
costituita da Medi (Persiani) e dai loro ausiliari provenienti
dalle satrapie indipendenti; gli opliti greci erano invece cittadini
liberi della pi alta nobilt. Le loro falangi avrebbero
ora affrontato i Persiani attraverso una piatta distesa costiera,
delimitata da due paludi.
All'alba del 21 settembre 491 avanti Cristo, dopo che i fuochi
delle sentinelle erano ormai diventati cenere, i sacerdoti
celebrarono i loro riti, chiamando gli spiriti degli antenati
a guardare quello che il nuovo giorno avrebbe portato; poi
offrirono sacrifici agli di del monte Olimpo per chiederne
la benedizione. Gli auspici erano favorevoli. Una doppia
colonna di ateniesi si mise in marcia: in testa gli opliti, seguiti
dai portatori di lancia e dagli arcieri. Si fermarono tra
i due torrentelli, il Charadra e l'Avlona, di fronte ai Persiani
del generale Datis, schierati a circa cinquecento metri
di distanza. I Persiani lanciavano il loro grido di guerra e
battevano sugli scudi creando un rumore spaventoso, che
sommergeva quello del nemico dall'altra parte del campo
di battaglia. Ma l'esercito persiano aveva alle spalle il mare,
uno schieramento non certo favorevole, neppure psicologicamente,
per iniziare una battaglia; era infatti costretto a
vincere, dal momento che l'unica alternativa sarebbe stata
annegare(3).
Molto spesso l'andamento della battaglia era deciso prima
ancora che i combattimenti avessero inizio, ed era dettato
non tanto dalla pianificazione quanto dalla necessit.
Milziade non aveva truppe sufficienti che gli garantissero di
sfondare il centro dello schieramento nemico, e questo port
a un radicale cambiamento nella sua tattica. Poco prima
dell'inizio della battaglia, avendo attentamente studiato la
formazione nemica, temette che i Persiani puntassero contro
il centro e dividessero il suo schieramento, spingendone i
due tronconi verso le paludi. Decise dunque di indebolire la
colonna centrale, riducendone la profondit dalle consuete
otto file a quattro soltanto. Si rendeva conto della rischiosit
di un simile dispiegamento, tuttavia in questo modo aveva
disimpegnato un notevole numero di uomini che sarebbero
andati a rafforzare le ali. Alle ali ordin di ruotare verso l'interno
di un angolo di 45 gradi, formando una linea a ferro di
cavallo, e di non avanzare senza un suo specifico ordine. 
improbabile che fosse pienamente consapevole che si trattava
della formula vincente.
All'alba l'intera regione era immersa nella foschia, tuttavia
quando si udirono i pifferi e i corni da guerra, il sole,
ormai alto, brillava luminoso. I comandanti persiani avevano
schierato le loro truppe in formazione rigida, file e file
multicolori, minacciose nella loro truce bellezza, sormontate
da una distesa di lance scintillanti. Avanzavano lentamente,
compatte, sebbene un attacco frontale contro uno schieramento
di arcieri e frombolieri equivalesse a un suicidio. Gli
arcieri greci erano infatti passati davanti agli opliti e si erano
schierati in una formazione che consentisse loro un rapido
cambiamento di gittata e di angolo di tiro. I Persiani marciavano,
a fianco a fianco, e quando furono a una distanza
di circa duecento metri, gli psiloi rovesciarono su di loro
una gragnola di frecce e di proiettili. In pochi attimi, la devastazione
causata da ogni singolo arciere, che scagliava un
minimo di dieci frecce, fu notevole. Nugoli di frecce si abbattevano
sulle file persiane, spazzando via i Medi e i loro
alleati come se si fosse trattato di foglie secche. I cavalli si
impennavano, gli uomini urlavano e Datis fu privato di gran
parte delle sue truppe migliori gi in questo primo assalto.
Il suo schieramento perse compattezza mentre i soldati si
gettavano avanti alla cieca, direttamente contro i nugoli di
frecce, sforzandosi di restare in piedi nei venti passi seguenti.
La sua colonna si trasform in una linea vulnerabile e
incerta, molto pi estesa di quanto sarebbe stato consigliabile.
Eppure, invece di cercare di serrare i ranghi, ordin di
raddoppiare gli sforzi, ritenendo che la semplice massa umana
avrebbe potuto sfondare la falange di opliti. Per coloro
che seguirono la prima linea, che non aveva retto all'urto,
avanzare divenne una sorta di incubo, perch il terreno era
scivoloso per il sangue e cosparso di cadaveri.
Dopo numerosi tentativi, riuscirono infine a sfondare e si
giunse a un impatto frontale tra una sottile linea greca e una
massa di Persiani urlanti. Nella colonna ateniese si aprirono
varchi, dapprima larghi un palmo, poi un metro, infine pari
a tre uomini. In ogni varco penetrava una travolgente ondata
di Persiani, spinti avanti dal loro stesso slancio. Il centro delloschieramento greco cominci a indietreggiare, incapace di
reggere l'urto dei Persiani, mentre gli eroici opliti si sforzavano
di fare muro con gli scudi e i varchi venivano rapidamente
riempiti dalle riserve. Ripetutamente i Greci dovettero serrare
le fila mentre erano costretti a una lenta ritirata. Migliaia di
piedi calzati di sandali sollevavano grandi nuvole di polvere
che incrostava le ferite sanguinanti, copriva i cadaveri e si
infilava nei polmoni dei combattenti. I guerrieri avanzavano
e indietreggiavano sui petti e sui visi dei caduti, calpestandoli
a morte.
Approfittando dell'indietreggiare dello schieramento greco,
Datis ordin un nuovo attacco. I Persiani avevano messo
in campo truppe fresche e ben presto crearono un profondo
incavo nel centro dello schieramento greco, tuttavia i Greci
resistevano. Sentendo di avere la vittoria a portata di mano,
Datis esort i suoi uomini ad aprire un varco attraverso la
sempre pi assottigliata schiera di opliti. In alcuni punti la
formazione greca era ridotta a una sola linea, tuttavia gli opliti
resistevano e protetti dalla catena di scudi si battevano
con una furia quale i Persiani non avevano mai avuto modo
di sperimentare in tutte le guerre precedenti. I Greci non
avevano alcuna intenzione di cedere. Ogni volta che il loro
schieramento sembrava prossimo allo sfondamento, nuovi
combattenti si facevano avanti, afferrando le lance e gli scudi
dei compagni caduti, per riempire il varco nella muraglia di
muscoli e scudi; pronti a raggrupparsi nuovamente, scudo
contro scudo, con le lance saldamente ancorate al suolo. In
questo modo lasciavano che i nemici si facessero avanti per
morire sulla punta delle loro picche. Tuttavia, per quanto
grande, non c'era eroismo individuale in grado di fermare
le crescenti difficolt del centro. Le loro membra esauste e
i corpi sfiniti riuscivano a stento a reggere la lancia o la spada,
il loro respiro si fece affannoso, i loro occhi accecati dal
sudore. La battaglia continuava, mentre i corpi dei caduti,
greci e persiani, coprivano il campo di battaglia. I Greci continuavano
a cedere terreno.
Milziade, che mostrava un grande coraggio personale,
aveva messo a punto un piano audace ed era intenzionato
a seguirlo, non consentendo che il nemico lo attaccasse sui
fianchi dello schieramento. Comprese che al centro non c'era
scampo e affront la situazione con grande sangue freddo. Il
momento culminante della battaglia era ormai vicino.
Callimaco, che fino a quel momento aveva resistito eroicamente
al centro, corse ad assumere il comando dell'ala
destra, mentre Milziade guidava l'ala sinistra: una decisione
audace nel momento in cui il centro era sul punto di cedere.
Ma questo cre una trappola diabolica: mentre il centro
dello schieramento ateniese si era allungato e la sua calcolata
ritirata aveva risucchiato un numero sempre maggiore di
nemici, le rafforzate ali greche muovevano verso il centro,
causando un doppio accerchiamento della sacca persiana.
Quando sono impegnati corpo a corpo in uno scontro
mortale, gli uomini non guardano mai che cosa accade di
lato o alle loro spalle; tutta la loro attenzione  concentrata
sul nemico che hanno di fronte. Ed era esattamente quello
che facevano i Persiani. Non erano mai stati tanto vicini alla
vittoria quando improvvisamente le rafforzate ali greche si
dispiegarono in quello che divenne un secondo, letale attacco:
lanciando il loro grido di guerra, Zeus, si precipitarono
contro i fianchi sguarniti dei Medi ammassati all'interno della
sacca. Una volta che la prima falange ebbe fatto irruzione,
fu seguita da tutte le altre, mentre la loro furia, a lungo
repressa, per scatenarsi non aveva certo bisogno di ordini.
Questo improvviso attacco, sferrato dai Greci contro i loro
fianchi, colse i Persiani completamente di sorpresa fermandone
l'avanzata. Con furia folle i reparti greci si aprivano la
strada attraverso le file persiane colpendo a destra e a manca,
in un massacro senza quartiere. I cadaveri dei Persiani si
ammucchiavano sempre pi numerosi sul campo di battaglia
mentre le ali greche rapidamente stringevano la morsa.
Quando stava per chiudersi completamente, un contingente
di cavalieri persiani si fece avanti nel tentativo di spezzare
l'accerchiamento, ma i loro cavalli caddero trafitti dalle lance
della falange greca. I cavalieri si diedero alla fuga.
Il disperato tentativo di Datis di salvare la sua fanteria non
aveva portato a nulla. Nel giro di pochi minuti il suo esercito
fu circondato da tre lati e sepolto sotto una valanga di proiettili;
la via di scampo era una soltanto: verso la riva, ma oltre
la riva c'era il mare. Malconci e sconvolti, i Persiani si ritirarono
mentre schiere sempre pi numerose di opliti, armati di
tutto punto, li accerchiavano facendoli a pezzi. Ben presto la
riva fu inzuppata del sangue di migliaia di uomini. Milziade
e Callimaco erano nel bel mezzo della mischia, combattendo
a fianco dei loro soldati pi valorosi, incalzando quel che
restava dell'esercito nemico verso il mare e l'inevitabile morte
per annegamento. Nel corso dell'ultimo assalto al limite
delle onde, Callimaco fu colpito: non sopravvisse per vedere
la schiacciante vittoria greca. Fu cos anche per molti Persiani.
Gettate le armi, si buttarono in acqua nel tentativo di
raggiungere le loro navi, che nel frattempo avevano levato
l'ancora salpando verso il mare aperto e abbandonando i
compagni alla schiavit, o alla morte. Datis perse pi uomini
in quegli ultimi istanti che nel corso dell'intera battaglia: sulla
spiaggia rimasero 6.400 morti. E per giorni e giorni il mare
avrebbe continuato a gettare cadaveri sulla riva.
Mentre la flotta di Datis si allontanava indisturbata da
Maratona, dal monte Pentelico fu lanciato un segnale luminoso.
In seguito, coloro che lo videro ipotizzarono che
provenisse da un greco rinnegato, che invitava Datis a unirsi
a un'insurrezione preparata da coloro che, ad Atene, si opponevano
alla democrazia. Ma l'insurrezione non avvenne
mai: non appena giunse la notizia della vittoria, i golpisti
compresero che la ribellione non aveva nessuna possibilit
di successo, convinzione che si rafforz soprattutto quando
si apprese che un forte esercito spartano era in marcia per
proteggere la citt. Non c'era dubbio: gli Spartani avrebbero
fatto piazza pulita dei ribelli. E fu davvero una fortuna che
nessuno abbia mai scoperto chi aveva lanciato il segnale. Se
cos fosse stato, sarebbe potuta scoppiare una guerra civile.
Quella stessa sera un forte contingente spartano raggiunse
il campo di battaglia di Maratona e lo trov cosparso di cadaveri,
mentre gli avvoltoi banchettavano con i resti dell'armata
persiana. Non c'era pi anima viva: i Persiani erano
morti e gli ateniesi erano accorsi a difendere la loro citt
dopo aver dato un'onorevole sepoltura, in una fossa comune,
ai compagni caduti. Milziade e i suoi ateniesi non indugiarono
per celebrare la vittoria: ci sarebbe stato tempo in
seguito, quando generazioni e generazioni avrebbero cantato
le lodi di quell'incredibile momento(4).
L'esercito di Dario era giunto con l'intenzione di infliggere
un colpo mortale e invece era stato respinto. Con un
doppio accerchiamento, probabilmente causato accidentalmente
dalla dinamica della battaglia, ma che sarebbe stato
ricordato come un esempio di tattica militare, un grande
esercito persiano era stato sconfitto nel suo stesso elemento:
una battaglia di terra.
Maratona fu il brillante prologo di un epico dramma(5).
Nell'epoca dei padri della storia, Erodoto e Tucidide, Maratona
costituisce una pietra miliare nella storiografia militare:
per la prima volta, le leggende e le cronache bibliche
del passato lasciarono infatti il posto a una seria narrazione
storica. Eppure,  probabile che anche Maratona sarebbe
diventata una delle tante battaglie dimenticate se non ci fosse
stata la strabiliante impresa di un uomo. Ancora imbrattato
di sangue, il nobile Fidippide corse i 42,5 chilometri che separavano
Maratona da Atene(6) per annunciare: Nenikikamen!
- La vittoria  nostra!.
Dopodich stramazz, stroncato dalla perdita di sangue
e dalla fatica.
E fu proprio questo episodio collaterale che rese immortale
la battaglia di Maratona.
La battaglia di Maratona costituisce un enigma storico.
Il doppio accerchiamento, che port all'annientamento
dell'esercito persiano, avvenne di proposito o accidentalmente?
 questo il punto controverso su cui gli storici continuano
a discutere.
 indubbio tuttavia che Milziade abbia dato prova di possedere
le qualit di un grande leader: con il suo coraggio e
la sua prontezza seppe adattarsi a ogni situazione. Non solo,
ma la sua forza di carattere serv da esempio e costrinse i suoi
uomini a non cedere, a resistere con le unghie e con i denti.
Milziade ferm i Persiani alla porta dell'Occidente.
Maratona fu il primo vagito dell'Europa.
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...
Note.
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1. Erodoto, Le storie (IV).
2. Ibid.
3. G. Rawlinson, History o/Herodotus, London 1880.
4.  su questi resoconti, che risalgono a molti anni dopo la battaglia, che gli storici contemporanei basarono la loro analisi.
5. The Cambridge Ancient History e J.F.C. Fuller, Battles of th Western World.
6. I moderni maratoneti, che si allenano per anni e corrono con equipaggiamento leggero, impiegano due ore e dieci minuti, ma probabilmente Fidippide impieg sei o sette ore.
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CAPITOLO 4.
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LE PORTE DELL'INFERNO.
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Termopili, 9 agosto 480 avanti Cristo.
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Straniero che passi da queste parti, va' a dire agli Spartani che noi qui giacciamo, ubbidienti alle nostre leggi.
Epitaffio di Simonide, inciso sulla stele che commemora il massacro delle Termopili, Quinto secolo avanti Cristo.
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Ancora una volta, nelle imprese di noi greci ecco un singolare esempio di audacia e determinazione, ciascuna portata al massimo grado, ed entrambe unite nella stessa persona...(1).
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Se mai una simile persona  esistita, non c' dubbio che si tratt di Leonida, re di Sparta. Infatti, non ebbe soltanto il coraggio fisico di far fronte a un nemico infinitamente pi forte, ma diede prova del coraggio morale di assumersi la responsabilit della vita, o della morte, dei suoi uomini. E una volta presa la sua decisione, Leonida vi si attenne, a qualunque costo. La resistenza dei Trecento Spartiati al passo delle Termopili resta un'epica azione di retroguardia, la pi eroica di tutti i tempi, monumento al coraggio fisico e alla tenacia.
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Dopo la morte di re Dario, suo figlio Xshayarshan, o meglio, per usare il nome con cui poi divenne noto, Serse (485-465 avanti Cristo) prese il potere non appena ebbe eliminato tutti i fratelli che come lui aspiravano al trono persiano. Sal dunque la scala sanguinosa che lo port al trono, poi si accinse a realizzare il suo grandioso progetto: distruggere la Grecia e acquisire il controllo assoluto sulle rotte commerciali dell'Egeo e del Mediterraneo.
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Il re di Persia fu spinto dagli di a commettere un errore fatale dando inizio alla seconda guerra persiana(2). Di o non di, Serse invi ambasciatori in tutte le citt-stato greche (fatta eccezione per Sparta e Atene), chiedendo che gli fosse inviata un'urna di terra e una brocca d'acqua, in segno di  sottomissione. E quando gli fu rifiutata, chiam a raccolta i suoi satrapi chiedendo loro di fornirgli uomini e armi. Secondo quanto afferma il padre
della storiografia, il greco Erodoto, l'esercito di Serse superava i due milioni di uomini; stime recenti calcolano che si trattasse semplicemente di circa duecentomila uomini: una cifra comunque formidabile per quel tempo.
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Anche le forze navali erano altrettanto imponenti, dal momento che erano costituite da tremila navi da carico e milleduecentosette navi da guerra. Secondo il piano di Serse, l'invasione della Grecia richiedeva di sbarcare sulla costa europea attraversando l'Ellesponto. Ordin dunque la costruzione di due giganteschi ponti di barche, uno di trecentoquattordici navi e l'altro di trecentosessanta, legate le une alle altre con sei corde di lino grandi quanto un braccio e coperte con solide assi di legno per consentire il passaggio delle molte migliaia di carri da guerra e di cavalieri. Nell'inverno del 481 avanti Cristo Serse trasfer la corte a Therma (Salonicco). La sua immensa macchina da guerra era pronta a entrare in azione.
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La notizia giunse senza alcun preavviso: una grande armata persiana aveva attraversato l'Ellesponto, aveva gi invaso
la Tracia e la Macedonia e ora si stava velocemente avvicinando
ai confini dell'Ellade. Con il tipico atteggiamento del
ciascuno per s, la Tessaglia aveva rapidamente cambiato
bandiera ed era passata dalla parte dell'invasore. I Greci,
come sempre impelagati nelle loro dispute interne e incapaci
di trovare un accordo su chi dovesse combattere e chi
dovesse comandare, reagirono timidamente inviando sul
confine settentrionale un contingente di diecimila uomini,
arruolato in tutta fretta perch fermasse i Persiani a Tempe.
Ma quando parte dell'esercito persiano tent di aggirarli, i
Greci fecero dietrofront e se la diedero a gambe. Un'azione
vergognosa, gridarono gli esponenti della vecchia generazione
che audacemente aveva fermato le truppe persiane a
Maratona. Meglio rischiare la sconfitta che macchiarsi di un
simile atto di codardia: fuggire davanti al nemico! Le mogli,
che avevano inghirlandato i mariti incitandoli a spargere il
sangue dei nemici cos da proteggere i focolari e le culle, ora
sputavano loro in faccia e si rifiutavano di accoglierli nel proprio
letto. Pertanto, a unire i Greci non fu il pericolo causato
dalla dbcle militare di Tempe, per quanto ignobile potesse
essere stata, ma piuttosto la violenta reazione da parte delle
mogli e delle madri. Dai profughi avevano udito i racconti
delle atrocit perpetrate dai Persiani: le madri parlavano di
stupri, di come le loro giovani figlie fossero state portate via
per essere vendute nei bordelli e di come i ragazzi fossero
stati castrati e trasformati in eunuchi. Le donne di Grecia
erano fermamente decise: se i loro uomini non avevano il
coraggio di difenderle da simili oltraggi, avrebbero creato
battaglioni di amazzoni e si sarebbero difese da sole. Una
loro delegazione affront il polemarco. Ed ebbe successo. La
vergogna spinse gli uomini greci ad agire; era in gioco il loro
onore e l'onore della Grecia.
Emissari si recarono in tutte le citt-stato per convocare
un'assemblea dei vari clan, e fu durante questa assemblea
che le donne riuscirono a strappare la promessa di radunare
immediatamente cinque morai, vale a dire cinquemila opliti
oltre ai rispettivi scudieri. Non era certo un gran esercito per
fronteggiare le centinaia di migliaia di guerrieri persiani, ma
doveva bastare quanto meno finch non fosse stato possibile
arruolare e armare un numero maggiore di soldati. Il Consiglio
degli Anziani si rec a Delfi per interrogare l'oracolo:
Affrontateli al confine ultimo della terra. Per i Greci, il
confine ultimo della terra era il territorio che si estendeva
oltre le vette pi alte. Dopo aver ascoltato i saggi e i guerrieri
ormai brizzolati, gli Anziani si accordarono per una localit
dove anche un contingente relativamente piccolo aveva
buone possibilit di fermare, o almeno di rallentare, un esercito
di proporzioni decisamente superiori: le tre Porte delle
Termopili. Serse avrebbe necessariamente percorso l'unica
strada costiera che portava ad Atene e il posto pi favorevole
per tentare di ritardarne l'avanzata era una strozzatura tra la
montagna e il mare, il Passo delle Termopili, chiamato cos a
causa di una sorgente calda che si diceva fosse in grado di rimarginare
le ferite. Il compito di fermare l'avanzata persiana
via terra fu affidato al pi grande guerriero del suo tempo,
Leonida, re di Sparta, della famiglia degli Agiadi.
Fu messo a punto un piano completo di difesa, piano
che richiedeva la partecipazione di tutte le forze disponibili.
Una flotta da guerra composta da trecentoventiquattro triremi
ateniesi e spartane avrebbe dovuto bloccare gli stretti
di Artemisium e di Andros per impedire alle navi persiane
di attaccare di fianco le truppe che difendevano le Termopili.
Rispetto all'imponente schieramento persiano, le forze
di terra messe in campo dai Greci erano penosamente
esigue. La Confederazione Panellenica forn sette morai, un
contingente misto composto di Tespiesi, Focesi e Spartani,
complessivamente da sette a ottomila opliti. In quello che
doveva diventare un esempio eterno di valor militare, guidati
dai Trecento Spartiati (i cittadini cui spettava
l'onore/dovere di portare le armi) fedeli al loro motto
Conquistare o morire!, questi uomini ricevettero l'ordine di
fermare i duecentomila fanti, cavalieri e ausiliari del Gran Re Serse.
In realt il Passo delle Termopili era costituito da tre stretti
passaggi, noti come Porta Occidentale, Porta Centrale e
Porta Orientale. Imbottigliato tra le montagne, il nemico
non avrebbe potuto sfruttare la sua superiorit numerica.
Leonida concentr le sue truppe su un'altura che si innalzava
subito al di l di una gola di fronte al Muro Focese della
Porta Centrale. Anni prima i Focesi avevano infatti costruito
un muro di pietra, pi per farsi pagare un pedaggio che
per effettivi scopi di difesa. Questo muro arrivava soltanto
all'altezza del petto, ma, difeso da uomini disposti a morire,
il passo diventava pressoch imprendibile. Tuttavia, si sa che
ogni fortezza ha un punto debole, la chiave che apre la sua
porta. Ed era cos anche alle Termopili: un sentiero di montagna,
chiamato Pista Anopea, le aggirava. Il sentiero risaliva
la gola del fiume Asopo, costeggiando le cittadelle di Trachis
ed Et, poi serpeggiava lungo i ripidi e rocciosi pendi settentrionali
dei monti Et e Callidromos, prima di puntare verso
il mare e raggiungere la strada costiera tra la Porta Centrale
e quella Orientale. Disgraziatamente, il re spartano non era
al corrente della sua esistenza. In realt, soltanto pochissimi
lo erano; il sentiero era infatti usato in primavera dai pastori
locali per portare al pascolo le greggi.
Per proteggere lateralmente la Porta Centrale, Leonida
schier un reparto di mille Focesi, armati sommariamente,
nei pressi della cittadella di Trachis. Da quella parte il rischio
di un attacco era assai ridotto e i mille dovevano bloccare
eventuali pattuglie nemiche in avanscoperta o incursioni minori,
poich non era assolutamente previsto che dovessero
fermare un attacco in forze da parte delle truppe persiane.
Serse entr nella Piana di Malia (nota anche come Piana
di Trachis), una distesa erbosa punteggiata di greggi di
pecore. Di l la strada saliva verso le alture delle Termopili,
dove i Greci avevano preso posizione per sbarrargli il passo.
Il Gran Re fece accampare le sue truppe bene in vista dei
Greci, nella speranza che il semplice dispiegamento di un
esercito tanto gigantesco li terrorizzasse inducendoli a fuggire
come era gi accaduto a Tempe. Questa volta per le cose
andarono diversamente.
Dalla cima delle Termopili, la pianura appariva letteralmente
coperta di tende e di fuochi di bivacco. Il gigantesco
accampamento era diviso in settori, ciascuno riservato a un
gruppo etnico: Assiri, Babilonesi, Medi, Carii, Armeni, Arabi,
Illiri, Lidi, Battriani, Egizi. In Asia, c'era forse un solo
popolo che Serse non avesse schierato contro la Grecia?(3).
Leonida ne fu colpito: neppure i Titani avrebbero potuto
gareggiare con l'esercito persiano in fatto di splendore e dimensioni.
Sulla vasta pianura i Persiani sembravano pupazzi,
ma pupazzi sbucati direttamente dall'Ade. Ogni trib, ogni
satrapia schierava i propri reparti e ogni reparto sfoggiava
colori diversi; le truppe marciavano creando pennellate di
rosso, blu, giallo e porpora. I loro comandanti si distinguevano
grazie alle corazze di lucido metallo; i soldati semplici non
portavano altra protezione oltre i giustacuori di cuoio. Facevano
eccezione i Diecimila Immortali, il corpo di lite del
Gran Re, con le loro splendenti armature a scaglia di pesce.
Sulla Pianura Maliaca un sentiero ben illuminato portava
a una magnifica tenda, davanti alla quale si innalzava uno
splendido trono, quello di sua maest Serse, figlio di Dario,
re dei re e padrone di tutte le terre. Il suo splendore era il
frutto di anni di saccheggi in gran parte dell'Asia. E presto
sarebbe toccato alla Grecia!
Leonida sapeva anche troppo bene che tra i due eserciti la
differenza fondamentale non era costituita dagli armamenti;
la differenza era di tipo psicologico. Come apparivano diversi
i suoi opliti: vestiti sobriamente, ma armati in modo pi completo
e con il corpo rivestito dall'armatura che arrivava fino
alle gambe, ricoperte di schinieri di bronzo(4). I loro aspides
(scudi) erano di quercia massiccia rinforzata di lucido metallo e la loro arma principale era una lancia lunga quasi quattro
metri, la sarissa, che gi durante la battaglia di Maratona aveva
dimostrato la propria efficacia. Ogni cittadino-guerriero,
appartenente cio alla casta degli spartiati, era accompagnato
da un ilota che gli faceva da scudiero e liberava il suo padrone,
il nobile omoios, dalla necessit di finire il nemico con la
spada o il pugnale. Un ilota doveva curare le ferite del padrone
e, dopo la vittoria, prendere la mazza e uccidere il nemico
ferito. Dietro questo formidabile muro di scudi c'erano poi
gli arcieri, dotati di dozzine di frecce dalla punta di bronzo,
che venivano conficcate nel terreno per essere a portata di
mano. Alle loro spalle erano schierate le riserve pronte a colmare i buchi.
.
Da una parte c'erano i settemila Spartani di Leonida, dall'altra
molte centinaia di migliaia di Persiani: poteva sembrare
una causa persa, ma non era cos. L'accesso al passo
faceva da imbuto, poich l'ampia imboccatura diventava
strettissima nel punto critico. Non c'era spazio sufficiente
a schierare oltre dieci dozzine di guerrieri in formazione
di attacco frontale, di certo non c'era alcuna possibilit di
lanciare contemporaneamente decine di migliaia di uomini.
Leonida avrebbe voluto avere qualche migliaio di soldati in
pi; era certo che se avesse potuto disporre di un reparto
aggiuntivo di soli cinquemila opliti, come gli era stato promesso,
i Persiani non avrebbero mai superato le Termopili,
perch in parit numerica non erano avversari degni degli
opliti greci. Per contrastare il primo urto, Leonida decise
di impiegare i Tespiesi e gli Arcadi; gli Spartani li avrebbe
tenuti come rincalzi, pronti a prendere il posto dei caduti.
Molto pi indietro schier le riserve costituite da guerrieri
di Micene e della Fliasia.
Per tre giorni i due schieramenti rimasero fermi, studiandosi
a vicenda. I difensori avevano poca voglia di parlare;
gli occhi dei guerrieri erano fissi nel vuoto, la loro mente
assorta nell'attesa della battaglia che presto sarebbe iniziata.
Il quarto giorno Serse invi un messo: recava a Leonida l'ordine
di deporre le armi. Venga a prendersele fu la brusca
risposta dello spartano, una risposta che infuri a tal punto
il re persiano da fargli decidere di ordinare immediatamente
l'attacco. Masse di Persiani e di guerrieri delle varie satrapie
si schierarono nella terra di nessuno, in attesa di lanciarsi
all'attacco. Il segnale fu dato da un corno d'argento.
Gli uomini a difesa del passo udirono un lontano suono di
tromba, poi un fragore che faceva vibrare il terreno. Prima
che le truppe persiane si avvicinassero Leonida celebr lo
spaghia, il consueto sacrificio alla dea Artemide, trafiggendo
con la spada la gola di una capra, che teneva stretta tra le
ginocchia. Il sangue sgorg dalla gola dell'animale e macchi
la tunica del re. Fu il primo sangue sparso nella battaglia
delle Termopili. Tutti sapevano che ci sarebbe stato molto
altro sangue.
L'esercito persiano, il cui schieramento era lungo mille
uomini e profondo dieci, avanzava risalendo il pendio. A
mano a mano che la vallata si restringeva, i ranghi venivano
compressi, facendo s che una massa di uomini si spintonasse
confusamente senza alcuna possibilit di movimento laterale.
A sferrare il primo assalto furono gli arcieri medi che si lanciarono
davanti al grosso dell'esercito per scagliare nugoli di
frecce contro i Greci; tuttavia, poich dietro il muro di scudi
che proteggeva i soldati greci facevano capolino soltanto gli
elmi piumati dotati di una stretta fessura in corrispondenza
degli occhi, gli uomini di Leonida non subirono alcun danno.
Il muro di bronzo era costituito dagli scudi dei soldati
della prima fila, che stavano stretti gli uni agli altri cos da
formare un blocco compatto; la seconda fila teneva invece
gli scudi in posizione orizzontale, come un tetto, in modo
da proteggere se stessa e la fila anteriore dalle frecce, che
andavano cos a spezzarsi contro il bronzo. Le lunghe picche
dei Tespiesi, solidamente conficcate nel terreno, costituivano
una foresta di punte ferrate contro cui si infrangeva l'avanzata
nemica. E fu proprio contro questo solido muro costituito
dagli scudi e dai corpi degli opliti tespiesi, ben protetti
da robuste corazze, che si gettarono migliaia di attaccanti,
spintonandosi e ostacolandosi l'un l'altro in quello spazio
angusto. Vittoria a Serse! fu l'immediata risposta al grido
di guerra dei Greci che invocavano: Zeus vincitore!.
Il contatto iniziale si risolse in un grande scontro che rimbomb
lungo i fianchi della montagna non appena i piccoli
scudi, rivestiti di cuoio, dei Medi cozzarono contro i solidi
scudi di quercia e bronzo dei Tespiesi. Poi una nuvola di
polvere oscur ogni cosa, lasciando intravedere soltanto le
punte scintillanti delle lance. I Medi, il cui compito principale
era sferrare un attacco fulmineo sotto la protezione
di un diluvio di frecce, erano armati per colpire in velocit,
non per sostenere un impatto. Avanzare compatti e scagliare
le corte lance da una distanza di una ventina di metri di
solito era sufficiente a mettere in fuga il nemico. Ma questa
volta non ebbero speranza: morirono trafitti dalle lance dei
Tespiesi.
Altri soldati persiani furono gettati nella mischia; arrivavano
a centinaia, in formazioni che mettevano in campo
cento uomini in lunghezza e quaranta in profondit; ma la
pressione esercitata dai compagni che stavano alle loro spalle
era cos forte da spingerli contro le picche dei Tespiesi e
degli Arcadi. Mucchi di cadaveri cominciarono a formarsi
davanti al muro di scudi, corpi con il ventre squarciato e le
membra a pezzi giacevano qua e l. Coloro che cercavano di
indietreggiare venivano maciullati dalle asce dei loro stessi
sorveglianti, che uccidevano i codardi per impedire ad
altri di scappare. Ogniqualvolta una carica veniva respinta,
non si faceva alcun tentativo di soccorrere i feriti o di sgombrare
il campo dai cadaveri per facilitare l'avanzata dell'ondata
successiva.
L'allenamento e la disciplina dei Greci stava volgendo la
situazione in loro favore. Con coraggio e grande spirito di
sacrificio gli opliti resistevano protetti dal muro di scudi, respingendo
ogni nuovo attacco. Gli iloti trascinavano i feriti al
riparo dietro la falange, mentre guerrieri freschi prendevano
il posto dei caduti rafforzando i ranghi e la muraglia di scudi.
Contro questo muro di bronzo si infransero ondate su ondate
di Persiani, fatti a pezzi da lance e spade. Ogni tentativo
si trasformava in una carneficina, a tal punto che davanti ai
promachoi greci, la prima fila, si form un nuovo muro, fatto
con i corpi dei nemici. Gli attaccanti delle ondate successive
dovettero dunque salire su centinaia di cadaveri per arrivare
a contatto con il nemico. Davanti alle porte dell'inferno, i
Greci sembravano posseduti da furore divino; il loro odio
nei confronti dell'invasore si traduceva in atti di crudelt e
barbarie prima inimmaginabili. In quella lotta senza quartiere,
i corpi diventavano armi; spinta e peso spesso risultavano
decisivi. Persino le dita si trasformavano in artigli letali. La
gola divenne il teatro di una tragedia greca, in cui andava in
scena la Morte e regnava soltanto la confusione. Dopo ogni
nuovo assalto, gli iloti si aggiravano tra le centinaia di feriti
che chiedevano aiuto. Ma non c'era misericordia, solo morte.
Sempre pi numerosi erano infatti i Persiani che perdevano
la vita trafitti dalle lance greche; i Medi, decimati, si ritiravano,
finendo per restare inestricabilmente intrappolati in
mezzo alle nuove ondate di attaccanti. Gli arcieri greci erano
schierati al riparo del muro focese e le loro frecce volavano
in alto per conficcarsi con spaventosa velocit nella carne
dei soldati persiani che avanzavano. A causa della tremenda
pressione esercitata dai reparti posteriori, ogni ondata finiva
per essere gettata contro il muro di scudi e fatta a pezzi dalle
lance e dalle frecce. E se un reparto riusciva ad avanzare, immediatamente
schiere di Micenei saltavano sul muro focese
e gli si gettavano contro, fracassando elmi e teste. Nei brevi
attimi di tregua, giovinetti correvano qua e l con borracce
piene di vino o dell'acqua che attingevano alla sorgente che
sgorgava oltre il muro focese, mentre gli iloti si aggiravano
tra i caduti raccogliendo le frecce. Quando i guerrieri che
formavano la muraglia umana erano ormai esausti o avevano
subito troppe perdite, al loro posto venivano schierate truppe fresche; a quel punto i guerrieri sfiniti potevano finalmente
godere di qualche istante di riposo. A tempo debito, una
falange di Spartani avanz a pi fermo, al suono dei flauti.
E nuovo sangue sgorg dalle ferite tanto che il terreno arido
delle Termopili si trasform in fango rossastro.
Quel giorno vennero sferrati una dozzina di attacchi, finch
al cadere della notte una parte dell'avanguardia di Serse
era stata praticamente annientata.
Infine i Persiani, avendo compreso che tutti i loro sforzi per superare
la gola non avevano portato a nulla e che, sia che l'attacco
avvenisse per reparti sia in qualsiasi altro modo, non avevano successo,
si ritirarono nel loro accampamento. Si dice che, nel corso
di questi assalti, Serse, che osservava l'andamento della battaglia,
per tre volte sia balzato dal trono colto da terrore per quanto stava
accadendo al suo esercito.
Il giorno seguente Serse ordin di riprendere il combattimento,
ma non ebbe maggior successo. I Greci erano cos pochi che i
Persiani speravano che ben presto la fatica e le ferite li avrebbero
sfiniti. Ma i Greci resistevano risolutamente, schierati in reparti a
seconda della citt di appartenenza, e a turno fronteggiavano l'attacco
persiano. Il sangue macchiava le loro braccia e i loro petti,
gli scudi grondavano sangue e l'acciaio delle spade ne era arrossato.
Quando i Persiani scoprirono che non c'era differenza tra
quella giornata e la precedente, si ritirarono nuovamente nel loro
accampamento(5).
Nonostante la schiacciante superiorit numerica, in ragione
di trenta, quaranta, talvolta addirittura cinquanta a uno,
e il coraggio cieco di cui diedero prova alcuni reggimenti
medi, l'attacco si infranse davanti al muro focese e molti comandanti
persiani non videro altra alternativa se non ritirare
i propri reparti. E dunque per due giorni l'immenso esercito
di Serse cerc di sfondare lo schieramento greco e per due
giorni fu respinto, con gravi perdite. Ma anche i Greci
subirono pesanti perdite. Leonida stava sacrificando il fior fiore
dei guerrieri dell'Ellade, tuttavia non aveva alternativa, se
doveva rallentare l'avanzata persiana per dar tempo al resto
della Grecia di organizzarsi: era quello il suo compito e cos
avrebbe fatto.
Mentre per terra si combatteva questa decisiva battaglia,
per mare, al largo di Capo Artemisium, la flotta di Serse si
scontrava con quella greca. Le navi da guerra persiane cercavano
di aprire un varco per consentire alle navi che trasportavano
le truppe di aggirare lo schieramento di Leonida, e
i marinai greci facevano di tutto per impedirlo. In realt, i
Persiani avevano troppe navi perch il risultato dello scontro
potesse essere incerto, tuttavia la fortuna venne in aiuto dei
Greci. Una tempesta mise fine alla battaglia, e la flotta greca
ebbe modo di fuggire lungo il canale dell'Eubea e poi nella
baia di Eleusi, andando infine a gettare l'ancora al riparo
dell'isola di Salamina.
La battaglia navale di Capo Artemisium fu considerata
una vittoria persiana, ma insegn qualcosa di estremamente
importante a un ammiraglio greco, l'ateniese Temistocle, che
ebbe modo di scoprire il punto debole nella tattica navale
dell'avversario. I Persiani avevano dato battaglia senza una
strategia globale, fidando interamente sullo sforzo di migliaia
di remi che facevano avanzare centinaia di navi da guerra.
Temistocle comprese cos che se si fosse riusciti a convogliare
un simile attacco verso il braccio di mare che separava
dalla costa una delle tante isole dell'Egeo, una situazione in
cui la manovrabilit era tutto e i numeri contavano poco, i
Greci avrebbero avuto buone possibilit di fermare il nemico,
persino di sconfiggerlo.
Alle Termopili, per i difensori della Porta Centrale la giornata
successiva fu altrettanto difficile. Quel giorno, a formare
la muraglia di scudi erano gli Spartani. Innanzi tutto respinsero
un attacco della cavalleria battriana. La prima fila di
opliti spartani si inginocchi e conficc nel terreno il fondo
delle lunghe sarisse, angolandole verso gli occhi dei cavalli.
Le tre file successive tenevano alte le lance, con la punta al
di sopra delle teste degli opliti inginocchiati. In questo modo
il nemico si trovava di fronte un muro di punte acuminate,
contro cui i cavalli battriani non avevano scampo. Alcuni
cavalieri riuscirono tuttavia ad avvicinarsi e a massacrare
parecchi Greci della prima fila, ma gli opliti schierati alle
loro spalle tennero duro e disarcionarono i cavalieri. I Greci
lanciarono grida di trionfo e l'esultanza si diffuse in tutto lo
schieramento. Dopo l'assalto della cavalleria battriana si fece
avanti la fanteria di Serse e gran parte degli scontri furono
caratterizzati da furiosi corpo a corpo. Due Medi sbucarono
sul fianco di Leonida, brandendo l'ascia. Ma gli arcieri
spartani furono pronti a reagire. Uno dei due Medi mor
all'istante, l'altro riusc a chinarsi velocemente e la freccia gli
trapass la spalla. Barcoll, finch un'altra freccia si conficc
nella sua armatura a scaglie come se fosse stata di panno e
non di metallo. Quel giorno i Medi sferrarono una dozzina
di attacchi e ogni volta il loro impeto si infranse contro gli
scudi e le lance come un'onda su una costa rocciosa.
Serse era furioso per il vergognoso insuccesso dei suoi
generali. Infatti anche tutti gli attacchi successivi non portarono
a nulla. Per di pi, quella che il primo giorno era stata
una carica furibonda, cominci a perdere slancio, e questo
demoralizz i soldati. Come se non bastasse, un certo numero
di generali, quelli che Sua Maest considerava incapaci
o colpevoli di essersi battuti con scarso coraggio, persero la
testa sotto la mannaia del boia.
Mentre Serse meditava sul da farsi, un uomo dall'aspetto
cencioso fu trascinato davanti alla sua augusta persona; costui
disse di chiamarsi Efialte di Malis, il villaggio che aveva
dato il nome alla Pianura Maliaca. Di quest'uomo si sa assai
poco. I Greci dell'epoca lo nominavano con il massimo disprezzo,
sottolineando come questo Efialte avesse commesso
il tradimento pi vile: in cambio di un sacchetto di monete
d'oro si era offerto di guidare un reparto persiano lungo un
sentiero segreto che avrebbe consentito di aggirare i difensori
greci. Da parte sua, Serse non aveva nulla da perdere.
Ordin dunque ai suoi Immortali, al comando di Oronte e
Idarne, di intraprendere la marcia attraverso la montagna
e di piombare alle spalle di Leonida. E fu proprio a causa
di questa marcia decisiva che il sentiero di Anopea divenne
noto come Sentiero degli Immortali.
Parecchie migliaia di uomini armati di tutto punto si misero
in marcia subito dopo il calar del sole, guidati soltanto
da uno spicchio di luna, mentre ogni suono, anche il pi
piccolo, appariva ingigantito. Gli Immortali trovavano la
strada semplicemente seguendo il rumore dei passi di coloro
che li precedevano; molti inciampavano in radici affioranti
e allora le imprecazioni rompevano l'auto-imposto silenzio,
un silenzio necessario poich il greco aveva detto loro che
un reparto di Focesi bloccava la gola. Attraversarono il fiume
Asopo senza incontrare difficolt. Prima del sorgere del
sole scorsero il distaccamento focese, che bloccava l'ingresso
della stretta gola sottostante. Ci fu una breve scaramuccia,
in cui furono uccisi soltanto alcuni Focesi, ma tutti i loro
compagni si lasciarono prendere dal panico e si diedero alla
fuga; due ebbero per la presenza di spirito di correre ad
avvertire Leonida.
Dalla gola dell'Asopo, quel sentiero da capre si arrampicava
su per l'accidentato pendio del monte Callidromos,
attraverso gole e burroni, fino allo spartiacque, per poi scendere
bruscamente sull'altro versante. Dopo una breve sosta
nell'ora pi calda, gli Immortali giunsero sulla sommit di
un'altura. In lontananza potevano vedere la strada costiera
che dalla Porta Orientale portava a quella Centrale. A quel
punto, l'avido Efialte si inchin e chiese l'oro pattuito. Ma
il generale Oronte, che condivideva i nobili sentimenti degli
eroi greci, prov un tale disgusto per il vile tradimento di
quell'uomo spregevole che, impugnata la spada scintillante,
gli tagli la testa. La testa di un uomo avido, che per un sacchetto
di monete d'oro aveva venduto il suo re, rotol nella
polvere come una palla informe.
In serata, gli Immortali udirono un rombo di tuono provenire
dalla direzione del Passo delle Termopili, mentre lampi
attraversavano il cielo. Si trattava di un presagio, ma che
presagio? Favorevole o infausto? In effetti, il fulmine aveva
colpito il muro focese nel momento in cui i primi Persiani
avevano raggiunto l'ultimo sbarramento, iniziando ad abbatterlo.
Zeus aveva parlato!
Fin dalle prime ore del mattino il fragore della battaglia
era stato incessante. Intanto, la flotta persiana era finalmente
entrata nello stretto di Artemisium, dove i Greci avevano lasciato
una flottiglia di retroguardia composta da due dozzine
di triremi. Sul mare galleggiavano ora travi e frammenti di
legno, quel che restava delle navi affondate.
Sulle alture delle Termopili la carneficina era invece pi
cruenta che mai. Entrambi gli schieramenti ebbero gravi
perdite, ma i Persiani persero molti pi uomini degli eroici
spartani e dei loro alleati. Serse aveva gettato nella mischia
tutti i reparti di cui disponeva nel tentativo di spezzare la resistenza
greca: cavalleria battriana, arcieri egizi, fanti armeni,
arabi e truppe provenienti dalla Cappadocia. L'enorme massa
degli attaccanti era dispiegata lungo tutto il pendio, fino
ad arrivare all'accampamento persiano. Ma ogni nuova ondata
incontrava maggiore difficolt, costretta ad avanzare sul
terreno sempre pi scivoloso e inzuppato di sangue. Migliaia
di Persiani morti dissanguati erano infatti sparsi qua e l davanti
al muro. Non c'era posto per la clemenza. I Greci non
si incoraggiavano pi l'un l'altro, non ne avevano il tempo:
menavano fendenti, con la lancia e con la spada, scagliavano
frecce e morivano. Quando un greco era colpito a morte, il
suo corpo veniva trascinato via e un altro guerriero prendeva
il suo posto, unendo il suo scudo a quello del vicino. E quando
non c'erano pi omoioi, spartiati della casta dominante,
si facevano avanti i loro scudieri e combattevano fino alla
morte. I Persiani uccisi erano cos numerosi che re Leonida
fece innalzare un altro muro con i loro corpi. E quando la
battaglia vedeva un momento di sosta, i combattenti, pur
sfiniti dalla fatica, lavoravano furiosamente ammucchiando
centinaia di cadaveri in un muro che arrivava ormai all'altezza
del petto e che fu in grado di fermare la terza ondata,
ma non la quarta. Cinquemila Medi ben armati avanzavano
sul terreno devastato dalla lotta furiosa spingendo davanti a
s una massa di schiavi che facesse loro da scudo finch non
avessero raggiunto il muro di corpi. A mani nude, gli schiavi
rimuovevano i corpi decapitati e le membra maciullate, per
aprire varchi ai soldati persiani. Purtroppo le truppe persiane
erano fresche, mentre i Greci erano esausti. Cos, pur
continuando a combattere, furono costretti a ritirarsi.
Per la prima volta i Persiani erano sul punto di superare
il muro focese, quando avvenne qualcosa di inatteso: forse
attirato dal surriscaldamento dell'aria e dalle armature metalliche
dei guerrieri che affollavano le alture, un fulmine
si abbatt sul muro. Per i Greci era un segno del cielo e al
grido di Zeus vincitore! respinsero gli attaccanti. La pioggia
che cominci a scendere a catinelle trasform il terreno
insanguinato in una distesa di fango in cui si sprofondava
fino alle caviglie.
Davanti al muro focese la carneficina durava ormai da tre
giorni. Se Leonida fosse riuscito a resistere ancora, avrebbe
costretto Serse ad abbandonare l'avanzata via terra e a cercare
una soluzione sul mare, dove i Greci avevano qualche
possibilit di successo. Ma perch questo accadesse avevano
bisogno di tempo, ed era proprio il tempo necessario a organizzarsi
quello che Leonida doveva cercare di procurare
loro, trattenendo i Persiani con la sua azione di retroguardia.
Ci nondimeno c'era un limite a quanto lui stesso e i
suoi uomini erano in grado di sopportare. Infatti sebbene i
Persiani avessero subito perdite spaventose - che peraltro,
essendo numerosissimi, erano perfettamente in grado di affrontare
- gli Spartani e i loro alleati erano ormai allo stremo
delle forze, i loro reparti decimati, i loro corpi esausti e i
cervelli intontiti per lo sforzo, il rumore e l'odore
di morte e decomposizione.
I vari comandanti si presentarono dunque a Leonida chiedendogli
il permesso di ritirarsi e di tornare a casa per preparare
la difesa delle loro citt. Risparmia i nostri uomini,
o re, poich hanno dimostrato il loro valore imploravano.
Non sono codardi; i guerrieri che ancora resistono sono il
fior fiore dell'Ellade, pronti a combattere ancora. Ma non
qui e non ora.
Nessun uomo  cos solo quanto colui che deve prendere
decisioni da cui dipendono la vita o la morte dei suoi soldati.
Leonida si era aspettato una simile richiesta; sapeva che non
potevano resistere pi a lungo, che avevano fatto ampiamente
la loro parte. E dunque, per non mandarli allo sbaraglio
inutilmente, consent loro di ritirarsi. Cos facendo, accettava
l'estremo sacrificio: con i soldati della sua guardia personale,
non pi di trecento uomini, avrebbe combattuto un'azione
di retroguardia, fermando la valanga persiana e ritardandone
l'avanzata almeno per un altro giorno. In questo modo i suoi
alleati avrebbero avuto la possibilit di mettersi in salvo.
Sapeva, come lo sapevano i suoi uomini, che i Persiani
avrebbero attaccato: questo era certo, tanto quanto  certo
che il sole sorge ogni mattino. Tutto per era nelle mani
degli di e Leonida si affid alla loro protezione; chiese il
loro aiuto perch soltanto con l'aiuto degli di il suo sparuto
contingente avrebbe potuto superare la prova. I suoi guerrieri
avevano raggiunto la riva dello Stige: dall'altra parte li
attendeva la morte. Con il favore delle tenebre, gli alleati greci
si prepararono dunque a tornare indietro: Corinzi, Fliasi,
Micenei e Arcadi, coperti di polvere e di sangue dopo tre
giorni di massacranti combattimenti, si accingevano a lasciare
le Termopili. Per loro la battaglia era finita, almeno per il
momento, e apparivano quello che in realt erano: uomini
con le spalle curve, stanchi, provati dagli scontri, con visi
tetri e occhi dallo sguardo vacuo. Non ce n'era uno che non
perdesse sangue da qualche ferita. Mentre passavano davanti
agli Spartani, offrivano le loro spade a coloro che avevano
rotto la propria in battaglia, e le lance a chi aveva lasciato
la propria conficcata nel corpo di qualche persiano. Non
avevano nulla di cui vergognarsi; l'Ellade sarebbe stata fiera
di loro: avevano combattuto con estremo valore, ma per il
momento non dovevano pi combattere. Altre battaglie li
attendevano e avrebbero ripreso la lotta davanti alle mura di
Corinto o in Arcadia. La Grecia avrebbe potuto andare fiera
dei propri guerrieri; infatti, di tutte le citt-stato, soltanto
Tebe si arrese a Serse.
Gli Spartani ormai erano soli. Quando i suoi alleati furono
partiti, Leonida si tolse l'elmo e con la mano si pul il
viso coperto di sudore e di polvere. Si strinse nelle spalle,
sollev il pugno, duro come il ferro, puntandolo in direzione
del nemico, pronto a colpire ancora, e poi ancora. L'altra
mano reggeva l'elmo ammaccato. Dobbiamo resistere disse.
I suoi uomini strinsero i denti e decisero di non mettere in
discussione una decisione di cui potevano prevedere le conseguenze
senza bisogno di consultare un oracolo.
Nella notte Leonida apprese della fuga dei Focesi che
avrebbero dovuto bloccare la gola dell'Asopo. Se per i primi
tre giorni gli di avevano deciso di aiutare i Greci, era evidente
che ormai avevano ritirato il loro appoggio. Fece dunque
l'unica cosa che gli era possibile fare: mand gli alleati
che non si erano ancora ritirati a bloccare il sentiero prima
che i Persiani avessero modo di percorrerlo. Questo contingente,
comprendente forse quattromila uomini, tra cui alcuni
opliti, e che forse avrebbe potuto fermare gli Immortali,
arriv troppo tardi oppure si lasci prendere dal panico non
appena si rese conto di quanto fossero numerosi i Persiani.
In ogni caso, comunque siano andate le cose, moltissimi
guerrieri greci giunsero esausti a Eiatea, sulla costa, riferendo
di nugoli di Persiani che scendevano dalla montagna.
Re Leonida preg Zeus per tutti i valorosi guerrieri che
sarebbero morti quel giorno, e per i figli e le vedove che li
avrebbero pianti. Guard verso il cielo e invoc la protezione
degli di sui suoi uomini che combattevano in difesa
dell'Ellade. E quando sorse l'alba del quarto giorno e Serse
fece avanzare i suoi guerrieri, i Persiani trovarono i Trecento
Spartiati schierati davanti al muro, mentre lo stendardo di
Leonida ondeggiava alto al di sopra delle loro teste. I Trecento
unirono gli scudi, abbassarono le picche e attesero.
Per una dozzina di volte Serse mand avanti i suoi arcieri:
vennero lanciati nugoli di frecce, ma gli spartiati si limitarono
a tenere gli scudi sollevati sopra la testa finch le frecce
smisero di cadere.
Nel frattempo Serse aveva ricevuto un messaggio da
Oronte, con il quale il generale gli comunicava di aver aggirato
con successo la Porta Centrale. Il Gran Re ordin
dunque di sferrare un violento attacco frontale in modo da
distrarre l'attenzione degli Spartani, mentre i suoi Immortali
si avvicinavano dalla direzione opposta. Uno spartiate
della retroguardia fu il primo a morire: la freccia lo colse in
pieno petto ed egli rotol lungo il pendio. Prima che i suoi
compagni avessero modo di capire che cosa era accaduto,
un nugolo di frecce si abbatt sugli Spartani le cui spalle non
erano protette dalla muraglia di scudi. Un oplita lasci cadere
la lancia e gir lentamente su se stesso prima di crollare,
scalciando convulsamente. Quando gli spartiati si voltarono,
videro una marea di Immortali che correvano gi dal pendio
precipitandosi verso di loro. Alcuni, armati soltanto delle
loro corte spade, si gettarono contro gli Immortali, menando
fendenti con tutte le proprie forze. Ma nulla avrebbe fermato
migliaia di Immortali. Mentre gli spartiati erano concentrati
nel tentativo di respingere i nemici che li avevano attaccati
alle spalle, gli alleati dei Persiani si gettavano a migliaia
contro il muro focese, rabbiosi come belve. Ma gli Spartani
uccidevano con tetra efficienza: i nemici venivano precipitati
gi dal pendio, perch, pur essendo numericamente inferiori,
i guerrieri di Leonida erano fisicamente pi forti e meglio
armati. Gli opliti di Sparta spazzavano via i Persiani come se
si fosse trattato di foglie secche e ben presto attorno alla collina
ci furono mucchi di Medi morti. Ignorando il pericolo e
apparentemente indifferenti alle perdite, erano per sempre
pi numerosi i Persiani che salivano sul muro e si arrampicavano
lungo il pendio. E anche se gli Spartani facevano strage
di nemici, i Persiani continuavano a premere contro il muro,
aprendosi un varco e dilagando ovunque.
Prima che le truppe della Cappadocia, della Battriana o
dell'Egitto avessero la possibilit di conquistarsi la vittoria,
gli Immortali si lanciarono contro gli Spartani, poich erano
guerrieri nobili e valorosi e rispettavano il valore altrui. Le
loro armature di ferro cozzarono le une contro le altre, poi
si pass alla lotta corpo a corpo, spada contro spada, pugno
contro pugno. I bagliori degli scudi luccicanti, le punte
bronzee delle frecce in volo si mescolarono alle piume
ondeggianti sugli elmi dei guerrieri. Chi scivolava restava a
terra e veniva calpestato. Mucchi di corpi erano sparsi qua
e l, come se si fosse trattato di stracci insanguinati. N i
Trecento Spartiati n gli Immortali cedevano un solo palmo
di terreno; combattevano e restavano aggrappati gli uni agli
altri nella morte, trafitti ciascuno dalla spada dell'altro, uniti
nell'estremo viaggio. Le lance trapassavano la carne e univano
le corazze di bronzo a quelle di lucide scaglie. Serse,
che osservava la battaglia da un'altura, per la prima volta si
chiese quale sarebbe stato il costo della vittoria sulla Grecia.
Uno dopo l'altro gli spartiati cadevano, mentre i superstiti
si accostavano a un'altura per prepararsi a un'ultima resistenza.
Infatti, gli elleni che ancora riuscivano a reggersi in
piedi non smettevano di combattere nonostante le orribili
ferite, fino a quando non venivano circondati da un numero
schiacciante di nemici e abbattuti dalle loro asce. Prendete
prigionieri soltanto i nobili era l'ordine del Gran Re. Ma
le truppe persiane e i loro alleati avevano perso la ragione,
accecati dal desiderio di uccidere; in quella spaventosa carneficina
finale, Persiani e Greci si massacravano a vicenda
nella maniera pi brutale. Il pendio che circondava la collinetta
si era trasformato in un mattatoio. Un greco grande e
grosso, con la mano stretta attorno al collo di un battriano,
non moll la presa finch non ebbe la schiena trafitta dalle
frecce: il greco e il battriano caddero a terra, entrambi morti.
In quel momento ogni spartiate si trasform in un Ettore.
I Trecento Spartiati erano ormai ridotti a poche dozzine.
Senza pi altra protezione che la corazza, formarono una
barriera umana attorno al loro re, respingendo le centinaia
di attaccanti. Oronte assunse il comando e ordin agli altri
Persiani di ritirarsi: voleva riservare ai suoi Immortali l'onore
dell'ultimo scontro. Poi vide Leonida, illuminato dai raggi
del sole come un Apollo in carne e ossa, che alzava il braccio
coperto di sangue brandendo la lancia in un ultimo gesto di
sfida. Serse aveva espressamente ordinato di prenderlo vivo,
poich voleva che il re spartano sconfitto potesse essere mostrato
come esempio della sorte che sarebbe toccata a chi si
ribellava al suo potere. Ma Leonida era un uomo valoroso,
fiero anche nella sconfitta, e Oronte non avrebbe permesso
che quel nobile re fosse visto in catene. Incocc dunque una
freccia, prese attentamente la mira e scagli quello strumento
di morte. La freccia colp Leonida al di sopra della corazza
e la punta di bronzo gli trapass il collo. Mortalmente ferito,
il nobile re lasci cadere la lancia e barcollando si avvicin
a uno scudo appoggiato a un mucchio di corpi, cercando
di tamponare il sangue che sgorgava dalla spaventosa ferita.
Con un grido straziante, il suo scudiero cadde in ginocchio
per accogliere tra le braccia il suo re. Temi il tuo dio, signore
dei Persiani... su questo campo di battaglia... non dimenticare
che ci sar chi si far avanti per vendicare la nostra
morte... allora toccher a te essere avvolto dalle spire della
morte... mormor il re prima che il sangue gli zampillasse
dalla bocca e la voce gli si spezzasse. Gli si annebbi la vista,
poi il suo spirito fu accolto nell'Olimpo di tutti i grandi eroi
greci.
Una dozzina di spartiati, ancora in grado di reggersi in
piedi, combattevano come leoni. In un'ultima carica, strinsero
con forza le spade e si gettarono sui Persiani con la forza
della disperazione. Sarebbe stato il loro ultimo attacco. Pi
avanti si stagliava un gigantesco guerriero, che brandiva una
lama grondante sangue: si apriva la strada tra le file persiane,
sollevando il braccio per infliggere il colpo mortale e la
sua lama si immergeva nella carne, un colpo dopo l'altro,
senza sosta, finch un'ascia gli fracass la testa ed egli cadde
a terra. L'ultimo degli eroici Trecento Spartiati giaceva per
il sonno eterno con il viso affondato nel terriccio intriso di
sangue. Era tutto finito.
E dove si trova una montagna del massacro,
qualcuno vi salga e guardando in basso,
lo si trover disteso per tutta la sua lunghezza
con il viso rivolto verso il cielo, in quel rosso monumento
che la sua spada aveva scavato...(6).
Ci fu un solo superstite. Poco prima dell'inizio della battaglia,
un certo Aristodemo(7), insieme al suo amico Eurito, era
stato inviato da Leonida nella vicina Alpeni per farsi curare
un'infezione all'occhio. Erano appena arrivati a destinazione
quando, dopo aver corso a perdifiato, giunse un ilota con
la notizia che i Persiani avevano attaccato, che i Trecento
Spartiati erano impegnati in una lotta all'ultimo sangue e che
c'era bisogno di ogni uomo. Il valoroso Eurito torn subito
indietro e mor con i suoi compagni. Ora, se a essere coinvolto
fosse stato il solo Aristodemo, se lui soltanto fosse tornato
ammalato a Sparta, o se entrambi fossero tornati, non
credo che gli Spartani si sarebbero arrabbiati. Ma uno era
stato ucciso e l'altro aveva approfittato della scusa di cui entrambi
avrebbero potuto approfittare per aver salva la vita,
perci non poterono fare a meno di essere molto adirati con
lui. Cos scriveva Erodoto. Non lo uccisero, ma lo trattarono
esattamente come Platone nella sua opera, Leggi, sostiene
si debba trattare un codardo, penosamente aggrappato alla
vita cos da sopportare la sua infamia il pi a lungo possibile(8).
Aristodemo fu disprezzato da tutti e le donne di Sparta
puntavano il dito contro di lui chiamandolo il fifone. Si
dice tuttavia che, in seguito, quello stesso Aristodemo si sia
riscattato durante la battaglia di Platea, dove combatt magnificamente
per ricuperare l'onore perduto.
I Trecento Spartiati avevano dimostrato grande coraggio,
sopportando una durissima prova senza un lamento. Non
una protesta, non una preghiera: tutti morirono fedeli al loro
motto: Conquistare o morire!. Il fior fiore dell'esercito
spartano affront la morte come gli eroi omerici, sacrificando
la propria vita in una nobile causa. E molto prima che
la guerra del Peloponneso giungesse al termine, i poeti gi
cantavano le lodi dei Trecento Spartiati e della loro eroica
resistenza alle Termopili. Il loro sacrificio aveva concesso alla
Grecia il tempo necessario a prepararsi per la decisiva battaglia
da cui sarebbe dipeso il futuro dell'Occidente.
Quello, e quello soltanto, fu il retaggio dei Trecento Spartiati.
L'ultimo atto della tragedia sembrava ormai imminente:
con la caduta in mano persiana del Passo delle Termopili la
strada per Atene era definitivamente aperta. Ci nondimeno,
per la Grecia le Termopili furono qualcosa di pi di una
vittoria morale, poich, almeno per una volta, unirono le sue
citt-stato dietro l'esempio della gigantesca figura di Leonida,
il quale faceva ormai parte dell'Olimpo degli eroi, accanto
ad Achille e a Ettore. Ritardando l'avanzata dell'esercito
di Serse, con il loro eroico sacrificio i gloriosi Trecento avevano
ottenuto lo scopo che si erano proposti e avevano reso
evidente come anche l'esercito pi potente fosse vulnerabile
una volta che gli si fosse sottratta la carta vincente: l'abilit di
mettere in campo tutte le proprie forze. Una lezione che non
sarebbe stata dimenticata da colui che stava per diventare il
salvatore della Grecia, e di tutto l'Occidente.
Le Termopili dimostrarono una volta per tutte come sia
il campo di battaglia a limitare le dimensioni di un esercito.
L'epica resistenza degli Spartani alle Porte dell'inferno
rappresenta il punto pi alto e nobile dell'audacia e del sacrificio.
Il tradimento ottenne quello per cui il valore aveva
lottato invano.
La storia ci ha tramandato quest'epico scontro mettendo
l'accento soprattutto su due figure, Serse, l'aggressore, e Leonida,
l'eroe, tendendo invece a trascurare il terzo protagonista
del dramma: Efialte di Malis, il traditore. Cinquecento
anni prima che Giuda vendesse il Messia per trenta denari,
un altro traditore aveva commesso un atto cos ignobile. Ma
i vincitori avrebbero imparato a proprie spese che il prezzo
della libert non  l'oro, ma il ferro.
Deus ex machina(9). Come in una tragedia greca, in cui gli
di comparivano alla fine del dramma per risolvere la situazione,
gli abitatori dell'Olimpo avrebbero deciso le sorti di
questa lotta tra Occidente e Oriente.
Le Termopili non furono la fine, bens soltanto l'inizio.
...
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...
Note.
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1. Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso.
2. Erodoto, Le storie.
3. Erodoto, Le storie (7, 21).
4. Qualcosa di simile alla protezione degli stinchi dei moderni giocatori di football americano.
5. Erodoto, Le storie (7, 211-212).
6. Queste parole furono scritte da Dryden nel suo epitaffio al valore cavalleresco.
7. La storia di Aristodemo viene narrata con enfasi da Erodoto (7, 229-232).
8. Erodoto, Le storie.
9. Platone, Cratilo. Letteralmente il dio dalla macchina, vale a dire la divinit che con l'aiuto delle macchine teatrali compariva da dietro la scena.
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CAPITOLO 5.
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LE MURA DI LEGNO DI ATENE.
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Salamina, 29 settembre 480 avanti Cristo
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Le mura di legno continueranno a essere sicure per te e per i tuoi figli.
Oracolo di Delfi, 480 avanti Cristo.
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Sacra Salamina, tu distruggerai la progenie di donna, dove gli uomini spargono il seme, o dove raccolgono i frutti...
Oracolo di Delfi, citato da Erodoto.
...
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I grandi uomini appaiono nei momenti di grande bisogno.
Accadde cos anche nel caso dell'ateniese Temistocle, ...mostrava
i segni indiscutibili della genialit. Indubbiamente, in
questo merita la nostra ammirazione, un'ammirazione eccezionale
e impareggiabile scriveva di lui Tucidide. Per
qualit innate, non plasmate n accresciute dallo studio, era
il giudice migliore in quelle crisi improvvise che non consentono
di indugiare nella riflessione, e il migliore profeta del
futuro, persino nelle sue pi remote possibilit... dobbiamo
ammettere che quest'uomo straordinario super tutti gli altri
nella capacit di affrontare intuitivamente un'emergenza(1).
E una grave emergenza si manifest proprio allora, nel
momento in cui i Greci dovettero difendere la libert dell'Ellade
dal giogo dell'invasore.
Infatti, una volta spalancate le porte delle Termopili, non
ci fu pi nessun ostacolo che potesse fermare Serse e le sue
orde dedite al saccheggio. Le truppe persiane dilagarono
nell'Attica, distruggendo i templi degli di ellenici, saccheggiando
le ricchezze della Grecia e bruciandone le citt.
Atene fu abbandonata, i suoi cittadini fuggirono; l'acropoli
fu invasa e i suoi difensori passati a fil di spada. I Persiani
continuavano nella loro furia devastatrice, trasformando la
Grecia in un cimitero.
Ma mentre l'esercito persiano avanzava senza incontrare
opposizione, che ne era della poderosa flotta su cui Serse
aveva basato la sua strategia? Fin dall'inizio, la flotta persiana
era stata perseguitata dalla malasorte. Il Gran Re aveva
suddiviso le sue navi in due gruppi: uno doveva entrare nel
golfo di Malis, attaccare la flotta greca in attesa al largo di
Capo Artemisium, poi navigare lungo il canale dell'Eubea
in modo da garantire supporto logistico alle truppe di terra
impegnate alle Termopili; il secondo aveva ordine di navigare
lungo la costa egea ed entrare in quello stesso canale da
sud, cos da bloccare quello che sarebbe rimasto della flotta
greca. Ma nel mettere a punto i suoi piani, il Gran Re non
aveva tenuto conto della divinit cui spettava di occuparsi
delle condizioni meteorologiche.
Accadde infatti che, quando il gruppo incaricato di navigare
lungo la costa egea seguiva la penisola di Magnesia
facendo rotta verso sud e stava per raggiungere l'estremit
meridionale dell'Eubea, improvvisamente il tempo cambi
volgendo al peggio; nuvole minacciose attraversarono velocemente
il cielo, dirigendosi verso il continente da sud-est e
annunciando la burrasca che i marinai greci temevano pi
di ogni altra cosa al mondo, la tempesta dell'Ellesponto, che
prontamente si scaten con tutta la sua furia, mentre onde
mostruose si abbattevano sulla flotta persiana. In base agli
ordini dell'ammiraglio, il nobile Ariamenes, le navi navigavano
in gruppo cos da aiutarsi a vicenda in caso di attacco
greco, ed erano troppo a ridosso del litorale per poter manovrare
liberamente. Il pentecontoro pi vicino alla costa
fu preso nella risacca della riva rocciosa; il ponte si inclin
e l'equipaggio scivol verso i marosi spumeggianti che si
abbattevano sulla nave ormai condannata e venne sbattuto
contro le scogliere dal mare in tempesta. Le onde colpirono
molte navi sulle fiancate spingendole in alto per poi precipitarle
nei gorghi: le navi sballottate sul mare in tempesta,
sollevate e inclinate da una parte all'altra, lasciavano scivolare
tra i marosi l'equipaggio impotente in un caos di remi
e spaventosa distruzione. Le poche navi che non si capovolsero
vennero sollevate sulla cresta di onde gigantesche
per poi essere sbalzate contro la scogliera o infrante sulle
rocce. Durante l'uragano affondarono almeno duecento navi
da guerra(2). Non ci furono superstiti disposti a portare la notizia
al loro sovrano; quei pochi che erano miracolosamente
sfuggiti alla furia delle onde erano infatti troppo terrorizzati
per affrontare la collera del re. Nel giro di poche ore, met
della flotta di Serse era scomparsa. I Persiani avevano osato
offendere Poseidone, dio del mare, e la sua ira era stata cos
tremenda da aver scatenato contro di loro le furie degli abissi,
che avevano trascinato in fondo al mare uomini e navi.
Le mura di legno continueranno a essere sicure per voi
e per i vostri figli... era quello che l'Oracolo di Delfi aveva
promesso agli ateniesi; le mura di legno erano le navi, navi
da guerra, robuste e veloci, dotate di equipaggi coraggiosi e
ben addestrati. Quando, cinque anni prima, il Consiglio degli
Anziani voleva suddividersi gli utili delle miniere d'argento,
era stata l'appassionata eloquenza di Temistocle a convincerlia investire il denaro nell'allestimento di trecento triremi,
costruite secondo un progetto completamente nuovo.
Verso il 650 avanti Cristo il maestro d'ascia Aminocle aveva infatti
progettato una nave da guerra di concezione rivoluzionaria:
con una linea stretta e allungata tutto era stato sacrificato in
funzione della velocit. Una trireme era spinta da tre ordini
di remi (da cui il nome), manovrati da centocinquanta rematori.
La tradizionale prua circolare era stata sostituita da una
pi alta (agalma), sormontata da un elevato castello con una
murata, la cui altezza arrivava al petto delle truppe d'assalto
proteggendole dalle frecce durante l'iniziale speronamento.
L'arma principale era infatti uno sperone di bronzo (eperon),
lungo quasi tre metri, che spuntava dalla prua sotto la linea
di galleggiamento. Questo eperon, urtando in velocit contro
il fianco della nave nemica, aveva effetti devastanti: rompeva
lo scafo della nave, spezzandola in due. Un altro sistema per
mettere fuori uso le navi nemiche si basava sulla manovrabilit
della trireme: un rapido avvicinamento, con una virata
all'ultimo minuto, disarmando i remi e contemporaneamente
usando la lama di bronzo della prua quadrata (stolon) per
spezzare i remi della nave nemica che, non pi in grado di
muoversi, poteva essere agevolmente abbordata dagli opliti.
Le triremi ateniesi erano relativamente poche e numericamente
non potevano certo competere con la sterminata flotta
di Serse, ma la velocit delle navi persiane non era paragonabile
a quella delle avversarie greche e tanto meno alla loro
capacit di manovrare in qualsiasi situazione, cos come gli
equipaggi persiani non avevano l'abilit marinara di quelli
greci. I Corinzi non si erano resi conto dei vantaggi di una
simile nave, a differenza degli ateniesi che, spinti da
Temistocle, avevano rinnovato la loro flotta secondo il rivoluzionario
progetto di Aminocle(3). Tuttavia la trireme aveva un inconveniente:
a causa della forma allungata mal sopportava il forte
vento, pertanto la flotta greca era adatta essenzialmente a
navigare sottocosta, essendo stata pensata per proteggere il
suolo patrio e non per attaccare in alto mare. Questo sarebbe
dovuto apparire evidente agli ammiragli persiani che avrebbero
dovuto attirare la flotta greca in mare aperto, dove sarebbe
stata vulnerabile. Ma i Persiani erano troppo sicuri di
s e la loro strategia era interamente basata sulla superiorit
numerica. Consideravano l'Egeo un lago persiano e il Gran
Re aveva ordinato che persiano dovesse restare. Non solo,
ma neppure una sola volta avevano preso in considerazione
la tenacia dei Greci.
Faremo a pezzi gli arroganti Medi. Il comandante della
flotta greca che aveva fatto questa fiera sparata era un
uomo dal fisico robusto, con una testa tonda e una fluente
barba grigia. I suoi capitani avevano imparato a evitarlo
qualora sorgesse qualche problema, poich, se si trattava di
discutere, appariva sempre il pi astuto. Temistocle non era
un guerriero; si considerava pi che altro un filosofo, o al
massimo un navigatore, che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur
di evitare una battaglia navale. Ci nondimeno era stata la
sua eloquenza a far s che i suoi concittadini ateniesi superassero
la paura delle incognite del mare e comprendessero
che era pi utile potenziare le navi che non fortificare le cime
delle alture. Prima di Temistocle, nessun altro si era infatti
reso conto con altrettanta lucidit di come il mare, con il suo
formidabile potere di isolamento, costituisca la pi sicura
linea di difesa.
Dall'Attica giungono cattive notizie.
Purtroppo, non vi rendete conto di quanto cattive siano.
Dobbiamo fermare Serse. Non possiamo permettere che le
sue orde scorrazzino per il nostro paese. E ripeteva: Dobbiamo
assolutamente fermarle.
Ma, Temistocle, questo  impossibile.
In una situazione di grave emergenza, con la minaccia che
l'esercito persiano marciasse su Atene, Temistocle bas la
sua strategia su due dati di fatto: innanzi tutto, le forze di
terra persiane dipendevano dalla loro poderosa flotta per i
rifornimenti, pertanto distruggere la flotta persiana voleva
dire paralizzare l'esercito; inoltre le navi greche erano pi
veloci e potevano avere la meglio su quelle persiane in uno
stretto braccio di mare dove la loro superiorit numerica sarebbe
diventata un limite e non un vantaggio. La strategia
di Temistocle prevedeva dunque di attirare le navi persiane
tra due delle numerose isole greche. Aveva gi scelto il luogo
dello scontro: gli Stretti di Salamina, situati a sud della costa
di Eieusi. Erano due i canali che immettevano in questi
stretti, ma Temistocle non aveva la possibilit di bloccarli
entrambi. Aveva infatti navi sufficienti a bloccarne soltanto
uno; scelse dunque lo stretto situato tra il promontorio di
Cinosura e il Pireo, che a sua volta era diviso dalla piccola isola
di Psittalia in due strettissimi canali la cui ampiezza andava
da mezzo miglio a tre quarti di miglio. Una sconfitta non
poteva neppure essere presa in considerazione: la chiave del
successo era l'istmo, con le sue pericolose correnti e gli scogli
appena affioranti. Quando il nemico si fosse diretto verso
il Pireo o Salamina, due citt situate all'interno della baia,
avrebbe infatti avuto l'impressione che entrarvi fosse facile
dal momento che, al di l della stretta imboccatura, si apriva
un'ampia baia con acque calme. Ma si trattava di una facilit
ingannevole, poich l'accesso aveva fondali poco profondi e
irti di spuntoni di roccia. E qualora Ariamenes fosse riuscito
a superare indenne questi ostacoli, avrebbe comunque scoperto
che la strettezza del passaggio riduceva notevolmente
i vantaggi della superiorit numerica. Temistocle era fermamente
convinto che quello specchio di mare offrisse ai Greci
un notevole vantaggio e sostenne con passione la propria
scelta; a quel punto per la questione assunse risvolti politici:
erano infatti in gioco gli interessi di Corinto e di Sparta, dal
momento che l'audace piano di Temistocle avrebbe privato
di qualsiasi difesa l'accesso all'istmo di Corinto. Come prevedibile,
parecchi giorni prima della battaglia decisiva scoppi
una crisi politica che oppose Atene a Sparta e Corinto. Ma
per forzare la mano agli alleati, e far cadere i Persiani nella
trappola, Temistocle non esit a ricorrere a uno stratagemma.
La rapidit era tutto. Infatti, quando giunse la notizia
della caduta di Atene, molti dei comandanti che avevano
gettato l'ancora entro la baia di Salamina furono presi dal
panico, nel timore che i Persiani tagliassero loro la ritirata
verso l'istmo di Corinto. Molti issarono le vele, pronti a
dirigersi verso il mare aperto. In quel momento di crisi,
Temistocle non aveva dunque altra scelta se non ottenere l'appoggio
di Euribiade, l'ammiraglio spartano: se fosse riuscito
a convincere l'alleato spartano, e formalmente comandante
in capo di tutto lo schieramento in grazia della sua posizione
nell'ambito della Lega Ellenica, ad attaccare a Salamina,
avrebbe avuto buone possibilit di successo. In caso contrario,
la Grecia era perduta.
Tu, o Euribiade, hai la possibilit di salvare la Grecia
disse Temistocle. Ascoltami e valuta le due possibilit. Presso
l'istmo di Corinto dovrai combattere in mare aperto, dove
saremo in condizione di grave svantaggio; l infatti le forze
persiane, sia terrestri sia navali, avanzeranno congiuntamente.
Qui invece combatteremo in uno stretto braccio di mare
con le nostre poche navi contro la loro grande flotta, e se
tutto andr come vuole la logica, riporteremo una grande
vittoria. Poich combattere in uno spazio ristretto  favorevole
a noi, in mare aperto a loro.
Euribiade esitava. Adimanto, che aveva il comando delle
navi di Corinto, vot contro Temistocle. Per salvare la sua
amata Grecia, Temistocle doveva dunque costringere gli altri
comandanti ad attaccare battaglia e, pur di riuscirci, l'ateniese
non esit a usare l'arma del ricatto. Innanzitutto, fece
del suo meglio per scoraggiare gli alleati dall'abbandonare
la lotta guardandosi attorno con espressione truce e preoccupata
come se gli venisse chiesto di navigare fino in capo
al mondo con tutti i demoni come passeggeri; poi decise di
tirar fuori l'asso che aveva nella manica, vale a dire la minaccia
di ritirare le proprie navi, ...se resterete e combatterete
valorosamente, andr tutto bene; in caso contrario prenderemo
a bordo le nostre famiglie e faremo vela per l'Italia, che
da tempo ci appartiene, e non ci avrete pi come alleati.
Temistocle contava sul fatto che, senza la presenza della
poderosa flotta ateniese, gli Spartani e i Corinzi non avrebbero
avuto scampo. In questo modo riusc a far cambiare
idea ai due alleati, persuadendoli a combattere nello stretto
di Salamina(4). Restavano per da convincere gli altri comandanti,
che avevano intenzione di andarsene. Fu riunito
il consiglio di guerra, si vot e la votazione fu sfavorevole
a Temistocle. L'ateniese scosse la testa e con uno sprezzante
sogghigno abbandon la tenda del consiglio.
Ci fu poi un episodio che mostra appieno la spregiudicatezza
e l'astuzia di Temistocle. Adotter qualsiasi mezzo
pur di distruggere i Medi aveva detto. Tornato sulla sua
nave, diede dunque istruzioni a uno dei suoi uomini, un certo
Milone, uno scaltro ventiduenne di Rodi, perch portasse
un messaggio segreto. Senza farsi vedere, Milone sal a bordo
di una nave siciliana che stava levando l'ancora.
Temistocle lo aveva istruito circa quanto avrebbe dovuto
dire e a bordo di una nave mercantile lo mand a parlare con
l'ammiraglio persiano. Il comandante ateniese mi ha inviato
in segreto, all'insaputa degli altri Greci. Egli  favorevole al
vostro re, e preferirebbe che la vittoria fosse vostra piuttosto
che dei suoi connazionali; pertanto mi manda a dirvi che la
paura si  impadronita dei Greci, i quali stanno meditando di
fuggire in gran fretta. Avete dunque la possibilit di ottenere
quello cui avete sempre aspirato, se soltanto impedirete loro
di andarsene... Come previsto, i Persiani intercettarono la
nave mercantile siciliana e Milone ebbe modo di riferire il
messaggio di Temistocle, che fu subito trasmesso a Serse. Per
una volta, l'astuto Gran Re non intu la trappola, soprattutto
dopo che le sue spie lo avevano informato della discordia che
divideva i comandanti greci. L'occasione gli sembr troppo
vantaggiosa per lasciarsela sfuggire; decise dunque di muoversi
immediatamente e bloccare la flotta greca. Peraltro,
 incredibile la velocit con cui gli eventi si susseguirono;
infatti, dal momento in cui Serse ricevette il messaggio di
Milone alla vigilia della battaglia, pass soltanto un giorno.
E mentre il Gran Re iniziava a far muovere la flotta e i capi
greci erano ancora impegnati a litigare, il nobile Aristide, un
comandante ateniese, arriv senza fiato nella tenda in cui si
teneva il consiglio di guerra. Prese da parte Temistocle e gli
disse: Per quanto Corinzi e Spartani possano desiderarlo,
ormai non potranno pi ritirarsi, poich sono circondati dal
nemico da ogni lato. Lo stratagemma di Temistocle aveva
funzionato: i Greci erano accerchiati e non avevano altra
scelta se non prepararsi alla battaglia(5). Tutto questo accadde
al tramonto del 22 settembre 480 avanti Cristo
I Persiani erano entrati nell'Egeo con 1.207 navi da guerra
di vario genere. Contro questa flotta imponente, Temistocle
poteva schierare soltanto 366 veloci triremi e 7 pentecontori
pi lenti, ma pi grandi. La superiorit ateniese stava interamente
negli ufficiali e nei capitani, che avevano il comando,
e nei marinai, che combattevano. La flotta greca poteva
infatti vantare un gruppo di comandanti di tutto rispetto:
erano tutti marinai di professione, met mercanti e met pirati.
Nonostante fossero relativamente giovani, avevano una
notevole esperienza ed erano accorsi a difendere la patria da
ogni parte del Mediterraneo. Tra di loro c'era il trentunenne
Aristos, del Pireo, che navigava nelle acque di casa; suo coetaneo
era Kilinos, di Rodi; Eutimene di Massalia (Marsiglia)
era tra i trenta e i quaranta; Karos di Eraclea aveva ventotto
anni, ma navigava dall'et di dodici; infine erano presenti Cipriano
di Alalia (Corsica) e Adimanto di Corinto. E poi c'era
la questione della motivazione e del morale degli equipaggi;
infatti, mentre la Persia contava su truppe ausiliarie e sugli
schiavi per combattere le sue battaglie in una terra straniera,
i liberi cittadini della Grecia erano impegnati a difendere le
loro famiglie e le loro case. La notte che precedette la battaglia,
gli uomini salirono a bordo; alcuni odoravano di essenze
profumate, altri di vino, ma non ne mancava uno e tutti sapevano
che cosa li aspettava. I comandanti li chiamarono per
nome a uno a uno e assegnarono a ciascuno la sua posizione.
I miei uomini hanno bevuto del vino filtrato. A bordo
avevo tre anfore di vino dolce: quindici dracme l'una me
le avevano fatte pagare a Massalia. Nessuna intenzione di
rischiare di sprecarlo... disse ridendo il capitano Karos, senza
aggiungere se per caso dovessimo andare a fondo, dal
momento che si trattava di una possibilit che non poteva
neppure essere presa in considerazione. Erano Greci, ed erano
i migliori! Inaffondabili!
Mi rallegro per i tuoi uomini, Karos. In questo modo
remeranno con maggior vigore. Temistocle sorrideva. Era
contento e l'equipaggio mostrava di essere in buone condizioni
di spirito.
Il mattino del 23 settembre 480 avanti Cristo la flotta persiana
e quella fenicia, con le unit delle satrapie della Ionia
e dell'Egitto come retroguardia, erano schierate su tre file
all'imboccatura della baia di Eieusi. Davanti a loro si intravedeva
un'isoletta rocciosa (Psittalia), le cui scogliere scendevano
ripide fino al mare. Alla loro sinistra si estendeva
la costa rocciosa dell'isola di Salamina, con il promontorio
di Cinosura che allungava le sue propaggini accidentate fin
nello stretto passaggio. Antiche leggende parlavano di draghi
marini che si aggiravano nei pressi di quelle isole, mostri
che ubbidivano al dio del mare, il greco Poseidone. Parecchi
Fenici, che temevano la collera delle divinit greche e
avevano visto uno stormo di uccelli neri volare basso sopra
le loro navi, si chiesero se non si trattasse di qualche manifestazione
infernale. Il loro ammiraglio, Ariamenes, non aveva
invece tempo di pensare ai draghi mentre ascoltava il sordo
rimbombo della risacca da entrambi i lati; sebbene ancora
pi preoccupante fosse il pericoloso innalzarsi della marea
attorno agli scogli che aveva davanti. Per lui si trattava di una
prospettiva pi pericolosa di qualsiasi mostro leggendario. Il
pericolo era l, tra quegli scogli. I suoi comandanti sarebbero
infatti entrati in formazione da combattimento in un passaggio
stretto e insidioso, che limitava fortemente le possibilit
di manovra. E ancora non sapeva che tutta la flotta greca era
in attesa, nascosta dietro il promontorio.
Il momento di ingaggiare battaglia si avvicinava. Serse si
era piazzato sulla sommit delle alte scogliere per ammirare
a proprio agio la grande vittoria. Il segnale fu trasmesso al
suo ammiraglio, Ariamenes, che fece innalzare la sua bandiera.
Subito un migliaio di navi issarono le vele, e un'intera
flotta si diresse verso la trappola. Erano tre gli elementi che
avrebbero causato la dbcle persiana: l'affollamento causato
dal gran numero di navi che si dirigevano verso l'insidioso
passaggio, le scarse capacit marinare degli equipaggi e infine
le condizioni del mare, agitato per le correnti; le rocce
sommerse rendevano difficile governare il timone.
I Persiani sarebbero forse riusciti a risolvere questi problemi
se avessero dovuto affrontarli uno alla volta, ma non
tutti insieme.
Ariamenes suddivise la sua formazione per entrare nella
baia attraverso i due canali che circondavano l'isola di
Psittalia, il canale occidentale della larghezza di mezzo miglio e
quello orientale largo un miglio. A sinistra aveva posizionato
la flotta ionica, a destra quella fenicia, mentre le duecento
navi egiziane le aveva tenute di riserva, in agguato, pronte a
intervenire qualora i Greci avessero cercato di fuggire verso
il mare aperto.
Ma i Greci non avevano alcuna intenzione di fuggire: una
volta costretti a ingaggiare battaglia, avrebbero combattuto
fino all'ultimo uomo. Il piano di Temistocle prevedeva che le
navi corinzie di Adimanto occupassero il canale occidentale
al largo del Pireo e restassero nascoste dietro l'isola di
Psittalia finch non fosse dato il segnale dell'attacco. Le sedici
triremi della flotta spartana agli ordini dell'ammiraglio
Euribiade erano invece appostate dietro la penisola di Cinosura,
pronte a piombare sulla flotta ionica non appena fosse entrata
nel canale orientale. La flotta peloponnesiaca, dapprima
riluttante ma ora impaziente di gettarsi contro il nemico, era
posizionata al centro. Temistocle, con gli ateniesi e gli egineti
che all'ultimo minuto erano arrivati a dare manforte, occupava
l'ala sinistra. Il fato volle che Temistocle avesse preso
posizione proprio lungo la costa di Heracleion, subito sotto
il pendio del monte Egaleo dove si era pomposamente piazzato
Serse per assistere all'affondamento della flotta greca.
Sotto di lui, tutta la fascia costiera era letteralmente invasa
dagli uomini e dai cavalli dell'esercito persiano che osservava
orgogliosamente l'avvicinarsi della propria poderosa flotta.
A bordo delle navi greche tutto era stato preparato con
cura: le frecce, con la punta avvolta in stracci inzuppati
d'olio, erano state distribuite agli arcieri ed erano stati accesi
i bracieri in cui incendiarle. Gli iloti erano piazzati sullo
stolon, la prua, armati di rampini, alle loro spalle su ogni trireme
erano schierati diciotto opliti, pronti a saltare sul ponte
della nave nemica e compiere una carneficina. Per la decima
volta, Temistocle si diresse verso la prua della sua trireme,
osservando il mare. Avendo scoperto che il vento veniva da
terra e soffiava direttamente in faccia al nemico, si rallegr.
Era riuscito ad attirare i Persiani nella trappola, e ora anche
il vento era contro di loro: non riusciva a credere a tanta
fortuna. Gli di stavano dalla parte dei Greci.
Nel giro di pochi minuti la flotta persiana sarebbe entrata
nello stretto. Inizialmente tutto era andato liscio, ma ora
il vento era contrario. I comandanti contavano di superare
quella difficolt con cinquanta remi per nave e robusti equipaggi
impegnati a manovrarli. Ma il problema era costituito
dalla forma degli scafi: alcune navi erano larghe con stive
immense ed enormi vele, che le rendevano non adatte a navigare
al traverso.
Temistocle, in piedi accanto alla splendida polena di
bronzo (agalma) che raffigurava la dea Artemide, cadde in
ginocchio; un'ultima preghiera e, con l'aiuto di Zeus, quella
sera l'Ellade sarebbe stata finalmente libera dalla minaccia
persiana. In caso contrario, lui stesso e i suoi valorosi marinai
avrebbero riposato per sempre in fondo al mare. Il rumore
sordo del tamburo e lo sciacquio dei remi si facevano via via
pi vicini; poi un aiutante lo chiam indicandogli il fianco
dello schieramento. Temistocle volt la testa, impallid e
imprec. Gli Spartani di Euribiade, ansiosi di fare i conti con
gli odiati Persiani e vendicare la morte di Leonida e dei suoi
eroici Trecento, avevano rotto gli indugi e si erano messi a
remare a tutta forza. Corsero avanti, si infilarono nel canale,
proprio davanti alla flotta ionica che stava avanzando, e
furono immediatamente speronati. Gli Spartani presi alla
sprovvista non seppero reagire: alcuni finirono direttamente
in fondo al mare, altri si ritirarono. Evidentemente
Temistocle non avrebbe pi potuto contare sull'elemento sorpresa.
Tuttavia, del tutto inspiegabilmente, le navi fenicie, che costituivano
il grosso della flotta persiana, non avevano notato
il breve ma furioso scontro; era stato loro impedito dall'isola
di Psittalia e dunque continuarono a remare puntando diritto
verso la trappola tesa loro dai Corinzi.
Grazie a Zeus, la mossa avventata degli Spartani non aveva
messo a rischio l'altra sorpresa che Temistocle teneva in serbo.
Essendo un marinaio esperto, sapeva infatti che sul mare
nulla  terribile quanto il fuoco. Si sarebbe dunque servito del
fuoco e per poterlo fare aveva preso misure ben precise. Innanzitutto,
le sue navi avevano ammainato la vela dell'albero
maestro e dell'albero anteriore (dolori). Avrebbero attaccato
senza servirsi delle vele e fatto esattamente quello che il nemico
non si sarebbe mai aspettato: avanzare soltanto a forza
di remi. Cos facendo avrebbero controllato pi facilmente i
propri movimenti. Poi aveva tolto l'albero a molte navi da carico
e lo aveva sostituito con catapulte che lanciavano canestri
pieni di resina e pece. I suoi bombardieri avevano anche
riempito giare di terracotta con olio di oliva che cadendo sulla
nave nemica andavano in pezzi, appiccando il fuoco come
se si fosse trattato di napalm. Infine, schiere di arcieri erano
accovacciati dietro le murate, pronti a scagliare bordate di
frecce incendiarie. Questo bastava per scatenare l'inferno.
Nello squadrone di Temistocle, opliti, marinai e arcieri
guardavano risolutamente avanti. L'acqua sciabordava contro
gli scafi. Improvvisamente, dietro la punta della penisola
di Cinosura, apparvero le prue delle navi della prima linea
della flotta persiana. Poi si fecero avanti tutte le altre. A perdita
d'occhio il mare era coperto di imbarcazioni della flotta
fenicia.
A bordo della sua ammiraglia, Hephaistos, Temistocle ordin
al suo keleustes, il capo dei rematori, di dare sul tamburo
il ritmo per la massima velocit. Centinaia di spalle e
di braccia fecero forza sui remi, i corpi si mossero in un incredibile
unisono, mentre le pale scendevano e salivano al
ritmo del tamburo. Le prue delle veloci triremi fendevano la
cresta delle onde, con il letale eperon appena visibile. I rematori
ansimavano per la fatica, il sudore inondava i loro occhi
e colava lungo le braccia nude; sapevano che dal loro sforzo
dipendeva il destino della Grecia. Sul ponte i soldati si tenevano
alle murate, con il corpo teso, in attesa del momento
dell'impatto. Temistocle e i suoi ateniesi puntarono contro il
fianco dei Fenici, in modo da spingerli verso le navi ioniche
e creare confusione. Le loro snelle e veloci triremi erano infinitamente
pi adatte a rispondere agli improvvisi cambiamenti
di direzione, non per nulla Temistocle aveva scelto di
ingaggiare battaglia nello stretto, dove la manovrabilit era
tutto e la massa non contava nulla.
L'ammiraglio persiano non aveva ancora intuito la trappola.
La sua visibilit era in parte ostacolata da Psittalia e
gli sfugg il pericolo di un nemico che si avvicinava rapidamente
al suo fianco. Vide soltanto la sua grande flotta, con
le navi fenicie, ioniche ed egizie che si estendevano a perdita
d'occhio. Poi il loro mondo fu avvolto dalle fiamme. Uno
stormo di scintillanti uccelli giallastri si alz in volo dalle navi
greche nascoste dietro l'isola: erano grandi canestri pieni di
pece bollente che disegnavano un arco sull'acqua, lasciando
una scia di fuoco e fumo. Alcuni finirono in mare, ma molti
caddero sul ponte delle navi della prima fila, incendiandole
nell'impatto. Si alz una cortina di fumo; e intanto era in
arrivo un secondo nugolo di proiettili incendiari.
Attorno alla punta dell'isola apparve un massiccio oggetto
di bronzo. Agli uomini dell'ammiraglio Ariamenes sembrava
simile a una mazza. Le sue vele si tesero e la nave si inclin
mentre doppiava il promontorio. Il bronzo lasci il posto
a uno scafo di legno nero che fendeva le onde tra grandi
spruzzi ogni volta che i remi venivano immersi. Una foresta
di lance spuntava dal ponte della nave. Sulla sommit
dell'albero maestro era issato un grande stendardo di seta,
l'emblema inconfutabile di un ammiraglio ionico. La nave
si diresse verso il punto in cui erano pi numerose le navi
greche dotate di catapulte. Con un rumore sordo, che sembrava
prodotto da un singolo colpo ma che in realt proveniva
da parecchie catapulte, un nugolo di palle infuocate
sorvol lo specchio d'acqua. Alcune caddero in mare, ma la
maggior parte centr il bersaglio. Le vele persiane furono
squarciate da una fiammata arancione, e presero a bruciare
rapidamente per tutta la lunghezza dell'albero. Gli occhi dei
Greci si riempivano di lacrime non appena la distanza tra le
due flotte si riduceva e un fumo denso gravava sull'acqua.
Da sotto il ponte della grande nave ionica sbuc una nuvola
di denso fumo nero, poi la nave scomparve. Tutto quello che
rimase furono frammenti di vela avvolti dalle fiamme e pezzi
di legno.
Protetti dall'alto castello di prua, gli arcieri greci erano
in attesa. A mano a mano che nuove navi persiane entravano
nella baia, immergevano nei bracieri le punte delle frecce
attorno a cui erano stati avvolti stracci imbevuti d'olio e
lanciavano un nugolo di proiettili incendiari che andavano
a conficcarsi nelle tavole di legno delle navi nemiche. Una
mezza dozzina di lanci di frecce colp la flotta persiana. E a
causa del gran numero di frecce incendiarie che si abbattevano
continuamente su di loro i Persiani non riuscivano a
rimuoverle prima che le navi prendessero fuoco.
Mentre avveniva questo scontro a distanza, le due flotte
avanzavano l'una verso l'altra a forte velocit. Temistocle
usava le sue navi pi pesanti, i pentecontori, come se fossero
stati arieti con cui abbattere la porta di una fortezza. Le
sue massicce galee puntavano direttamente contro la flotta
fenicia e quella ionica, ammassate nello stretto. A essere in
vantaggio erano le navi da guerra greche, pi pesanti e pi
solide. I timonieri greci governavano le loro navi e conficcavano
lo sperone di bronzo nel fianco delle imbarcazioni
nemiche, tagliando attraverso il legno degli scafi come il coltello
nel burro. Molte venivano colpite e affondavano senza
lasciare traccia; altre si inclinavano sul fianco e si riempivano
d'acqua prima di essere sommerse dalle onde. Centinaia di
soldati persiani venivano gettati in acqua dall'impatto iniziale;
si afferravano allora alle assi spezzate, ma finivano per
essere risucchiati nel gorgo della nave che affondava.
Al crepitio del legno frantumato si sovrapponeva il tonfo
sordo dei proiettili lanciati dalle catapulte. Pietre e grandi
palle di fuoco saltavano in aria. Alcune finivano in mare,
sollevando alti getti d'acqua, ma molte sfondavano gli scafi
schiacciando gli uomini dell'equipaggio. La battaglia si era
trasformata in una furiosa mischia in cui le triremi greche
si spostavano velocemente di qua e di l. I Greci usavano le
loro prue quadrate per tranciare i remi dei Persiani e rendere
ingovernabili le imbarcazioni nemiche, poi speronavano
le navi alla deriva. Quelle che invece erano ancora in grado
di galleggiare dovevano vedersela con il fuoco oltre che con
gli opliti che le abbordavano. Gli equipaggi persiani cercavano
di tenere a bada i nemici con lunghi pali, mentre
le truppe d'assalto greche balzavano a bordo, brandendo
spade, mazze e asce. In tutta la baia di Salamina non si vedevano
che uomini armati che saltavano da un ponte all'altro,
per poi correre qua e l come formiche che divorino una
carcassa. I combattimenti corpo a corpo, come in una battaglia
di terra, furono centinaia soprattutto sui ponti delle
navi persiane; ovunque c'erano uomini che cadevano fuoribordo
e combattenti coperti di sudore e di sangue. I marinai
persiani non erano in grado di reggere il confronto con gli
opliti greci, il cui modo di combattere sembrava ormai una
sorta di rituale, come se si fosse trattato dell'uccisione di
greggi di pecore belanti. Su ogni ponte si udiva il fragore
dei combattimenti, colpi pesanti e il tintinnio del metallo
che cozzava contro altro metallo, si mescolavano ai gemiti
dei feriti e alle grida di coloro che stavano per annegare e
invocavano aiuto.
Comunque i danni maggiori erano causati dal fuoco. Se
mai ci fosse stato bisogno di provare che in mare il pericolo
maggiore  costituito dal fuoco, la battaglia di Salamina ne
fu la dimostrazione pi eclatante. Dai ponti delle navi greche
venivano lanciati senza sosta proiettili incendiari, carboni
ardenti e fuoco greco sui Persiani ormai incapaci di reagire.
Le navi si incendiavano, il calore dei roghi suscit un forte
vento, che spargeva le fiamme lungo il legno catramato, mentre
altre navi prendevano fuoco. Dagli scafi si sprigionavano
dense nuvole di fumo untuoso.
Una trireme greca che si era avvicinata troppo a una nave
persiana in fiamme salt in aria con una cascata di scintille
e si accartocci in un groviglio di travi brucianti e cenere
prima di scomparire sotto l'azzurra distesa del mare. Ma per
ogni nave greca perduta, erano dozzine le navi persiane affondate.
Ben presto il nerbo della flotta persiana fu infatti
inghiottito in un vortice di fuoco, mentre il fetore che proveniva
da quell'inferno era acre e nauseante. Sotto coperta gli
schiavi incatenati ai remi bruciavano vivi e le navi scomparivano
negli abissi a una velocit allarmante. Rottami e superstiti
aggrappati ai relitti coprivano il mare. La possente flotta
persiana era a pezzi.
Dall'alto della collina, Serse non contempl il suo trionfo,
ma la fine della centenaria supremazia persiana sul mare. Fu
il risultato di una dimostrazione di eccezionale abilit
marinara, poich le veloci navi ateniesi riuscirono ad aggirare la
lenta flotta fenicia e poi a spingerla, ormai in fiamme, verso
gli alleati ionici. Manovra che ai comandanti ionici non lasci
altra scelta che allontanarsi dalle navi incendiate. Tuttavia
erano cos numerose le navi che manovravano e andavano
alla deriva che gli Ioni in ritirata finirono per restare intrappolati
insieme al resto della flotta di Serse. Arrivati per ultimi
sul luogo in cui si stava consumando la tragedia persiana,
i comandanti della flotta egiziana furono colti dal panico.
E altro non fecero se non seguire l'istinto di salvare la pelle,
ordinando ai rematori di puntare verso il mare aperto.
Riuscirono infine a mettersi in salvo, ma la loro mente era
ossessionata dalla certezza che le loro vite sarebbero state
sacrificate alla collera di Serse.
Kilinos di Rodi era essenzialmente un pirata; ragionava
come un pirata e agiva come tale. Quando individu una
grande nave, splendidamente decorata e che inalberava la
bandiera dell'ammiraglio, con due ordini di remi che si alzavano
e abbassavano ritmicamente, decise di impossessarsene.
La nave persiana non aveva mai ammainato le vele e
fu quella la sua rovina. Mentre Kilinos e i suoi uomini stavano
per abbordarla, un proiettile incendiario colp infatti le
sue vele. I soldati che erano sul ponte superiore subirono le
conseguenze dell'impatto, ma non i rematori che, trovandosi
sul ponte inferiore, erano al riparo dai lanci delle catapulte.
Sul ponte superiore la situazione si fece sempre pi critica,
con il fuoco che si diffondeva rapidamente a mano a mano
che nuovi proiettili colpivano la nave. Il fumo era ormai cos
denso che l'ammiraglio Ariamenes, che comandava la nave,
non avrebbe pi saputo dire in che direzione fossero diretti.
Attorno a lui, i suoi uomini si rotolavano sul ponte urlando,
mentre le fiamme li divoravano vivi. L'aria era pi irrespirabile
stando in piedi che non strisciando, ma strisciare su
corpi carbonizzati era spaventoso. Con il fumo e la morte
che lo circondavano da ogni parte, Ariamenes riusc a saltare su un'altra nave e non attese neppure di vedere la propria
andare alla deriva in un mare di fiamme. Ma non and
molto lontano. Inseguito dalle triremi di Aminias e Sosicles,
Ariamenes iss le vele e si diresse a tutta velocit verso il
mare aperto. Poich soffiava una forte brezza, la nave di cui
l'ammiraglio aveva assunto il comando sarebbe forse riuscita
a mettersi in salvo, se non fosse accaduto che, nell'inferno di
fuoco, in mezzo a uomini che bruciavano e morivano, i soldati
incaricati di sorvegliare gli schiavi incatenati ai remi avevano
abbandonato il loro posto. I rematori ne approfittarono
per spezzare i remi, strappare le catene e lasciare il ponte
inferiore, sfruttando quell'occasione unica per riacquistare
la libert. I Persiani rimasero presi in mezzo: infilzati con le
lance e le spade da chi aveva abbordato la nave, o colpiti alle
spalle con i remi e strangolati con le catene dai rematori che
si erano liberati. Coloro che sopravvissero alla carneficina
caddero in ginocchio, si strinsero attorno all'albero maestro
e supplicarono di aver salva la vita. Furono tutti uccisi, compreso
Ariamenes.
Con colpi cadenzati e sicuri, le navi di Temistocle, Aminias,
Sosicles, Kilinos, Euribiade, Cipriano, Karos e di tutti
gli altri vincitori avanzavano in mezzo a navi affondate, alberi
spezzati, chiglie bruciate e vele a brandelli. La baia di
Salamina si era trasformata nella bocca dell'inferno. La foschia
della sera si alzava lentamente sull'acqua, coprendo con il
suo pietoso velo i resti di quella che poche ore prima era stata
una flotta possente. Si udivano soltanto le strida dei gabbiani
e il rumore lontano delle onde che si infrangevano sulla costa
rocciosa. I Greci avevano perso quaranta navi, i Persiani oltre
cinquecento. La loro sconfitta era totale. I rottami della flotta
persiana venivano sospinti dal mare sulla riva del paese che il
Gran Re era venuto a conquistare. Il resto era silenzio.
Nell'euforia della vittoria, Temistocle sugger di far vela
verso nord e distruggere i due ponti costruiti dai Persiani
sull'Ellesponto, ma fu trattenuto da Euribiade che giustamente
temeva che distruggere i ponti potesse impedire
all'esercito persiano di passare in Asia Minore, facendo s
che restasse e mettesse a ferro e fuoco la Grecia. E nel nostro
interesse non distruggere, ma semmai costruire un altro
ponte, affinch i Persiani possano andarsene in fretta.
Prima della fine dell'anno, il destino dell'avventura greca
del Gran Re fu definitivamente segnato dalla sconfitta terrestre
di Platea (479 avanti Cristo). E quando riattravers l'Ellesponto
per far ritorno in Asia, altri due fattori si dimostrarono fatali
per la sorte del suo esercito: Serse si lasciava alle spalle una
campagna priva di coordinamento e molta diffidenza. Il re di
Sparta, Pausania, desideroso di attuare la vendetta promessa
dal morente Leonida, insegu l'esercito persiano. Da parte
sua, Serse era invece maggiormente interessato a garantirsi
una ritirata sicura oltre l'Ellesponto che non a impegnarsi
per il buon esito della battaglia; lasci dunque al suo generale,
Mardonio, il compito di combattere un'azione di retroguardia
lungo l'Asopo. Quando l'ala destra spartana fu
separata durante la notte dall'ala sinistra ateniese, Mardonio
lanci un improvviso attacco con la cavalleria. Ma quando
la prima ondata di cavalieri si stava avvicinando alla falange
greca, i cavalli si impennarono di fronte al muro di sarisse,
spostandosi sulla destra, dove vennero a trovarsi davanti agli
arcieri e ai frombolieri greci. Mentre i suoi cavalieri venivano
decimati da un diluvio di pietre e frecce, Mardonio ordin
agli ausiliari della Ionia di venirgli in aiuto. Costoro per
lo avevano abbandonato; durante la notte avevano infatti
ricevuto un messaggio dai loro consanguinei greci, scritto
in fretta su tavolette. Era una ripetizione di quello fatto pervenire
alle Termopili: Voi, satrapi di Serse, se il Gran Re vi
obbliga a combattere noi, che siamo i vostri fratelli, combattete
male. E cos fecero. Mardonio, che come generale
certamente era pi abile di Pausania, fu ucciso mentre comandava
la carica della sua cavalleria. La sua morte decise
il risultato dello scontro: i Persiani persero 50.000 uomini,
i Greci 1.360(6).
La vittoria greca non fu da attribuirsi alle capacit
militari del suo comandante; lo spartano Pausania non
era Leonida e non aveva neppure partecipato alla battaglia.
Il successo fu dovuto alla disciplina e all'addestramento dei
singoli, sommato, per la prima volta, alla loro netta superiorit
tecnica.
Temistocle, colui cui andava il merito della vittoria, non
lasci mai trasparire la sua apprensione e neppure mostr
la propria soddisfazione per il fatto che il nemico, che era
sembrato invincibile, dopo tutto invincibile non era affatto.
Aveva rischiato ogni cosa in un momento di grave pericolo,
non solo per se stesso, ma per tutto quello che rappresentava.
Temistocle divenne una figura leggendaria e un eroe;
obiettivamente non lo si pu definire in altro modo, e le sue
capacit di leader erano pari alla sua eloquenza. Eppure dai
contemporanei fu accusato di aver rischiato troppo a Salamina.
Ma per affrontare la potenza di Serse non si poteva fare a
meno di giocare d'azzardo. Tutto considerato, il successo di
Temistocle fu immenso e non meno grande fu la gratitudine
che la Grecia gli dovette, tanto quanto il mondo occidentale.
Il destino della Grecia era dipeso da una sola battaglia: da
quel successo sarebbe sbocciata una nuova repubblica e per
gli uomini il diritto di vivere in libert e di esprimere liberamente
il proprio pensiero in una societ aperta. A rischio era
stata l'intera cultura dell'Occidente.
Temistocle fu mal ricompensato. I cittadini di Atene lo
ripagarono con vili accuse che lo coprirono di vergogna. Fu
bandito dalla sua patria per aver rifiutato di cooperare con
Pausania, re di Sparta, poich temeva che volesse usurpare
il potere. Alcuni illustri ateniesi, gelosi della sua popolarit,
lo condannarono a morte con la ridicola accusa di nutrire
simpatie filo-persiane. Con l'aiuto di amici riusc a fuggire
in Asia Minore, dove, in uno di quei grandi voltafaccia della
storia, Serse lo ricevette con grandi onori, lo copr di regali
e gli don uno splendido palazzo a Magnesia. Allontanato
dalla patria che amava, Temistocle trascorse i suoi ultimi
anni in grande amarezza. Non gli fu mai permesso di tornare
nella citt che, con il suo coraggio, la sua saggezza e la sua
genialit, aveva salvato da una sicura distruzione(7). Quando
poi il Gran Re gli chiese di guidare un esercito contro gli
ateniesi, nonostante i torti che gli erano stati fatti e le accuse
infamanti contro la sua persona, stoicamente Temistocle rifiut,
temendo di offuscare cos la gloria delle sue precedenti
imprese. Quella sera, dopo aver sacrificato agli di e in compagnia
dei suoi amici, si avvelen. Come Socrate, che and a
morte credendo fermamente nell'immortalit dell'anima,
Temistocle fu il protagonista di una tragedia degna di Sofocle.
Fu vilipeso e accusato di collaborazionismo quando ci che
fece fu semplicemente restaurare l'ordine dopo una guerra
sanguinosa. Questo fu il dramma di quell'uomo eccezionale.
Duemila anni dopo, Napoleone Bonaparte, che amava
paragonarsi a Temistocle disse: Nel mondo ci sono soltanto
due poteri: la spada e lo spirito. A lungo termine, la spada 
stata sempre sconfitta dallo spirito.
A Salamina, la superiorit numerica fu la causa diretta
del disastro; altri fattori determinanti furono la difficolt di
manovra di una flotta inadatta a muoversi in uno spazio ristretto,
una rivoluzione tecnica nella costruzione navale e
l'uso di una potenza di fuoco concentrata. Eppure, nulla si
sarebbe ottenuto senza il coraggio di un grande comandante
e la motivazione del suo equipaggio.
Salamina distrusse nei Persiani la certezza di essere una
nazione marinara. Fu una vittoria strategica che trascese le
forze effettivamente coinvolte e incoraggi i vassalli della
Persia a cercare l'indipendenza. Tatticamente Salamina non
pu essere considerata una battaglia di livello paragonabile
a quella di Lepanto o di Trafalgar, ma strategicamente fu pi
decisiva, in quanto ferm un'invasione asiatica dell'Europa.
Per migliaia di anni, fino all'arrivo degli Unni, Salamina
avrebbe salvaguardato la cultura occidentale sul continente
europeo.
Con la vittoria di Salamina, ebbe inizio l'et d'oro della
filosofia greca.
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...
Note.
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1. Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso.
2. Erodoto, Le storie.
3. L'importanza di quest'invenzione pu essere paragonata alla corazzata monocalibro, basata su una concezione assolutamente nuova, con i suoi cannoni da dodici pollici montati su cinque torrette girevoli. Fu varata dalla marina inglese nel 1905.
4. Erodoto, Le storie.
5. Ibid.
6. Le cifre relative ai caduti sono indicate da Plutarco.
7. Plutarco, Vite parallele.
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...
PARTE TERZA.
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...
I GIGANTI.
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...
Da Alessandro Magno a Scipione l'Africano. 336-202 avanti Cristo.
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...
Furor arma ministrat. Il furore aiuta le armi.
Virgilio, Eneide, primmo secolo avanti Cristo
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...
CAPITOLO 6.
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...
NON RUBER LA VITTORIA!
Gaugamela, 1 ottobre 331 avanti Cristo.
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Quem di diligunt, adulescens moritur. Chi  caro agli di, muor giovane.
Plauto (254-184 avanti Cristo), Le Bacchidi.
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Fu in una sera d'estate del giugno 336 avanti Cristo che re Filippo di Macedonia si rec nel teatro di Ege, accompagnato dal figlio ed erede designato Alessandro in occasione dei festeggiamenti per il matrimonio della figlia. Da ore i nobili del regno e gli ambasciatori degli stati alleati, appartenenti alla Lega di Corinto che aveva contribuito a creare, affollavano il teatro.
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Ma Filippo di Macedonia non era un costruttore di imperi; un simile progetto gli era del tutto estraneo(1): era semplicemente colui che si prendeva cura del suo regno ed era molto amato dai sudditi. Inoltre, grazie al suo eccezionale talento militare la Lega di Corinto lo aveva nominato hegemon, capo. Ma ora che la regione era finalmente in pace poteva godere della sontuosa celebrazione delle nozze della figlia.
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La processione reale si ferm brevemente davanti alla statua di uno degli di per permettere al re, avvolto in un mantello bianco, di essere solo al centro della scena e rivolgere un saluto al suo popolo. A questo punto un paggio, che forse aveva goduto dell'affetto del re, si fece avanti e conficc un pugnale nel cuore del monarca. Barcollando, re Filippo riusc ancora a muovere pochi passi, mentre il sangue si spargeva sulla sua tunica bianca, poi croll. .
L'assassino cerc di fuggire, ma fu preso e fatto a pezzi dalle guardie del re. Una vera tragedia, nel miglior stile dell'antica tradizione del teatro greco. .
Un ulteriore tocco di grandezza venne dall'epilogo del dramma: mentre il corpo del re assassinato veniva portato via, i presenti invocarono il nome del nuovo sovrano, Alessandro, il figlio di Filippo.
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La vendetta per l'orribile delitto fu immediata e terribile; il cadavere dell'assassino fu crocifisso e poi bruciato, mentre tutti coloro che furono anche semplicemente sospettati di aver preso parte alla cospirazione vennero messi a morte. Tra di loro c'era il fratello di Filippo, Aminta, che poteva aspirare
alla corona; fu giustiziato anch'egli per prevenire qualsiasi minaccia all'ascesa al trono di Alessandro.
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Come prima cosa Alessandro, appena ventenne, doveva far valere la propria autorit di fronte alle citt-stato della Lega pronte a ribellarsi. Non perse tempo e ag con grande rapidit e determinazione. Prima marci contro i Tessali e li sconfisse, poi si comport generosamente nei confronti dei prigionieri per assicurarsene la gratitudine in vista dei piani futuri. In effetti, questa abile mossa gli valse l'alleanza dei Tessali, la cui cavalleria si sarebbe dimostrata decisiva in tutte le sue successive battaglie.
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Dopodich Alessandro cerc di riconquistarsi il titolo di hegemon delle forze della Lega Ellenica. In un primo momento, gli alleati di suo padre non lo presero sul serio, considerandolo un giovanotto inesperto e scervellato(2). Ma non avevano fatto i conti con l'energia e la determinazione di quel giovane re, che, peraltro, gi durante la battaglia di Cheronea, contro Atene e Tebe, aveva guidato la carica della cavalleria macedone e sbaragliato la fanteria nemica.
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Le doti umane di quest'uomo eccezionale furono purtroppo offuscate da un disgraziato episodio che ebbe luogo a Tebe, nel 335 avanti Cristo A capo di una confederazione di Macedoni, Focesi, Plateesi e Beoti, Alessandro marciava contro Tebe. Davanti alle mura della citt, i tebani lo attaccarono e uccisero un gran numero dei suoi arcieri cretesi, ivi compreso il comandante, Euribate. L'iniziale successo diede loro l'impressione di aver vinto la battaglia; si spinsero dunque avanti, ma caddero in un'imboscata tesa loro da Alessandro, il quale rovesci la situazione e fece irruzione in citt. Nella concitazione dell'attacco non furono tanto i Macedoni, quanto i loro alleati a uccidere i tebani non appena costoro non furono pi in grado di organizzare la propria difesa(3).
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Durante il massacro di Tebe, Alessandro mostr per la prima volta la capacit di applicare a sangue freddo metodi estremamente duri; a dire il vero, avrebbe continuato a fare cos in tutta la sua carriera di conquistatore, sebbene Tebe sia forse l'unico caso in cui si comport con tanta durezza nei confronti di persone della sua razza e del suo paese.
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Con la caduta di Tebe, Atene gli si sottomise e i Corinzi lo elessero comandante generale. Una volta che le pi importanti citt-stato ebbero accettato la sua autorit, dovette affrontare il non facile compito di amministrare il paese, compito in cui fu grandemente aiutato da Parmenione e Antipatro. Entrambi erano decisamente pi vecchi e si erano fatti una notevole esperienza in campo militare e nell'arte della diplomazia come fedeli servitori di suo padre Filippo.
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Ad Antipatro fu affidata la Macedonia, mentre Parmenione si occup dei possedimenti in Asia Minore. Suo padre, Filippo Secondo, gli aveva lasciato una formidabile macchina militare costituita da soldati di professione e da semplici cittadini, un esercito cos potente che avrebbe potuto tenere testa a qualsiasi armata fino a quando non fu inventata la polvere da sparo, circa diciotto secoli dopo. Re Filippo aveva infatti trasformato un'accozzaglia di contadini e gente comune in un corpo ben addestrato e ben motivato, i pezeteri (pezetairoi), basato sulla falange greca.
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Questi pezeteri, o falangiti, costituivano la fanteria pesante, erano protetti da uno scudo rotondo ed erano armati di sarissa, una lancia lunga circa quattro metri. Gli ipaspisti (dal greco upaspistes, ovvero scudiero) costituivano la guardia del corpo permanente ed erano dotati di una sarissa leggermente pi corta e dunque pi manovrabile. I loro fianchi erano coperti da un corpo di cavalleria tessala, molto mobile e velocissima.
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Tra la cavalleria e la falange macedone, lenta ma estremamente potente, Filippo aveva dunque inserito battaglioni di ipaspisti, armati meno pesantemente e pertanto in grado di muoversi pi velocemente. Costituivano l'ala flessibile, in grado di adeguarsi alla velocit delle manovre della cavalleria. E questa
sarebbe diventata la caratteristica delle future battaglie, che avrebbe permesso al comandante greco di modificare a piacere la formazione di attacco e di colpire dai fianchi senza perdere la compattezza complessiva dello schieramento.
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Alessandro cre il primo reparto di artiglieria mobile da campo costituita da catapulte leggere, che potevano essere trasportate a dorso di mulo; un miglioramento importante fu poi la creazione di una nuova unit di comando e la velocit con cui potevano essere trasmessi i suoi ordini. Usando come corrieri personali ottimi cavalieri su cavalli veloci aveva infatti la possibilit di sferrare coptemporaneamente pi attacchi o di sfruttare immediatamente eventuali errori del nemico. I corrieri regali avevano un'uniforme propria e dovevano essere ubbiditi ciecamente come il re in persona.
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Il principale reparto d'attacco con cui sferrare il colpo decisivo era la cavalleria macedone. Alessandro usava infatti le falangi per far pressione contro il nemico, ma lo strumento per ottenere la vittoria era la cavalleria. Essendo personalmente un abile cavallerizzo, sapeva tutto in fatto di attacchi con la cavalleria. Non per nulla, all'et di dodici anni aveva ricevuto in regalo un cavallo che nessuno era ancora riuscito a domare, Bucefalo. Ma Alessandro aveva
girato la testa del cavallo verso il sole per non impaurirlo con la sua ombra, poi gli era saltato rapidamente in groppa e il cavallo era stato suo(4).
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La pi famosa unit di cavalleria era l'agema dei compagni del re, o eteri, uno squadrone d'lite cos chiamato perch il re andava in battaglia sempre in loro compagnia. I suoi membri erano scelti con grande cura e sempre pronti a fare da scudo al re a costo della vita. Questa unit di cavalleria era riservata esclusivamente agli esponenti della nobilt ed era un onore per un giovane, e per la sua famiglia, essere scelto per diventare uno degli etairoi (eteri, ovvero compagni, del re).
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Un etairos si distingueva grazie alla sua armatura a scaglie di pesce e anche il suo cavallo era dotato di una protezione analoga. Questi eteri costituivano l'avanguardia, la punta di diamante dello schieramento, che il re teneva di riserva per servirsene al momento opportuno quando era necessario arrivare a un risultato decisivo. Erano tutti giovani e di animo nobile, imbevuti degli insegnamenti dei grandi filosofi: Efestione aveva appena vent'anni, Eutifrone, Agatocle, Clito, Artemidoro, Protis erano poco pi che adolescenti. Fin dall'inizio furono chiamati a dar prova del loro valore. Il giorno in cui, nel consiglio direttivo della Lega di Corinto, si doveva giungere al voto decisivo a proposito della successione, i suoi compagni si schierarono al suo fianco quando non esit a ricordare agli alleati greci che avevano giurato fedelt a Filippo e ai suoi discendenti.
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Dopo aver fatto questa dichiarazione, spalleggiato dall'agema di eteri che lo attendeva fuori dalle mura cittadine, fu eletto hegemon. Alessandro aveva grandi ambizioni e per poter realizzare le sue aspirazioni aveva bisogno dell'aiuto di tutti. Uno dei suoi maggiori problemi fu dunque trovare un fattore comune che gli consentisse di amalgamare le forze delle varie citt-stato in un unico strumento di guerra. Il loro atteggiamento da ognuno per s non permetteva infatti alcuna unit politica e nessun sentimento nazionale ellenico su cui far leva.
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Per ottenerlo era indispensabile trovare un nemico contro cui focalizzare il loro odio. Alessandro vi riusc anche troppo bene quando decise una spedizione contro l'eterno nemico della Grecia, la Persia. I Greci sapevano che, dal tempo in cui Serse aveva cercato di invadere la Grecia, in realt il pericolo non era diminuito. Negli ultimi 150 anni si erano avute un certo numero di incursioni persiane, durante le quali erano stati uccisi inermi contadini, le cui donne erano poi state vendute come schiave.
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Quando i partner della Lega Ellenica si mostrarono esitanti, Alessandro non esit a ricorrere al ricatto, minacciandoli di ritirare il poderoso esercito macedone dalla difesa del paese. In questo modo convinse le altre citt greche a unirsi a lui. Per essere certo della loro fedelt le obblig a giurare: ...per Zeus, la Terra, il Sole, Poseidone, Atena e Ares rispetter la pace e non infranger il mio patto con Alessandro di Macedonia....
E raro trovare un uomo su cui si sia scritto di pi che su Alessandro Magno.
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Alessandro era dotato di grande astuzia, era estremamente coraggioso, amante dell'onore e del pericolo, e religiosissimo. Decisamente brillante nell'intuire il giusto corso d'azione, anche quando appariva oscuro; quando era tutto chiaro, estremamente fortunato nell'azzeccare la soluzione pi favorevole, abilissimo nello schierare un esercito, nell'armarlo e nell'equipaggiarlo, nel tenere alto il morale delle truppe e nell'infondere loro fiducia, spazzando via qualsiasi timore del pericolo grazie alla sua mancanza di paura; in questo era della pi grande nobilt. E tutto ci che doveva essere fatto con prudenza lo faceva con la massima audacia; era abilissimo nel prevenire le mosse del nemico e nel piombarvi contro prima che avesse tempo di temere che accadesse(5).
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La Macedonia era separata dalla Persia da tre ampi tratti di mare: il Mar Nero, il Mar di Marmara e il Mar Egeo. Era evidente che la fragile pace conquistata dai Greci in seguito alle vittorie di Salamina (480 avanti Cristo) e Platea (479 avanti Cristo) non sarebbe durata per sempre. In effetti, per qualche tempo la Persia rispett gli accordi di pace, anche perch a corte era scoppiata una faida sanguinosa quando Artaserse mor senza lasciare un erede designato. Dalla lotta per il trono usc vincitore un discendente degli Achemenidi, un certo Codomanno, che prese il nome del suo illustre antenato, Dario.
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Tuttavia costui, il terzo a fregiarsi di un nome tanto glorioso, non era che una pallida copia del grande Dario, che un tempo aveva avuto il mondo ai suoi piedi. Ci nondimeno, Dario Terzo si considerava un grande condottiero. Purtroppo la sua abilit non aveva nulla a che vedere con quella del suo avversario
macedone e il suo esercito, sebbene di proporzioni notevolmente superiori, non aveva nulla da opporre all'efficiente e razionale macchina da guerra messa in campo da Alessandro.
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Peraltro, Dario Terzo avrebbe forse potuto regnare con discreta efficienza, aumentando ancora la prosperit del suo vasto regno, se non avesse avuto l'infelice idea di compiere un palese atto di guerra inviando agenti provocatori a fomentare rivalit tra le varie citt-stato greche fino al punto di suscitare vere e proprie contese. I provocatori furono catturati e costretti a confessare.
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Nel 334 avanti Cristo, Alessandro radun una flotta di 182 triremi nel fiume Strimone (oggi Struma) e fece vela verso la costa asiatica. Era accompagnato da un corpo di spedizione composto da 37.000 uomini, di cui 32.000 fanti e 5.000 cavalieri. La fanteria era costituita dai pezeteri macedoni, dalle truppe messe a disposizione dagli alleati greci e da un'unit di mercenari balcanici composta di arcieri e frombolieri. La cavalleria era formidabile: 1.800 cavalieri della Guardia, 1.800 Tessali oltre a 1.500 cavalieri armati alla leggera.
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I combattenti potevano contare su 60.000 ausiliari addetti ai rifornimenti. Gi di per s si trattava di un'impresa notevole. A prescindere dai successi militari, l'organizzazione logistica messa in piedi da Alessandro fu forse la caratteristica pi stupefacente della sua campagna, a tal punto che viene tuttora portata a esempio nelle accademie militari. In effetti, il modo in cui riusc ad avere sempre a fianco i reparti addetti ai rifornimenti senza doversi approvvigionare, magari con il saccheggio, nei territori che attraversava, cos come l'efficienza con cui seppe pianificare tutto fin nei minimi dettagli sono qualcosa che si avvicina al miracolo. Neppure Napoleone, che poteva contare su mezzi di trasporto pi moderni e strade migliori, eguagli il talento organizzativo di Alessandro.
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Durante la traversata il giovane re fece fermare la flotta in mezzo all'oceano per offrire sacrifici al dio del mare, Poseidone. E non appena la sua nave raggiunse la costa asiatica, nei pressi del luogo in cui un tempo sorgeva Troia, fu il primo a balzare a terra; poi, conficcata la lancia nel terreno, esclam: Dagli di accetto l'Asia, conquistata con la lancia(6). Era sua intenzione diventare re dell'Asia, ma sebbene l'Asia comprendesse la Persia, non pretese mai di cingere la corona persiana.
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L'errore di Dario Terzo fu non aver cercato di fermare Alessandro all'inizio della spedizione; al contrario il poco risoluto sovrano accett il consiglio dei suoi generali di attirare i Greci nell'interno, dove si illudeva di poterli accerchiare e sconfiggere. Dario aveva ordinato a uno dei suoi satrapi, Memnone di Rodi, di concentrare le sue truppe attorno alle Porte dell'Asia, nei pressi di Dimetoka, lungo il fiume Granico (Kocabas Cay).
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A capo dell'esercito di Memnone c'era Mitridate, imparentato con il re dei Parti, che schier i suoi 20.000 cavalieri lungo l'argine e alle loro spalle i 30.000 fanti, su un'altura che sorgeva a ridosso della riva orientale(7). Nelle file persiane, gran parte delle truppe migliori erano mercenari greci, che per denaro combattevano contro i loro connazionali.
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E Alessandro sapeva anche troppo bene che il pericolo principale era costituito proprio da questi mercenari greci. Alessandro, che certamente non era tipo da lasciare al caso l'andamento di una battaglia, si rec personalmente in perlustrazione e scopr l'alveo asciutto di un torrente che confluiva nel Granico. Era fuori dalla portata visiva dell'esercito di Memnone e puntava direttamente verso la sua retroguardia.
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Poich era la met di giugno, il Granico era poco profondo e consentiva un agevole attraversamento da parte della fanteria. Mentre i due eserciti erano accampati l'uno vicino all'altro, separati dal letto del fiume largo una trentina di metri, nella tenda di Alessandro scoppi una controversia tra il re e
il comandante della fanteria, il generale Parmenione(8). O re, non possiamo attraversare il fiume con la fanteria in formazione estesa senza essere attaccati e molto probabilmente respinti dalla cavalleria nemica. Non sar possibile mantenere la falange dal momento che le nostre truppe saranno costrette a salire lungo la riva opposta in ordine sparso.
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Ma Alessandro fu irremovibile, deciso a fare affidamento sull'elemento sorpresa. Alle prime luci dell'alba, 13.000 fanti macedoni armati pesantemente si schierarono dunque in formazione a falange per una lunghezza di un paio di chilometri.
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Di fronte a loro, lungo la sponda opposta, erano schierate la cavalleria persiana e varie unit di fanteria con armamento leggero. Le truppe persiane e le unit di Memnone di Rodi potevano vantare una notevole superiorit numerica, che per ostacolava i loro movimenti.
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Il mattino, Alessandro condusse spavaldamente il suo esercito verso l'altra sponda del fiume e fu il primo a prepararsi all'attacco(9). Alessandro, ben visibile con la sua armatura dorata e l'elmo ornato di un bianco cimiero, cavalcava verso il centro. I Persiani seguivano ogni sua mossa e ammassarono la cavalleria proprio di fronte a lui. Il che imped loro di notare il dispiegarsi della cavalleria tessala riunita nell'alveo asciutto del torrentello.
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Il macedone diede inizio allo scontro con una finta verso il centro; intanto un altro reparto, sotto l'abile guida del generale Socrate e facendo un gran rumore, si accinse a guadare il fiume con l'acqua che arrivava al petto dei fanti. Mentre avveniva tutto questo, che peraltro fece accorrere la cavalleria persiana per fermare l'attacco, Alessandro ordin al generale Parmenione di ritirare il grosso dell'esercito dallo schieramento.
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Parmenione si diresse dunque verso l'ala destra e guad il fiume nel punto in cui l'alveo si restringeva, consentendo un attraversamento sicuro. Pur dovendo affrontare una corrente piuttosto forte, i reparti avanzarono obliquamente attraverso il fiume, mantenendo una perfetta formazione a falange. Il che stup a tal punto i Persiani che in un primo momento non furono in grado di reagire. Indubbiamente erano stati distratti dal rumore dell'attacco iniziale.
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Sta di fatto che fu proprio mentre Parmenione attraversava il fiume che persero la loro unica occasione di vittoria, impedendo ai suoi uomini di raggiungere
l'altra sponda e schierarsi lungo la riva(10). Un consistente reparto di cavalleria persiana tent un mal condotto attacco contro la fanteria pesante macedone, ma senza l'appoggio dei fanti persiani, che rimasero a guardare il combattimento che infuriava davanti a loro senza intervenire, le ondate di cavalieri si infransero senza successo contro il muro delle lunghe sarisse.
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Terminato il breve attacco della cavalleria, i due schieramenti di fanteria rimasero immobili a studiarsi a vicenda senza tentare il bench minimo movimento.
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Mitridate sembrava confuso, dopo aver assistito alla dbcle di parte della sua cavalleria, mentre i Greci attendevano disciplinatamente l'ordine di attaccare. Ordine che una sola persona aveva il potere di dare: Alessandro, loro re e hegemon.
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Parmenione aveva fermato la cavalleria persiana, nel frattempo per la battaglia continuava a infuriare al centro, tanto che l'eroica resistenza dei soldati di Socrate si trasform in una missione suicida simile a quella dei Trecento Spartiati di Leonida alle Termopili. Con gli uomini di Socrate ancora in mezzo all'acqua e la massa dei Persiani che tenevano saldamente la ripida sponda del fiume, ben presto gli uomini di Dario ebbero la meglio, continuando a scagliare pietre e giavellotti contro i Greci che cercavano di guadagnare la riva.
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Le perdite greche furono spaventose. I feriti cadevano lungo il ripido pendio, finivano nel fiume e annegavano trascinati dalla corrente. I superstiti lottavano corpo a corpo nel tentativo di impegnare il maggior numero possibile di nemici, in modo da distrarre la loro attenzione da un altro settore del
campo di battaglia.
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Trovandosi in difficolt, Alessandro guid una carica dei suoi eteri attraverso la distesa pianeggiante del campo di battaglia. I cavalieri macedoni avevano attraversato il Granico a valle ed erano piombati sui Persiani attaccandoli sul fianco pi vulnerabile. La nuvola di polvere sollevata dalle migliaia di cavalli in corsa aveva per impedito di cogliere di sorpresa i Persiani, che ebbero tutto il tempo di reagire. L'attacco della cavalleria di Alessandro si scontr dunque con un'enorme massa di cavalieri persiani, comandati dal generale Mitridate che cavalcava il suo cavallo veloce come il fulmine.
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Due uomini, un re di Macedonia e un principe dei Parti, erano lanciati l'uno contro l'altro, desiderosi di uccidere, pienamente consapevoli del fatto che il loro scontro avrebbe deciso l'esito della battaglia, come per lo pi avviene quando un esercito perde il proprio condottiero. Al contrario di Mitridate che brandiva una scimitarra ricurva, Alessandro era armato con la lancia della cavalleria macedone; con il vantaggio della maggior portata colp Mitridate trapassandogli la corazza a scaglie e disarcionandolo.
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Tuttavia lo slancio del suo stallone lo spinse pi avanti e Alessandro si trov accerchiato da un gran numero di cavalieri persiani. Uno di questi era Roesace, il comandante in seconda della schiera dei Parti, deciso a vendicare la morte del suo principe. Roesace spinse dunque il suo cavallo vicino a quello di Alessandro e quando lo stallone si impenn sollev la spada per vibrare il colpo mortale.
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La scimitarra tranci le piume e parte del bordo metallico dell'elmo del re. Mentre Alessandro era impegnato in quella lotta mortale, un altro comandante persiano, Spitridate, gli piomb alle spalle per trafiggerlo, ma a sua volta fu ferito mortalmente da Clito, una delle guardie del re, che gli recise il braccio.
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Mentre i Persiani tenevano lo sguardo fisso sulla mischia che infuriava attorno al re macedone, la cavalleria tessala di Alessandro riusciva a risalire inosservata l'alveo in secca del torrentello. Intanto i compagni del re si erano aperti la strada fino ad arrivargli accanto e lo avevano liberato da quella pericolosa posizione. Con l'attenzione focalizzata sul sovrano macedone e colpiti dall'attacco improvviso sferrato alle spalle dalla cavalleria tessala, i Persiani non si accorsero di Parmenione che avanzava alla testa delle sue truppe le quali, in formazione a falange, puntavano verso il centro del loro schieramento.
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La fanteria greca, avanzando con il tipico passo cadenzato e le sarisse puntate contro il nemico, apr larghi varchi attraverso i quali la cavalleria macedone pot fare irruzione contro le file persiane e i mercenari greci loro alleati. Il furioso combattimento giunse rapidamente al termine. I mercenari greci di Memnone, sapendo di non potersi aspettare clemenza, combatterono con la forza della disperazione e per la maggior parte trovarono la morte.
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Vinta la battaglia, Alessandro fece circondare i superstiti, li fece incatenare e li invi in Macedonia dove avrebbero trascorso il resto dei loro giorni lavorando come schiavi nelle miniere d'argento. Tutti i Persiani catturati furono invece messi a morte. I caduti greci vennero sepolti con indosso le armature e accanto le armi; alle loro famiglie sarebbero state assegnate ricche propriet agricole. I venticinque eroi dell'assalto iniziale guidato da Socrate furono invece sepolti insieme, in uno stesso tumulo, e al pi famoso scultore greco, Lisippo, fu affidato l'incarico di realizzare venticinque statue di bronzo.
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La brillante carriera militare di Alessandro aveva rischiato di finire sulla riva di un fiume dell'Asia Minore. Come sarebbe stata diversa la storia se un cavallo non si fosse impennato o se un valoroso compagno del re, Clito, non avesse deviato il colpo che avrebbe posto fine alla vita del suo sovrano. A ogni buon conto, l'essere sfuggito miracolosamente alla morte cre il mito che da quel momento in poi non avrebbe pi abbandonato la sua persona, ed  probabile che anch'egli abbia cominciato a credere alla propria immortalit.
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Il risultato della vittoria di Alessandro sulle rive del Granico fu la liberazione dal giogo persiano delle citt della costa ionica, abitate prevalentemente da Greci. Tuttavia non risolse un altro problema: la flotta persiana controllava i mari e, finch fosse stato cos, una volta attraversato l'Ellesponto, per i loro rifornimenti i Greci avrebbero dovuto utilizzare il lungo e difficile percorso di terra. Alessandro doveva dunque assicurarsi il controllo dei porti persiani sul Mediterraneo, impedendovi l'accesso alla flotta del Gran Re.
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Pertanto nel 333 avanti Cristo, decise di invadere la Cilicia e di impossessarsi delle citt costiere. Per farlo, poteva servirsi di due strade, una che portava nell'interno, attraverso la Siria, e una che invece seguiva la costa.
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Decise di avventurarsi lungo l'angusta pianura costiera, stretta tra le alte montagne e la riva sabbiosa. Il che aveva due vantaggi: era un percorso pi agevole di quello parallelo che si addentrava tra le montagne ed era molto pi lontano dalle roccaforti persiane in Siria, dove si aspettava che Dario radunasse il grosso delle truppe. Mand dunque avanti Parmenione, con i cavalieri tessali, ad aprire la strada. Parmenione sbaragli un contingente persiano che tent di sbarrargli il passo e insedi un accampamento militare per proteggere il vitale attraversamento del Passo di Jonah(11).
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Superato il passo, la strada si spingeva ancora pi a sud, a Myriandros (non lontano da Iskenderun) sul Golfo di Isso; e fu l che Alessandro si accamp per far riposare il suo esercito. I suoi uomini erano stanchi, poich avevano marciato per una media di venti miglia al giorno, ma, dopo la vittoria, il loro umore era ancora euforico. Alessandro us quel momento di sosta per ricevere gli ambasciatori delle citt vicine che venivano a rendergli omaggio e a portargli doni. Invi poi pattuglie di esploratori in direzione sud per scoprire la posizione dell'esercito persiano, che si aspettava di trovare davanti a s, nel punto in cui le montagne lasciavano il posto a un'ampia piana costiera.
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Per suo ordine, Parmenione mand un piccolo reparto a nord, in direzione di Isso, per intercettare l'arrivo dei rinforzi e dei rifornimenti, che Alessandro
attendeva con impazienza, dal momento che aveva bisogno di truppe fresche per ricostituire i ranghi dopo le perdite della battaglia del Granico.
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Mentre Alessandro marciava velocemente verso sud, Dario aveva radunato un esercito attorno a Sochoi, una fortezza che dominava la strada che saliva attraverso le montagne dell'Armenia. Per il resto, i rapporti dei vari satrapi lo tenevano informato circa i movimenti del nemico. Fu cos che seppe che Alessandro non aveva preso la strada che attraverso le montagne portava a Sochoi, ma avanzava lungo la costa. Era arrivato il momento di far scattare la trappola.
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Da Sochoi, Dario condusse l'esercito verso nord, uno spostamento che, a causa della catena montuosa, le pattuglie di esploratori di Alessandro non avrebbero avuto modo di scoprire. Poi, una volta che l'esercito persiano ebbe raggiunto l'estremit settentrionale della catena, svolt bruscamente a ovest, puntando verso la strada costiera per tagliare le linee di comunicazione di Alessandro vicino alla citt di Isso.
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Gli esploratori inviati da Parmenione a intercettare i rifornimenti stavano cavalcando nella piana di Isso quando notarono una immensa nuvola di polvere. I rifornimenti! gridarono a gran voce e freneticamente si diedero a fare cenni di saluto verso i punti scuri che si avvicinavano a forte velocit, quando improvvisamente dalla nuvola di polvere sbuc un reparto di cavalieri.
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Persiani! La pattuglia di esploratori volt rapidamente i cavalli e corse ventre a terra ad avvertire il re. Per Alessandro si trattava di una notizia
scioccante: i Persiani non erano davanti a lui, ma alle sue spalle. Convoc immediatamente i suoi generali, Sopolis, Glaucia, Aristo, Eraclide, Demetrio, e l'eroe della battaglia di Granico, Parmenione, che ruppe il silenzio.
Hegemon, qual  la tua decisione?
Metterci in marcia, amici miei, metterci in marcia!  la nostra unica possibilit!
Ancora pi a sud?
No! Direttamente contro l'esercito persiano! Li attaccheremo e li sconfiggeremo, perch dobbiamo assolutamente batterli!
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Doveva raggiungere il Passo di Jonah prima che i Persiani ne sbaragliassero le difese, come avevano fatto 150 anni prima alle Termopili. Tuttavia Dario Terzo non era Dario Primo: era esitante, indeciso e mentalmente pigro. Pertanto, invece di spingersi risolutamente verso i Greci e bloccarli in una posizione a loro sfavorevole, ferm il suo esercito lungo il Pinaro (o Payas o Deli Cayi), una posizione svantaggiosa date le dimensioni del suo esercito, dove non gli sarebbe stato possibile dispiegare appieno le sue truppe.
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Alessandro si rec a esplorare il terreno insieme a una piccola pattuglia di cavalieri. Si trattava di una distesa quasi completamente piatta, con erba alta e senza sottobosco; il fiume Pinaro la attraversava e sulla sponda opposta era accampato l'immenso esercito di Dario. Alessandro e i suoi scoprirono un guado, tre miglia pi a nord, che avrebbe permesso di attraversare agevolmente il fiume. Il loro timore era che Dario fosse arrivato alla stessa conclusione e avesse fortificato la posizione, ma si tratt di un timore assolutamente infondato.
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Anzi, Dario si era chiuso in trappola, con le montagne da un lato e il mare dall'altro, dal momento che in quello spazio angusto i Macedoni e i Greci di Alessandro avrebbero avuto modo di muoversi molto pi liberamente dei Persiani. Dario schier i suoi trentamila mercenari greci davanti al Pinaro e ne utilizz altri trentamila come riserve; inoltre posizion alcuni reparti ai piedi della collina, da dove avrebbero potuto lanciarsi all'attacco contro il fianco dello schieramento macedone.
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Il re persiano si era dunque creato una solida posizione, ideale per l'attacco; poi per cambi idea. Richiam la cavalleria e la ammass vicino alla riva,
sull'unico tratto pianeggiante. Il che lasci chiaramente intendere che aveva intenzione di sferrare l'attacco da quel punto. Inoltre ritir i mercenari greci dal centro dello schieramento e li sostitu con la fanteria ausiliaria. Cos facendo aveva indebolito la solida posizione iniziale, ancorata alla
montagna. Uno spostamento di truppe di quelle proporzioni, eseguito poco prima della battaglia, cre una gran confusione.
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I vari reparti finirono per ostacolarsi a vicenda e i corridoi di accesso della cavalleria furono bloccati dalle unit pi lente. In men che non si dica Dario aveva perso il vantaggio della superiorit numerica. Infatti, invece di presentare uno schieramento compatto con una profondit di sedici uomini, si trovava ora ad avere da cinquanta a sessanta uomini, ammassati uno dietro l'altro, che non avrebbero avuto la possibilit di aiutarsi a vicenda e che anzi avrebbero rischiato di pestarsi i piedi.
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Le truppe di Alessandro, schierate nella consueta formazione profonda sedici uomini, avanzavano con passo cadenzato verso il fiume. Parmenione comandava la cavalleria a sinistra della falange, mentre Alessandro guidava gli eteri e la cavalleria tessala sul fianco destro. La prima scaramuccia avvenne tra gli Agriani, alleati di Alessandro, e le riserve persiane posizionate ai piedi della collina. Intanto la falange era entrata in un avvallamento poco profondo che tuttavia momentaneamente la sottrasse alla vista di Dario, una mossa astutamente pianificata da Alessandro per permettere ai pezeteri di estendersi in lunghezza e diminuire la profondit fino a soli otto uomini.
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La cavalleria tessala prese posizione dietro la falange per essere pronta ad accorrere su entrambi i fianchi e due squadroni di eteri si diressero verso l'estremit del fianco destro. I comandanti della cavalleria avevano ricevuto ordine di guidare i loro cavalieri tenendosi alle spalle della falange in modo che il nemico non potesse osservare i loro movimenti. Quando la falange macedone prese posizione sulla sommit della bassa catena di alture che si innalzavano davanti al fiume, l'intero schieramento era stato capovolto.
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Ma a quel punto Dario non aveva pi il tempo di modificare la propria disposizione. A un'ottantina di metri dal fiume, i Greci si fermarono brevemente mentre Alessandro cavalcava lungo la linea,  esortando i suoi uomini a combattere con coraggio e lodando quei comandanti, quegli ufficiali e quei mercenari che erano noti per la loro reputazione o per aver compiuto qualche atto di eroismo, chiamandoli per nome. Da ogni lato gli giunse il grido dei soldati: Non indugiare, attacca subito il nemico!.
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Questa momentanea interruzione dell'avanzata macedone avrebbe potuto dare l'opportunit a Dario di lanciare la sua poderosa cavalleria in un attacco a sorpresa oltre il fiume. Ma Dario non era Alessandro; rimase immobile sul suo carro da guerra come un coniglio fissato da un serpente.
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Al suono di centinaia di tamburi e pifferi, i 31.000 uomini di Alessandro avanzavano con passo sicuro tenendo alte le sarisse, come di consueto nelle prime fasi dell'attacco. Erano a una ventina di metri dal letto poco profondo del fiume quando squillarono le chiarine e la destra dello schieramento di Alessandro si lanci in avanti a passo di carica, comandata dal re in persona che cavalcava alla testa del corpo di lite della Guardia Reale.
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La marea umana si precipit urlando attraverso le acque poco profonde del Pinaro: le lunghe sarisse erano ora state abbassate, con la letale punta d'acciaio diretta contro il nemico. Prima che gli ausiliari di Cardace, colti di sorpresa, avessero avuto modo di reagire, i Macedoni, comandati da Efestione, capitano della Guardia Reale, si arrampicarono su per la riva del fiume, trafiggendo con le loro lunghe lance la fanteria di Cardace.
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L'impatto fu cos violento che l'intera ala sinistra di Dario fu gettata nel caos; i reparti della prima fila cedettero e cercarono di fuggire, ma furono bloccati dai compagni ammassati alle loro spalle. Costoro udivano le urla e lo strepito, ma continuavano ad avanzare non rendendosi conto della carneficina che si stava compiendo davanti a loro. A quel punto gli eteri di Alessandro, che si erano tenuti nascosti dietro la falange, attraversarono il fiume e si precipitarono contro la retroguardia della fanteria di Cardace.
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Il loro attacco fu cos improvviso e violento che l'intera ala sinistra persiana indietreggi. Le unit greche puntarono verso il punto in cui aveva preso posizione Dario, circondato dalla Guardia Reale a cavallo. Mentre in questo settore l'andamento della battaglia era favorevole ad Alessandro, la sua ala sinistra era stata respinta quando la cavalleria persiana, forte di ben 30.000 cavalieri, aveva attraversato il fiume.
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I 3.000 cavalieri tessali di Parmenione si erano infatti trovati in difficolt di fronte all'urto di una simile massa, poi per accadde qualcosa che cambi tutto. Alessandro, pesantemente impegnato sull'ala destra, si diresse improvvisamente verso il punto in cui si trovava Dario. Uno, o pi, dei comandanti della cavalleria persiana che stava combattendo contro Parmenione voltarono i cavalli e corsero in aiuto del loro re, seguiti da un gran numero di combattenti che ritennero fosse loro dovere restare con i propri ufficiali.
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Questo improvviso spostamento apr un varco nelle file della cavalleria persiana, varco di cui approfittarono immediatamente i cavalieri tessali. Sfruttando i vantaggi che derivavano da una maggiore mobilit e un miglior equipaggiamento, sbaragliarono i Persiani, inseguirono i fuggitivi sull'altra sponda del fiume e aggirarono il fianco destro persiano. Ormai restava soltanto il centro in grado di reggere l'urto dei Macedoni. Qui infatti i mercenari greci di Dario riuscivano a respingere tutti i tentativi di sfondamento.
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La battaglia infuriava con estrema violenza soprattutto lungo la riva del fiume, dove i mercenari combattevano contro i loro fratelli greci. Non c'era piet per nessuno. I cadaveri continuavano ad ammucchiarsi e i mercenari pagarono un prezzo altissimo. (La perdita dei mercenari greci avrebbe avuto un ruolo decisivo nella sconfitta subita da Dario a Gaugamela.) Per colmare i vuoti, i Persiani fecero allora avanzare la fanteria, ma nulla poteva ormai fermare l'inevitabile.
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Con gli ausiliari dell'ala sinistra sbaragliati dall'impetuoso attacco di Alessandro, la cavalleria scompaginata dalla mossa di alcuni ufficiali troppo ansiosi di correre in aiuto del loro re e i mercenari greci, schierati al centro, fatti a pezzi, Dario pens bene di darsi alla fuga, seguito dalla sua cavalleria, al cui inseguimento si lanciarono i cavalieri di Alessandro. Le rive del Pinaro e la stretta gola che partendo dal fiume si inoltrava in mezzo alle montagne erano coperte di cadaveri e cavalli sbudellati, per lo pi Persiani.
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Ma la carneficina pi sanguinosa era avvenuta nel punto in cui i mercenari greci di Dario si erano scontrati con la Guardia Reale di Alessandro: quei mucchi di caduti testimoniavano la durezza dei combattimenti. La notte scese su una grande vittoria macedone.
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Tuttavia Dario non era ancora annientato: ci sarebbe voluto un altro combattimento. La battaglia di Isso si concluse come Alessandro aveva previsto(12).
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Quando Alessandro, insieme a Efestione, entr nella tenda del re persiano, ormai caduta in mano macedone, trov la moglie di Dario, Statira, e i suoi figli che piangevano la morte del rispettivo marito e padre. Statira vide soltanto la silhouette di due uomini stagliarsi davanti all'ingresso della tenda, entrambi dall'aspetto maestoso, avvolti in un lungo mantello e con tanto di elmo, scudo e lancia. La donna strinse attorno a s i suoi bambini e si inchin davanti a Efestione che, essendo il pi alto dei due, pens fosse il re, finch le fu detto che non era cos.
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Esprimendo la sua stima per l'amico, Alessandro rispose galantemente: Nessun errore, nobile signora, poich anche Efestione  un grande condottiero. Poi
Alessandro si affrett a rassicurarla sulla sorte del marito e diede ordine che i familiari di Dario fossero trattati non come prigionieri, ma come ospiti regali(13). Quando Dario venne a sapere del trattamento riservato alla moglie, si stup che Alessandro non l'avesse violentata, come accadeva abitualmente
per suggellare la conquista definitiva e disonorare il vinto.
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La marcia trionfale di Alessandro continu inarrestabilmente. L'obiettivo seguente fu il principale punto di attracco della flotta persiana nel Mediterraneo, Tiro. La citt era situata su un'isola, praticamente imprendibile, essendo fortificata su ogni lato da altissime mura. L'unico modo di avvicinarvisi era via mare; ma, poich Alessandro non disponeva di flotta, gli abitanti di Tiro si ritenevano al sicuro. Attuando un'esemplare tattica di assedio, Alessandro spiazz la guarnigione facendo costruire una passerella di legno attraverso la laguna.
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Il molo e le numerose torri d'assedio furono incendiate dai brulotti dei difensori, ma Alessandro non si diede per vinto. Costru una seconda passerella, e poi una terza. Infine, dalle citt portuali fenicie che aveva gi conquistato, port via tutte le imbarcazioni su cui riusc a mettere le mani e se ne serv per imbottigliare la flotta di Tiro entro il suo stesso porto. Quanto alle alte mura, erano state costruite per resistere ai terremoti e alle catapulte, ma non ai colpi di pesanti e massicci pentecontori dotati di rostri di bronzo.
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Le mura cedettero e le truppe di Alessandro fecero irruzione in citt. L'assedio era durato sette mesi. Tiro fu completamente distrutta e i suoi abitanti mandati a lavorare nelle miniere d'argento. Inoltre la sua strategia globale, che prevedeva di privare i Persiani dei loro porti, si rivel corretta. Dario fu infatti privato di qualsiasi contatto con la sua flotta e Alessandro ebbe aperta la via dell'Egitto.
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Tuttavia, prima della partenza per la terra dei faraoni, nel campo greco arriv un ambasciatore di Dario. Grande re, il mio sovrano desidera la pace. Ti offre 10.000 talenti d'oro (circa 400 milioni di dollari) e tutti i territori a ovest dell'Eufrate. Inoltre e fece una pausa per dare pi enfasi alle sue
parole il mio re ti offre la mano di sua figlia per suggellare la pace.
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Alessandro fece intendere chiaramente le sue intenzioni quando replic con cinismo: Comunica al tuo re che io non voglio il suo denaro e non voglio parte della Persia, ma la voglio tutta e intendo prendermela. Quanto a sua figlia, digli che se lo desiderassi potrei prenderla e sposarla senza il suo consenso. .
Insomma, era evidente che Alessandro intendeva cancellare la Persia dalla carta geografica. In novembre assedi Gaza e la conquist, poi, nel marzo 331 avanti Cristo, pass in Egitto. Qui, nel tempio di Ammon, nel deserto libico a ovest di Menfi, i sacerdoti lo salutarono chiamandolo Figlio di Ammon.
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Con la perdita della costa meridionale del Mediterraneo, i Persiani non avevano pi porti in cui far attraccare le proprie navi. A quel punto, se Dario aveva in mente di arrivare allo scontro armato, il confronto doveva necessariamente avvenire sulla terraferma. Per un anno Alessandro permise alle sue truppe di riposarsi mentre da parte sua progettava la costruzione di un nuovo porto, Alessandria.
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Ma ben presto dovette pensare ad altro, poich gli fu comunicato che Dario stava radunando un immenso esercito in Mesopotamia. Alessandro si mosse
immediatamente e si precipit in Mesopotamia per precedere l'avversario. La battaglia successiva avrebbe messo alla prova la sua capacit di adattarsi a qualsiasi situazione. Per Alessandro si trattava infatti di una spaventosa marcia contro il tempo, e i pronostici non gli erano favorevoli.
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Da parte sua, Dario era ossessionato dai dubbi circa la possibilit di riuscire a sconfggere Alessandro. Infatti, ogni volta che si erano incontrati, il macedone lo aveva sempre surclassato. Dario era dunque convinto che l'unico modo per fermarlo fosse raccogliere un'armata che fosse tanto imponente da schiacciare comunque l'esercito greco, indipendentemente dalla genialit tattica del suo re.
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Pertanto, nei due anni trascorsi da quando aveva subito la cocente sconfitta di Isso, Dario aveva speso una fortuna per riarmarsi, ed era ormai pronto per la vendetta avendo raccolto mezzo milione di fanti, cavalieri, carri, reparti logistici e mezzi di trasporto. Il suo esercito sembrava una grande citt mobile.
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Tuttavia la battaglia pi importante tra quelle combattute contro Dario non avvenne, come affermano molti scrittori, ad Arbela, ma a Gaugamela, che nella loro lingua significa casa del cammello, poich, siccome uno dei loro antichi re era sfuggito all'inseguimento dei nemici su un veloce cammello, in segno di gratitudine nei confronti dell'animale, lo aveva sistemato in quel luogo(14).
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Quello che accadde successivamente fu una guerra di nervi. Sulla gigantesca scacchiera della Mesopotamia settentrionale, le mosse iniziali della battaglia di Gaugamela furono significative quasi quanto la battaglia stessa(15). Dario non aveva mai preso in considerazione i problemi logistici relativi a un'armata di dimensioni cos spropositate. Con il suo enorme esercito viaggiavano infatti mogli, cuochi e servitori, parassiti, prostitute e personale civile in genere.
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Ovunque Dario si fermasse, l'accampamento risultava sempre troppo grande per non essere visto, troppo caotico da controllare e assolutamente privo di disciplina. Dario sapeva inoltre che gli sarebbe stato impossibile raggiungere Alessandro su un terreno collinoso, dove il macedone gli sarebbe sgusciato via tra le dita. I movimenti del suo esercito erano lenti e scoordinati, alcuni reparti si perdevano e altri si allontanavano per darsi a scorribande e ruberie.
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Mentre Alessandro e i suoi quarantamila potevano muoversi rapidamente e cambiare direzione in qualsiasi momento, Dario doveva spostarsi con mezzo milione di uomini, raggruppati alla meglio in colonne senza fine. Pertanto era costretto a non abbandonare la pianura. Si spost dunque da Babilonia ad Arbela, la Citt dei Quattro Di. Peraltro, Dario aveva discusso della spedizione con il suo generale pi esperto, Mazeo. Secondo il generale, che ebbe cura di tenere per s le proprie considerazioni, era tutto sbagliato, e l'ambiziosa impresa di Dario era destinata a fallire proprio a causa dell'arroganza con cui era stata concepita. Ci nondimeno, aveva detto al Gran Re che la cosa migliore era tendere un'imboscata ad Alessandro presso uno dei grandi fiumi.
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Per preparare l'imboscata, Mazeo prese un'avanguardia di seimila cavalieri. Schierarsi lungo il fiume era l'ordine confuso che aveva ricevuto. I fiumi per erano due, il Tigri e l'Eufrate. Mazeo pianific ogni cosa in base alle informazioni ricevute dai suoi esploratori che, come ombre, avevano seguito gli spostamenti dell'esercito macedone. Purtroppo per lui erano sbagliate, cos come sbagliato era il suo piano.
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A dire il vero, era un buon generale, eppure commise un errore che si sarebbe rivelato decisivo: non ferm Alessandro durante l'attraversamento dell'Eufrate a Tapsaco. Il 13 settembre 331 avanti Cristo, la cavalleria di Alessandro cattur una pattuglia di esploratori persiani e scopr i piani del nemico. Dopo una marcia forzata, Alessandro raggiunse il Tigri il 18 settembre.
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Mazeo, che era l ad attenderlo, commise un errore analogo a quello gi commesso lungo l'Eufrate: ritenendo che non fosse possibile attraversare il Tigri a
causa dell'impetuosit della corrente, lasci che l'esercito di Alessandro passasse indisturbato sull'altra riva. La perpetua fortuna del re macedone lo assistette anche quella volta(16) e il suo esercito pot attraversare il fiume prima di incontrare i cavalieri di Mazeo, che si ritirarono di fronte al grosso dell'esercito di Alessandro.
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Versioni successive addossarono la colpa del disastro persiano all'insipienza di Mazeo, se non altro per sminuire l'impresa di Alessandro. Alessandro attravers il Tigri il 20 settembre, durante un'eclissi lunare, e fece sacrifici agli di Selene, Gea e Elios, rispettivamente luna, terra e sole. Dopodich con l'intero esercito si affrett verso sud, seguendo il Tigri che gli proteggeva il fianco occidentale. Lasci i reparti delle salmerie accampati lungo il fiume, e con i soli animali da soma prosegu verso sud lungo la valle del Tigri: i muli avrebbero avuto abbondanza d'erba nella fertile piana al di l delle montagne della Gordiene.
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Il 25 settembre incontr uno squadrone di mille cavalieri persiani, li sconfsse e ne prese alcuni prigionieri; costoro gli confermarono che Dario era diretto verso una pianura erbosa a sud di Arbela. Alessandro non aveva dimenticato la lezione che gli era stata impartita a Isso, quando era stato sorpreso dalla mossa con cui i Persiani lo avevano aggirato sul fianco. Pertanto, per non rischiare nuovamente di essere preso alla sprovvista, questa volta si tenne
ben informato sui movimenti del nemico. E quando i suoi generali lo pregarono di concedere una giornata di riposo, respinse la richiesta. Dobbiamo metterci in marcia immediatamente ordin, l'armata di Dario  grande e lenta. Al contrario, noi elimineremo tutto ci che non  strettamente necessario per essere pi veloci.
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Per la velocit era disposto a rinunciare a tutto; si lasci infatti alle spalle tutti gli animali tranne i cavalli da guerra che dovettero portare le razioni d'orzo per alcuni giorni, e il 29 settembre lasci l'accampamento. Dalle rive del Tigri si spinse avanti con un piccolo distaccamento di eteri, ordinando a Parmenione di seguirlo con il grosso dell'esercito.
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Alessandro aveva soltanto venticinque anni, ma era gi al massimo della sua potenza. La sua risorsa pi importante era la calma: nulla sembrava sconvolgerlo e per quanto critica potesse essere la situazione, manteneva il suo sangue freddo. L'immenso esercito messo in campo da Dario non gli fece alcun effetto; la massima secondo cui soltanto una forza parimenti grande pu opporsi a un grande esercito agli occhi del Macedone non significava nulla. Secondo lui, l'unico modo per contrastare un grande esercito era distruggerne la compattezza e, dopo averlo frammentato, affrontarne separatamente le varie parti.
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Il re persiano avanzava lentamente con il suo immenso dispiegamento di uomini, cavalli e carri. Dario era stanco, i suoi uomini erano stanchi ed egli concesse alcuni giorni di riposo prima di lasciare Arbela, il raccordo stradale tra Babilonia e il resto del suo impero, per dirigersi verso il fiume Lieo (Grande Zab), il cui attraversamento richiese altri cinque giorni.
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Il 25 settembre, lo stesso giorno in cui Alessandro aveva catturato gli esploratori persiani, Dario raggiunse finalmente una vasta piana nei pressi del villaggio di Gaugamela, sul fiume Bumelus (Khazir)(17). La vasta pianura sembrava promettere un campo di battaglia adatto al massiccio dispiegamento della
sua cavalleria e delle sue centinaia di carri; inoltre i suoi generali lo rassicurarono affermando che il maledetto macedone non avrebbe potuto far nulla per fermare la travolgente carica dei formidabili carri da guerra persiani.
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Il piano di Dario si basava interamente sulla superiorit numerica, grazie alla quale avrebbe potuto mettere in campo una formazione tanto lunga e tanto profonda da superare di gran lunga la massima lunghezza di ogni possibile schieramento con cui il macedone lo potesse fronteggiare. I suoi carri avrebbero sfondato il centro e i reparti di cavalleria aggirato i fianchi della formazione greca. Un piano perfetto. Per essere certo che non ci fosse assolutamente nulla che potesse fermare i pesanti veicoli a ruote, ordin persino che migliaia di schiavi riempissero i buchi e livellassero le cunette in modo da trasformare il terreno irregolare del campo di battaglia in una distesa, liscia come un tavolo da biliardo, su cui lanciare a tutta velocit i carri da guerra.
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Non appena giunse al limite della piana, Alessandro perlustr rapidamente il territorio e subito intu quale fosse il probabile dispiegamento delle truppe di Dario. Mentre parte della sua cavalleria faceva da schermo per impedire al nemico di osservare i movimenti del suo esercito, concesse alle truppe alcuni giorni di riposo prima di percorrere le ultime miglia e la notte prima della battaglia si accamp a sole tre miglia dai Persiani. Negli ultimi tempi l'esercito greco era avanzato tanto rapidamente che Dario fu colto completamente di sorpresa; infatti, quando i Greci comparvero improvvisamente sulle alture che sovrastavano la piana di Gaugamela, i Persiani erano assolutamente impreparati.
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La notte prima della battaglia, Parmenione sugger di sferrare un attacco di sorpresa. Il che avrebbe eliminato il rischio di un attacco in massa della cavalleria persiana, ma Alessandro non riteneva di essere in grado di sferrare un colpo decisivo di notte. Pertanto rispose seccamente con la celebre frase:
Non ruber la vittoria!.
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Quella stessa notte Alessandro e i comandanti dei suoi reparti salirono sulla sommit di un'altura da cui poterono osservare un imponente spiegamento di forze e migliaia di fuochi che illuminavano una parata militare: una sfilata senza fine di cavalieri e di fanti passava davanti al trono di re Dario.
Per Zeus borbott Agatone, comandante della cavalleria odrisia, i Persiani hanno pi cavalli di quanti siano gli uomini di cui disponiamo noi.
S, ma ciascuno dei nostri uomini vale dieci dei loro cavalli replic Alessandro, per nulla impressionato dall'esibizione.
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Ai suoi occhi, tutto quello che stava accadendo nell'accampamento nemico era nient'altro che una messinscena, con l'unico risultato di stancare gli uomini. C'era qualcosa che aveva appreso quando aveva studiato l'arte militare: se sei costretto a guardare una freccia dall'estremit sbagliata, vuol dire che colui che la tiene in mano ti ha interamente alla sua merc.
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Si aspetta di vedere la paura nei tuoi occhi, poich detiene il potere, gioisce nel vederti tremare e ritarda il momento in cui ucciderti... finch non sar troppo tardi. Dario teneva la metaforica freccia dalla parte giusta in virt della schiacciante superiorit numerica, ma non era l'uomo che l'avrebbe scagliata o avrebbe preso una decisione difficile. Alessandro aveva bisogno di una vittoria decisiva. Dario aveva sempre avuto soldati in abbondanza, e non avrebbe mai smesso di combattere; persino dopo la sconfitta di Isso non aveva avuto difficolt a radunare nuovamente un immenso esercito attingendo al suo vasto dominio.
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L'unica cosa che avrebbe messo a terra il persiano sarebbe stata la perdita di speranza e coraggio che inevitabilmente avrebbe seguito un'innegabile sconfitta. Alessandro si rec dunque a consultare l'oracolo, poi celebr il consueto sacrificio e volle che l'aruspice Aristandro traesse gli auspici. Forse credeva negli oracoli, o forse no; in ogni caso da tempo aveva appreso che il fato non aveva rispetto dell'inferno della battaglia.
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Poi convoc i suoi comandanti per un'ultima riunione. Quando se ne furono andati tutti, eccetto Efestione, Alessandro usc dalla tenda, poi si volt verso l'amico. Tra poche ore sapremo. Dobbiamo vincere, poich siamo divinit viventi.
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Gaugamela (Arbela), 1 ottobre 331 avanti Cristo(18). Mentre le due armate prendevano posizione, un grande uccello nero si lev in volo sul campo di battaglia. Gli uomini alzarono lo sguardo e parlarono di portenti, nel momento in cui l'uccello sbatt le ali attraverso i primi bagliori rosati dell'alba simile a un'ombra famelica, come se fosse sceso dal cielo inviato direttamente dalla dea Atena.
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Gli di sono con noi... il re macedone e i suoi uomini avevano dormito tranquillamente, mentre Dario aveva tenuto l'esercito con le armi in pugno per tutta la notte. Quando sorse il sole, i Persiani erano stanchi. I Greci, no. All'inizio della giornata Alessandro fece quello che nessuno si aspettava: diede ordine di ruotare di parecchi gradi la formazione da combattimento.
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L'esercito persiano era schierato in una triplice linea d'attacco, estesa a perdita d'occhio, molto oltre l'unica linea dei Greci che li fronteggiavano a
distanza. Ovunque c'erano bagliori metallici; il sole dell'alba faceva scintillare l'acciaio lucido e i bordi di bronzo degli scudi. Alessandro era seduto in groppa al suo stallone, a una certa distanza dagli squadroni di cavalieri. Sentiva che si trattava di un appuntamento con il destino.
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Non sarebbe diventato re di tutto il mondo conosciuto se non avesse seguito il suo istinto, invece di dare ascolto ai saggi consigli dei suoi amici e collaboratori, anche se si trattava di eroi che avevano combattuto e vinto molte battaglie. Tutto era nuovo, ogni battaglia era una nuova sfida, diversa dalla precedente. Faceva affidamento sui suoi uomini, sapeva che lo avrebbero seguito per l'appuntamento con il loro destino.
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Alessandro aveva 7.000 cavalieri e 40.000 fanti, non un uomo di pi. Attese dunque fino all'ultimo per far scattare il suo piano di attacco. Un piano semplicemente geniale. Parmenione comandava l'ala sinistra e aveva ordine di tenere quella posizione e difenderla da un attacco laterale da parte dei cavalieri persiani ammassati in quel settore. Alessandro avrebbe marciato con l'ala destra avanzando obliquamente verso lo schieramento nemico, sperando che un avvicinamento cos poco ortodosso attirasse i Persiani oltre il campo di battaglia su cui avevano contato e scompaginasse la statica formazione nemica. .
Una manovra del genere non era mai stata tentata prima(19), ma se ciascuno avesse fatto bene la sua parte, avrebbe avuto successo. Schier dunque i vari reparti in modo che potessero muoversi, ruotare e combattere in tutte le direzioni, contando sulla ben nota indecisione di Dario e sul fatto che non sarebbe stato capace di adattarsi a una simile manovra, neppure se costretto. Non c' dubbio che Alessandro sia stato molto pi astuto del suo nemico.
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Alessandro temeva che, una volta iniziata la battaglia, avrebbe rapidamente perso la possibilit di avere il quadro complessivo della situazione, pertanto si era premurato di dare di persona gli ordini ai comandanti pi importanti. Costoro avrebbero dovuto agire secondo il piano che lui stesso aveva messo a punto, ma erano autorizzati a sfruttare eventuali opportunit. Poi cavalc a una certa distanza dalloschieramento per osservare le sue truppe: quarantamila guerrieri allineati in formazione compatta, con ogni arciere, ogni fromboliere, ogni scudiero e ogni oplita nel posto assegnatogli.
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Uno spettacolo davvero splendido! La cavalleria era stata invece posizionata oltre lo schieramento, fuori dalla portata ottica del nemico, per far s che Dario restasse nell'incertezza. La cavalleria di Menidas era la riserva di rapido intervento per contrattaccare i tentativi di accerchiamento da parte del nemico.
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Davanti alla prima linea erano schierati arcieri e lanciatori di giavellotto: erano loro la prima barriera contro i temuti carri da guerra e avevano ricevuto ordine di mirare soltanto ai cavalli, scagliando contro di loro un nugolo di proiettili prima di ritirarsi di corsa dietro il muro di lance degli opliti.
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Alessandro sapeva che gli arcieri, essendo poco protetti, sarebbero comunque corsi via, pertanto era preferibile ordinare loro di farlo e rassicurarli, ma solo dopo che avessero scagliato almeno tre frecce ciascuno. Se si fossero ritirati per ordine del re, avrebbero mirato, colpito e poi sarebbero corsi via, senza farsi prendere dal panico. In questo modo riusc a controllare l'incontrollabile. Le sue truppe di lite e i suoi opliti costituivano il nerbo dell'esercito macedone; il loro valore era eccezionale e sarebbero rimasti a fronteggiare la carica iniziale con le loro picche piantate nel terreno.
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Per questo, che doveva essere l'attacco pi importante sferrato con la veloce ala destra, aveva schierato alcuni dei suoi reparti migliori: i mercenari di Cleandro, veterani di tante battaglie, gli arcieri macedoni, un certo numero di Agriani di Attalo, la cavalleria leggera di Aretes, i paleoniani al comando di Ariosto e la cavalleria mercenaria greca di Menidas. Uno schieramento formidabile ma che nulla aveva a che vedere con quello che si trovava di fronte: una cavalleria pesante forte di ben quarantamila cavalieri, tanti quanti complessivamente gli effettivi di Alessandro, Battriani, Sogdiani, Sciti, oltre
duecento carri da guerra con arcieri, e un milione di uomini(20).
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Alessandro aveva dato disposizioni precise prendendo in considerazione qualsiasi evenienza: Qualora fossi ucciso, Pilota prender il comando della mia ala, e se Parmenione cade, sar sostituito da Cratero. Ispezion ancora la formazione da battaglia. Davanti a tutti la sua ala destra, dove a fianco degli eteri c'era lo Squadrone Reale di Clito, Glauco, Aristo, Sopolis, Eraclide, Demetrio, Meleagro ed Egeloco.
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Poi venivano Xagema e gli ipaspisti di Nicnore. Il figlio di Parmenione, Filota, comandava la cavalleria dell'ala destra. Parmenione, che guidava l'ala sinistra, aveva ai suoi ordini la cavalleria tessala di Filippo, i cavalieri di Farsalo, gli Odrisi di Agatone, i Traci di Sitacles, gli alleati e i mercenari greci di Andromaco. Ma c'era un ulteriore reparto, che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella battaglia: un'unit di fanti traci posti a guardia delle salmerie. Non era previsto che partecipassero alla battaglia, ma non sarebbe stato cos.
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Quando ebbe controllato che tutto fosse perfettamente a posto, il re cavalc di reparto in reparto, ma non sul grande Bucefalo, che cominciava a invecchiare.
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Indossava un giaco di fattura siciliana, stretto attorno al corpo, e sopra un pettorale di lino imbottito, che faceva parte del bottino di cui si era impossessato dopo la battaglia di Isso. L'elmo, che era stato fatto da Teofilo, sebbene di ferro, era stato lavorato con tanta cura ed era cos lucido che sembrava dell'argento pi puro. All'elmo era fissata una gorgiera dello stesso metallo, ornata di pietre preziose. La spada, l'arma che in battaglia usava di pi e che gli era stata donata dal re di Citno, aveva una tempra e una leggerezza mirabili.
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La cintura, che indossava in tutti i combattimenti, era molto pi ornata del resto della sua armatura. Era stata realizzata da Elicone, e gli era stata regalata dagli abitanti di Rodi, per testimoniargli la propria deferenza(21). Si fermava spesso a parlare con opliti e scudieri, psiloi ed eteri, incoraggiando tutti, talvolta semplicemente con una risata che spingeva i codardi a comportarsi coraggiosamente. Con i suoi comandanti ribadiva gli ordini, per essere certo che le istruzioni impartite fossero state ben comprese e che sarebbero state eseguite quando avesse dato il segnale convenuto.
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Ma soprattutto ribadiva che non doveva esserci avanzata prima di un suo specifico ordine, soltanto un avvicinamento laterale per attirare il nemico al di l dello schieramento in cui si era preparato a combattere. Aristandro, l'aruspice del re, avvolto in un bianco mantello e con una corona d'oro sui capelli bianchi, indic un'aquila che si era alzata in volo sopra il capo di Alessandro e si dirigeva verso il nemico. I Greci proruppero in un tonante urr: sapevano che gli di erano dalla parte del loro re, vero figlio di Zeus.
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Davanti a loro si estendeva un'ampia distesa erbosa, leggermente in salita e sormontata da una bassa fila di alture lontane circa un miglio: avrebbe consentito l'avvicinamento senza che Dario potesse accorgersene. A un segnale di Alessandro, la formazione greca cominci dunque ad avanzare verso destra, avvicinandosi al nemico obliquamente.
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Non appena i Persiani se ne resero conto, dovettero spostarsi di conseguenza e allungare il loro schieramento ancora pi a sinistra. Ma ci che era possibile ottenere da un esercito in marcia, diventava pressoch impossibile per un'armata gi in posizione, soprattutto trattandosi di un'armata delle dimensioni
di quella persiana. I vari reparti cominciarono a mescolarsi: alcuni si mossero pi velocemente, altri non si mossero affatto poich i loro ufficiali non avevano ricevuto, o non erano riusciti a trasmettere, l'ordine di seguire lo spostamento verso sinistra. Questo movimento privo di coordinazione fece s che il fronte persiano apparisse tutt'altro che compatto.
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Il generale che comandava l'ala sinistra persiana, Besso, satrapo della Battriana, vide che di minuto in minuto i suoi reparti precipitavano sempre pi nel caos e che l'avanzata di Alessandro avrebbe ben presto superato il tratto di terreno appositamente livellato per favorire la carica dei carri da guerra.
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Inoltre, si doveva tener conto di un altro elemento: uomini e cavalli erano stati tenuti svegli tutta la notte e la stanchezza cominciava a farsi sentire, soprattutto a mano a mano che il calore diventava pi intenso. Besso decise che fosse opportuno attaccare finch i cavalli erano relativamente freschi: dall'attesa non ci sarebbe stato nulla da guadagnare.
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La sua cavalleria battriana e scita, protetta con pesanti armature, ricevette l'ordine di attaccare la formazione macedone e di fermarne lo spostamento verso destra. Suonare il segnale di attacco. Squill una tromba e la pesante cavalleria di Besso si precipit in avanti, come una gigantesca muraglia: diecimila uomini! L'attacco fu veloce e furibondo e le prime linee greche subirono pesanti perdite.
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Menidas, secondo i piani prestabiliti, fece avanzare immediatamente la cavalleria degli eteri per fermare il massacro e impedire che quell'ala venisse annientata. L'impatto delle due formazioni di cavalleria, che si erano precipitate furiosamente l'una contro l'altra, poteva essere udito su tutto il campo di battaglia. Molti cavalieri greci furono disarcionati, ma continuarono a combattere a piedi, tenendo alti gli scudi per proteggersi il corpo mentre conficcavano le lance nel ventre dei cavalli persiani.
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Gli Sciti e i Battriani riuscirono a infliggere pesanti perdite agli eteri, ma lo scontro tra le due formazioni di cavalleria, che si era trasformato in una
mischia furibonda, non port a un risultato decisivo, soprattutto dopo che alcuni veterani delle unit mercenarie greche entrarono in campo e respinsero i Battriani. Le file di Alessandro, sebbene duramente colpite, resistettero cos al primo assalto persiano. Un secondo attacco della cavalleria persiana non ottenne risultati migliori, anche se inizialmente la fanteria greca tentenn pericolosamente sotto l'urto nemico.
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Il che diede una falsa impressione. I Greci sono in fuga! url qualcuno e grida di esultanza riecheggiarono lungo l'intero schieramento persiano. Dario, convinto che il fronte greco fosse stato sfondato, lanci i suoi carri falcati. Una marea di pesanti veicoli dalle ruote cerchiate di bronzo corse all'attacco.
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Da parte loro, gli uomini di Alessandro erano pronti a far fronte all'assalto dei carri. I suoi arcieri, posizionati nelle prime file, incoccarono le frecce e tirarono, gonfiando il petto, tendendo gli archi con braccia ferree, tenendo ben ferme le frecce, con il pollice contro la mascella mentre prendevano la mira, prima di lasciar sfuggire l'asta dalla mano. Le frecce disegnavano un ampio arco e uccidevano. In pochi minuti, la piana fu cosparsa di uomini e cavalli trafitti, ma in mezzo a loro e su di loro si abbatt una nuova ondata di carri falcati.
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Nella compatta falange macedone, alcuni reparti si fecero da parte per lasciare libero il passo alla furibonda corsa dei carri, ma, mentre avanzavano, i carri furono colpiti da un secondo diluvio di frecce e giavellotti, che si conficcarono nella carne dei cavalli. Gli animali incespicavano e nitrivano mentre le frecce penetravano nei loro fianchi privi di protezione, con movimenti convulsi aprivano ancora di pi le ferite e facevano volare gli equipaggi sopra le loro teste.
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Soltanto alcuni equipaggi riuscirono a passare e quei pochi vennero fatti a pezzi. Due assalti di carri dalle ruote falcate erano cos stati respinti senza aver fatto alcun danno. Nel frattempo, i cavalieri battriani e sciti, molti dei quali erano stati impegnati nello scontro iniziale, vennero attaccati dalla cavalleria leggera di Aretes, che, in groppa a cavalli pi veloci, si faceva avanti come un nugolo di calabroni affamati, salvo poi ritirarsi rapidamente per colpire in un altro punto.
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Questo attacco a sorpresa divise i reparti persiani in unit pi piccole. Intanto le lance greche trafiggevano i cavalieri persiani, le loro spade penetravano attraverso il cuoio e il metallo, i loro coltelli si immergevano nella carne viva. Per Battriani e Sciti il disastro era imminente. Besso, satrapo della Battriana, invi a Dario un'urgente richiesta di aiuto. Richiesta che incontr orecchie sorde, poich nel frattempo l'attenzione di Dario si era spostata dall'ala sinistra in difficolt all'ala destra, dove il comandante, Mazeo, aveva lanciato tutta la cavalleria di riserva contro l'ala sinistra
di Alessandro; 30.000 cavalieri, spalleggiati da 70.000 fanti, avanzarono al suono di tamburi e chiarine.
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Ma per impedire a questa massa enorme di schiacciargli il fianco e annientare l'intero esercito di Alessandro, Parmenione poteva schierare soltanto 10.000 opliti e 2.000 cavalieri. I primi momenti dell'assalto persiano si risolsero in un pandemonio di urla, corni da guerra e nitriti di cavalli.
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Mentre Parmenione cercava di fermare i reparti lanciati contro di lui, l'ala comandata da Alessandro procedeva secondo i piani prestabiliti. Il re vide la testa dello schieramento persiano spostarsi in avanti parallelamente alla sua avanzata; in questo modo gli uomini di Besso si portavano oltre il terreno appositamente preparato per la carica dei carri. Il momento era critico. A causa dello spostamento, il fianco di Alessandro si trov pericolosamente esposto a un attacco laterale della cavalleria persiana: Dario aveva la possibilit di scatenare l'inferno e Alessandro lo sapeva.
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Trattenne il respiro, studiando attentamente l'enorme massa di cavalieri che si muoveva sul campo di battaglia, pronta a colpire. Ma Dario non si mosse. Per lui l'occasione favorevole era sfumata.
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Alessandro non era soltanto un grande condottiero, ma anche un attento studioso di arte militare. Sapeva dunque che durante la battaglia di Leuttra, nel 371 avanti Cristo, il generale tebano Epaminonda aveva usato una tattica rivoluzionaria per sfondare il fronte spartano con la sua falange. Seguendo l'insegnamento di Senofonte, secondo cui un buon generale attacca nel punto in cui il nemico  pi debole, Epaminonda aveva schierato la sua falange in una formazione a cuneo e l'aveva usata come un ariete. Tenendo indietro una delle sue ali e avanzando obliquamente contro gli Spartani, aveva annientato l'ala destra del nemico.
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Su scala infinitamente pi vasta, a Gaugamela sarebbe accaduto come a Leuttra. In campo militare, il ventenne macedone aveva una capacit di intuizione e di visione d'insieme che rimasero ineguagliate fino alla vittoria di Napoleone ad Austerlitz, nel 1805.
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Con una chiarezza di vedute e un'incredibile, istintiva capacit di cogliere il momento adatto, Alessandro aveva individuato il punto debole del nemico. E il momento in cui sferrare l'attacco decisivo si stava avvicinando. Fidando nella sua invulnerabilit, Alessandro si mise alla testa delle sue truppe; cos facendo si espose a un diluvio di proiettili scagliati dagli arcieri battriani, ma riusc a distogliere l'attenzione di Besso.
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Richiam poi ogni oplita disponibile dalle quattro speirais (unit di forma quadrata, che schieravano sedici file di sedici uomini) pi spostate in avanti e li dispose in una falange tre volte la normale consistenza. In pochi minuti, una linea fu trasformata in un cuneo triangolare. Per accrescerne la potenza, questo cuneo fu rafforzato con unit provenienti dai mercenari di Cleandro, noti per la loro ferocia.
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Intanto Filota ricevette l'ordine di usare gli eteri per proteggere la formazione da un attacco sul fianco. Tutto era pronto. Il re macedone diede un ultimo sguardo al centro di Dario: rimaneva schierato nella posizione iniziale, non essendo riuscito a seguire lo spostamento laterale della sua ala destra. Uno
spostamento scomposto e mal coordinato che aveva aperto un varco pericoloso nell'ala sinistra di Dario, difesa da una linea sottile di ausiliari persiani.
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Alessandro gridava ordini, ma sbraitare non serviva a nulla dal momento che la terra stessa aveva cominciato a rimbombare, i corni a suonare e gli uomini a urlare. Dovette dunque ricorrere ai segnali manuali per far avanzare la micidiale falange, prima al passo, poi di corsa. Alessandro puntava diritto verso il varco, senza comprendere come mai Dario non avesse ancora dato ordine di colmarlo alla sua possente cavalleria. Non sapeva che i cavalieri persiani erano impegnati a combattere contro l'ala di Parmenione.
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Un'onda parve scivolare lungo la falange mentre tutte le lunghe lance venivano abbassate in posizione d'attacco e i corni suonavano pi furiosi che mai. La corsa si fece pi vdoce e l'attacco fu sferrato. L'ardita manovra, che si accompagnava al coraggio personale del re, fu immediatamente coronata da successo. .
Una formazione irresistibile, fatta di punte di acciaio e di uomini che urlavano il loro minaccioso Alal, alal si abbatt come un ariete contro le linee persiane, infliggendo perdite spaventose. Colpo dopo colpo, fendente dopo fendente, il cuneo triangolare avanzava con passo cadenzato su un tappeto di cadaveri. I Persiani furono attaccati frontalmente e lateralmente.
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Non c'era nulla di regale nella figura che stava ritta sul carro da guerra. Dario sembrava paralizzato, assolutamente incapace di agire, mentre i suoi uomini gridavano e fuggivano davanti all'avanzare degli opliti greci. Il terribile cuneo fu seguito da un gran numero di soldati della Guardia Reale che incalzavano i reparti persiani in fuga spingendoli verso il centro e creando una terribile confusione, mentre un attacco della cavalleria degli eteri si gettava a rotta di collo contro il fianco che si stava disintegrando.
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Le lance macedoni aprirono un sentiero attraverso lo schieramento persiano, tagliandolo in due. Improvvisamente la falange greca punt direttamente verso il punto in cui si trovava Dario, chiaramente individuabile a causa dello stendardo di seta. L'eroico Cleandro, un uomo gigantesco, fece irruzione nella schiera
di guerrieri della Guardia Reale persiana che difendeva la persona del Gran Re. Con un colpo di spada tagli la testa di un guerriero dall'armatura d'acciaio, prima di sedersi a sua volta sul petto del morto, ansimando. Quando alz gli occhi, il suo sguardo incontr quello di Dario.
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La guancia del mercenario greco era aperta fino all'osso e il suo sangue si mescolava a quello del nemico ucciso. Su Dario quella scena cruenta, proprio davanti al suo carro da guerra, ebbe un impatto pi pesante della battaglia stessa: improvvisamente comprese di poter essere sconfitto, una possibilit che non aveva mai neppure preso in considerazione. Eppure disponeva ancora di un esercito dieci volte pi grande di quello del suo avversario, sufficiente a capovolgere la situazione.
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Infatti nell'ala sinistra comandata da Parmenione le cose non andavano affatto bene. Il primo segnale di pericolo gli giunse quando il terreno cominci a tremare, poi si ud il rimbombo di migliaia di zoccoli ed ecco che, a perdita d'occhio, una marea di cavalieri desiderosi di coprirsi di gloria puntava direttamente contro il suo esiguo contingente, pronta a riportare la vittoria! La sera precedente, insieme ad Alessandro aveva tenuto conto di tutte le possibilit, ma non aveva pensato che Mazeo potesse concentrare l'intera cavalleria di riserva in un unico attacco. Parmenione aveva a disposizione pochi squadroni di alleati greci al comando di Coerano e, sul fianco, una solida muraglia di mercenari greci agli ordini di Andromaco.
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Il comandante dell'ala destra persiana, Mazeo, aveva ricevuto ordine di non muoversi finch da parte del re non fosse giunto l'ordine di avanzare. Non sapeva del disastro dell'ala sinistra. Mazeo vide l'occasione di sferrare un colpo decisivo nel momento in cui Alessandro separ la sua ala destra da quella sinistra, mossa che aveva aperto un varco nel centro greco e che lo spinse, ordine o non ordine del Gran Re, a sferrare un attacco. Mazeo condusse dunque la
sua enorme massa di cavalieri direttamente contro il varco.

Con un urlo, trentamila Parti, Medi, Cappadoci e Armeni galopparono puntando verso il passaggio che si era aperto tra la cavalleria tessala e la protezione del fianco greco. L'immensa ondata di cavalieri sembrava una nuvola di foglie di colore scuro spinte da un forte vento attraverso un campo.
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Non avanzavano in ranghi ordinati, ma con le lance puntate in tutte le direzioni. Un nugolo di giavellotti e frecce accolse la prima ondata di quella massa urlante: per un attimo precipit la prima fila in una spaventosa confusione, mentre le file posteriori, trascinate dallo slancio incontrollabile dei loro
cavalli, si abbattevano sui caduti e travolgevano coloro che si erano fermati.
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I cavalli inciampavano, rompendo il collo a se stessi e a chi avevano in groppa; e una volta disarcionati i cavalieri correvano all'impazzata incrociando le ondate che sopraggiungevano; altri cavalieri venivano cos sbalzati di sella e calpestati a morte. Tutto questo quando i primi mille non avevano ancora raggiunto la falange greca. Poi l'urto fu istantaneo e la carneficina che segu l'impatto inimmaginabile; gli arcieri di Creta furono uccisi fino all'ultimo uomo, mentre la protezione laterale costituita dai Traci fu semplicemente annientata.
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Parmenione aveva perso la sua formazione di punta, e fu persino accusato di essere stato lento e inetto. Sta di fatto che, sia che l'et avesse ridotto il suo coraggio sia che fosse invidioso della crescente gloria di Alessandro, ordin di suonare la ritirata(22). Con l'ala destra che rischiava di cedere da un momento all'altro, Parmenione invi un portaordini ad Alessandro, chiedendo rinforzi. Nel frattempo avrebbe cercato di tener duro con quanto gli restava. .
Poteva soltanto pregare, se Zeus gliene dava il tempo. Servitori e cuochi ricevettero l'ordine di prendere le lance dei caduti e colmare i buchi nel muro di scudi. Le sue truppe venivano fatte a pezzi e calpestate sotto gli zoccoli della cavalleria persiana. Per giunta, la loro fanteria era a ottocento metri di distanza e in rapido avvicinamento, migliaia di Persiani urlanti pronti ad attaccare; presto sarebbero stati semplicemente troppi.
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Mentre l'ala destra di Alessandro martellava il fianco sinistro di Dario, l'ala sinistra di Parmenione combatteva disperatamente per non essere annientata. Per i Greci la situazione era critica, se non disperata. La schiacciante massa di Persiani non poteva pi essere fermata: un'altra carica e il disastro sarebbe stato completo. A quel punto, sarebbe stato necessario che il Gran Re si mettesse alla testa delle sue truppe, desse l'esempio e guidasse le riserve nel folto della mischia. Ma Dario non era Alessandro. Rimase in piedi sul suo carro e non fece nulla!
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Ben presto gli uomini di Parmenione avrebbero dovuto affrontare un attacco frontale da parte di ondate su ondate di fanti. Dovevano dunque far di tutto per impedire ai cavalieri di dilagare alle spalle dell'ala di Alessandro, annientando cos l'esercito greco. Parmenione prese allora una rapida decisione, che si rivel quella giusta. Invece di affrontare un attacco della fanteria, radun i Traci di Sitacles e ordin loro di eseguire una svolta a 180 gradi e contrattaccare la cavalleria persiana. Inoltre chiam i Traci addetti alle salmerie perch partecipassero all'attacco.
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Questa manovra poco ortodossa colse completamente di sorpresa la cavalleria persiana, che improvvisamente si trov attaccata da entrambe le parti: Traci davanti e Traci dietro. Ancorando la sua nuova linea di resistenza sui carriaggi, che con i mucchi di rifornimenti e le balle di fieno impedivano il passaggio dei cavalli, Parmenione riusc a mettere in piedi un solido muro di lance, irto come un porcospino. La cavalleria di Farsalo si un alla fanteria dei Traci e combatt valorosamente per fermare le ondate persiane.
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...i comandanti delle truppe greche che formavano la riserva della prima falange, venuti a conoscenza di quanto era accaduto, subito fecero dietrofront, secondo gli ordini precedenti, e cos raggiunsero alle spalle i cavalieri persiani e ne massacrarono un gran numero...(23). Lo spostamento laterale dei cavalieri era stato momentaneamente fermato, ma il pericolo era ancora imminente: la massa della fanteria persiana si stava rapidamente avvicinando.
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Nel bel mezzo della battaglia, quando la sua fanteria di riserva stava avanzando pronta a sbaragliare l'ala destra di Parmenione e con la vittoria a portata di mano, Dario si lasci prendere dal panico. Probabilmente vi fu indotto da un incidente, peraltro di scarso rilievo, che si verific proprio in quel momento. La falange di Alessandro era giunta pericolosamente vicino alla sua posizione e gli arcieri greci, che a centinaia seguivano gli opliti, scagliavano nugoli di frecce contro i soldati della Guardia Reale che faceva ala alla persona di Dario.
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Il Gran Re ebbe per modo di vedere come improvvisamente il ventre di una delle guardie fosse colpito da numerose frecce che, dilaniandolo, ne fecero fuoriuscire gli intestini. L'auriga del carro regale, un certo Panotes, scita, si era subito piazzato davanti al re per fargli scudo con il proprio corpo. Pochi istanti dopo, molte frecce si abbatterono anche contro di lui, tranciandogli via met del viso. Poi altro sangue sgorg da una ferita nel collo e and a macchiare la tunica immacolata di Dario.
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Ancora sconvolto da quanto aveva appena visto e senza pensare alle conseguenze, il Gran Re ag d'impulso e cos facendo mise fine a due secoli di egemonia
persiana. Spinse il morente Panotes fuori dal carro, afferr le redini e frust i cavalli per darsi alla fuga, ma si accorse che le ruote erano bloccate da un groviglio di cadaveri. Allora salt su un cavallo e corse via. Poich nell'esercito persiano tutti conoscevano il re, immediatamente un grido riecheggi lungo i ranghi, fino a trasformarsi in un grande boato. Dario sta fuggendo!
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Non si rendeva conto che, vedendo la sua augusta persona abbandonare il campo di battaglia, met del suo esercito avrebbe cercato di salvarsi nell'unico modo possibile. Infatti quando i Persiani che erano stati al suo fianco videro quanti fossero i loro compagni fatti a pezzi o feriti a morte per un re che vigliaccamente li abbandonava al loro destino, provarono disgusto e persero la volont di combattere. Comprensibilmente, gettarono le armi e si diedero alla fuga. In questo modo, l'intera ala sinistra persiana cedette completamente.
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Era cos densa la nuvola di polvere sollevata dalla massa dei fuggitivi che non si riusciva a distinguere nulla; nel polverone i Macedoni persero dunque le tracce di Dario. Ma il clamore delle grida e lo schioccare delle fruste guidavano gli inseguitori(24).
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L'ala sinistra di Dario era ridotta a una turba disordinata di uomini che correvano alla cieca per salvare la pelle, mentre i cavalieri di Menidas facevano a pezzi i fuggitivi ormai senza scampo. Una delle ali persiane era completamente allo sbando, ma Alessandro contava sull'aiuto di Parmenione per lanciarsi all'inseguimento. Tuttavia non sapeva dove si trovasse al momento il suo generale; non aveva notizie neppure della sua ala sinistra e ignorava che cosa stessero facendo le unit mercenarie al comando di Andromaco.
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Mentre infuriavano i combattimenti, l'urgente messaggio di Parmenione arriv finalmente ad Alessandro. Non c'era tempo da perdere. Se l'ala comandata da Parmenione avesse ceduto, sarebbe stata la fine. I momenti successivi dimostrarono il sangue freddo del giovane re nel prendere le decisioni.
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Alessandro fece voltare il suo cavallo e, mentre stava per compiere un passo avanti decisivo, richiam la cavalleria di Filota insieme ai suoi eteri e alla cavalleria tessala, poi li guid personalmente contro la massa di cavalieri di Mazeo. La cavalleria di Alessandro era la migliore e la pi disciplinata dell'intero campo di battaglia, ed era solita ricevere ordini dal re attraverso segnali manuali. Grazie al terreno fatto livellare da Dario, non certo per favorire la carica dei cavalieri greci, le unit di lite di Alessandro attraversarono rapidamente il campo di battaglia e si precipitarono contro il fianco dei Persiani. Questo fu l'andamento del pi imponente scontro di cavalleria della storia antica, e forse di tutti i tempi(25).
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Gi nei primi istanti migliaia di cavalieri furono disarcionati, trafitti e calpestati, ma i Persiani si battevano furiosamente, nonostante le spaventose perdite. Ancora una volta Parmenione impegn quel che restava dei suoi traci; numericamente erano decimati, ma nulla poteva diminuire la loro volont di combattere. I cavalieri feriti di Alessandro si ritirarono attraverso i corridoi lasciati aperti dall'avanzata dei mercenari greci di Coerano, mentre una seconda falange agli ordini di Simmias avanzava per colmare i vuoti.
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Con una carica eseguita brillantemente i due reparti attaccarono sul fianco la cavalleria persiana. La lotta fin in pochi minuti, mentre cavalli imbizzarriti e privi di cavaliere diffondevano il panico in tutte le direzioni. Con la cavalleria tessala che lo minacciava alle spalle, per non rischiare il completo annientamento Mazeo non ebbe altra scelta che ordinare la ritirata.
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I primi a lasciarsi prendere dal panico furono i Cappadoci, che non attesero neppure l'ordine di ritirarsi, ma si limitarono a fare dietrofront e fuggire. Le lance degli ipaspisti di Alessandro dispersero il resto della cavalleria persiana frammentandolo in piccoli gruppi, non pi una schiera compatta di guerrieri a cavallo, ma un'orda disordinata in fuga attraverso la grande piana. Nulla sembrava reale. Reparti di fanteria persiana stavano ancora avanzando contro gli uomini di Parmenione, quando improvvisamente si fermarono in preda alla pi completa confusione. Un suono simile a un gigantesco lamento riecheggiava per tutto il campo. Incredule alcune voci colsero il grido proveniente dall'ala sinistra.
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Dario sta fuggendo! Il Gran Re  fuggito !
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Abbandonata dal suo sovrano, con la cavalleria decimata, la fanteria persiana si lasci cogliere dall'isteria: l'ala destra croll come un castello di sabbia. La fine avvenne con devastante rapidit: le prime file furono fatte a pezzi dalle lance mentre la retroguardia si dava alla fuga. Si formarono grandi
varchi, subito colmati da Greci che urlavano e menavano fendenti, mentre spade, mazze e randelli si abbattevano sui pochi Persiani che ancora opponevano qualche resistenza.
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E poco dopo l'intero esercito del Gran Re era in fuga, inseguito dai Greci in cerca di gloria. Su un campo di battaglia devastato da migliaia di ruote e sandali, giacevano decine di migliaia di scudi, elmi e cadaveri, alcuni a faccia in gi e con profonde ferite sulla schiena, uomini fatti a pezzi dalla cavalleria greca mentre cercavano di mettersi in salvo. La morte li aveva colti in modi diversi, mentre affrontavano eroicamente il nemico o mentre si davano vigliaccamente alla fuga. Le perdite subite dai Persiani furono talmente pesanti che riesce difficile persino immaginarle.
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Poi fu tutto finito: la giornata era vinta. Alessandro scese da cavallo, mentre la tensione dei muscoli lasciava il posto all'intorpidimento. Vide Parmenione che attraversava il campo di battaglia allontanandosi dal capannello in cui si erano raggruppati i cavalieri di Coerano, alleati dei Greci.
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Fu fatto il punto della situazione. Parmenione appariva in disordine, con l'armatura malconcia e l'elmo ammaccato, e il suo viso non prometteva nulla di buono. Abbiamo perso Sitacles e Agatone, morti entrambi. Due dei migliori ufficiali della cavalleria erano stati uccisi, e quanti dei loro uomini erano caduti?
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Alessandro diede ancora due ordini: inseguire i Persiani in fuga fino ad Arbela e strada facendo infliggere loro il massimo delle perdite, affinch non tornassero mai pi; uccidere gli sciacalli umani che si aggiravano sul campo di battaglia per spogliare i morti, come accadeva dopo ogni combattimento
indipendentemente dal risultato. Che i morti riposino in pace! La cavalleria greca si lanci al galoppo e fece quanto le era stato ordinato.
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Poi Alessandro si sedette su una collinetta insieme al suo amico Efestione, due figure solitarie in mezzo a quella desolazione. L disse Efestione, puntando il dito verso alcuni sbandati che vagavano attraverso il campo di battaglia coperto di cadaveri; sagome indistinte la cui unit di appartenenza non era pi distinguibile attraverso i colori. Gi, perch il colore era uno soltanto: il rosso del sangue(26).
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Alessandro taceva e teneva lo sguardo fisso davanti a s, contemplando il campo di battaglia intriso di sangue, le armature dei caduti che scintillavano al sole del tramonto e le centinaia di carri da guerra, conquistati con l'aiuto di Atena. L'immediato presente era pi reale di qualsiasi ricordo della lontana Grecia e di quello che la sua vittoria aveva ottenuto per il suo paese.
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Non poteva immaginare che una singola vittoria potesse produrre un risultato dalle conseguenze cos rilevanti per l'uomo che l'aveva riportata.
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Alessandro di Macedonia era ora il padrone di tutto il mondo conosciuto.
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Per tutta la notte Dario frust i suoi cavalli nel tentativo di raggiungere Arbela, lontana settantacinque miglia, e quando i cavalli cedettero obblig le guardie del corpo ad attaccare le loro cavalcature al suo carro. Alessandro e uno squadrone di cinquecento eteri gli erano alle calcagna. Anche loro sfinirono se stessi e i cavalli fino a stramazzare, i cavalli per la fatica e gli uomini per le ferite che avevano riportato durante la battaglia.
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Alcuni morirono dissanguati mentre erano in sella. Alessandro e i suoi non diedero tregua al Gran Re e quasi lo raggiunsero a Ecbatana (Hamadan), dove trovarono le ceneri del suo bivacco ancora calde. La pattuglia di Alessandro era ora ridotta a soli sessanta uomini ed egli corse un grave rischio quando l'inseguimento lo port ad addentrarsi sempre pi in profondit nel territorio nemico.
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La caccia dur undici giorni. Alla fine, per, Alessandro arriv troppo tardi: qualcun altro aveva gi raggiunto il terrorizzato monarca, il satrapo della Battriana, Besso. Era infatti scoppiato un violento alterco nel corso del quale Besso aveva accusato il codardo monarca di aver inviato a morte inutilmente i suoi battriani e poi di averli abbandonati al loro destino. Cos, quando Alessandro entr nella tenda del Gran Re, Dario Terzo, trov l'ultimo sovrano persiano in un lago di sangue, con la testa mozzata da una spada battriana(27).
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Re Alessandro, dopo aver sconfitto Dario in battaglia ed essere divenuto padrone dell'Asia, fece celebrare sacrifci in onore di Atena di Lindo, secondo un oracolo(28).
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Queste cose avvennero dopo che Alessandro il Macedone, figlio di Filippo, uscito dalla regione di Kittim [Grecia], sconfisse Dario re dei Persiani e dei Medi, e regn al suo posto, cominciando dalla Grecia. Intraprese molte guerre, si impadron di fortezze e uccise i re della terra (I Maccabei 1,1).
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La genialit militare di Alessandro era duplice: il talento organizzativo era pari al valore in combattimento. Gli iloti armati alla leggera sono le mani, la cavalleria le gambe, gli opliti il petto e l'armatura, e il generale  la testa dell'esercito(29) affermava. Come organizzatore non aveva eguali; come
manager procurava di avere sempre riserve sufficienti a riportare la vittoria.
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In battaglia era estremamente inventivo e assolutamente imprevedibile. Come stratega otteneva la vittoria senza mai ripetere una manovra tattica e come conquistatore si muoveva con una velocit che lascia sbalorditi. (Nel 1991, usando migliaia di aerei, la coalizione sponsorizzata dagli usa impieg otto mesi a mettere in moto l'operazione Desert Storm per riportare la vittoria su un solo paese.)
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L'impresa di Alessandro  davvero incredibile: in soli dieci anni conquist il mondo, e lo fece a piedi. Come uomo, cerc la gloria mediante la conquista, ma
fece anche costruire citt e vi insedi artisti e mercanti(30).
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Queste persone dovevano essere trasferite dall'Europa all'Asia e viceversa. Il che indica chiaramente che era sua intenzione che i popoli del suo immenso regno si mescolassero e vivessero in pace e armonia. Tra le sue grandi imprese, la pi grande fu indubbiamente la Biblioteca di Alessandria, che doveva racchiudere tutto il sapere. Alessandro non era perfetto, i suoi amici pi fidati parlavano apertamente delle sue sbronze(31). Per Dio,  l'uomo migliore con cui bere.
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Insieme a loro faceva a gara a chi bevesse di pi e il vincitore talvolta moriva per l'eccesso di alcol. C'era anche il sospetto che fosse morto dopo essersi ubriacato insieme ai suoi compagni di bevute. Era stato invitato a recarsi presso uno dei suoi amici, Medio il Tessalo, per una festa, e l, dopo essersi
riempito di vino, improvvisamente lanci un alto grido, poi cominci a gemere e gemere, dopodich fu sorretto dagli amici e messo a letto(32).
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 di moda, quando si esaminano le personalit di questi giganti della storia, affermare che fossero inclini all'omosessualit, e sostenere che le loro azioni devono semplicemente essere spiegate con le emozioni provocate da queste tendenze. Poco prima della morte di Alessandro, Efestione, il suo miglior amico, fu trovato morto nella sua tenda dopo una notte di bagordi (ottobre 324 avanti Cristo). La notte in cui mor Efestione, Alessandro ebbe un incubo. Gli apparve
una figura avvolta in un lenzuolo bianco che gli si accost come i lebbrosi che lungo la strada si avvicinavano al suo esercito chiedendo l'elemosina o auguravano la malasorte ai passanti.
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Alessandro si svegli in un bagno di sudore causato dall'eccesso di vino. Quando vide come Efestione giacesse poco lontano, il suo pallore lo sconvolse. Non si riprese mai dalla morte del suo miglior amico; nel suo cuore qualcosa si era spezzato. Secoli dopo, alcune malelingue sostennero che Alessandro avesse ucciso il suo amico in un momento di folle gelosia. Ma non c' alcun fondamento a sostegno di una simile affermazione.
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 possibile che abbia avuto rapporti omosessuali, come del resto  accaduto spesso nel corso dei secoli nell'ambiente chiuso di uomini desiderosi di combattere e pronti a morire, ma  noto che Alessandro si portava dietro un intero harem di belle figliole. E poi c' la moglie prediletta, la principessa battriana Roxane, sposata per amore e non per motivi politici. A ogni buon conto, quali che fossero le sue tendenze sessuali, non influirono affatto
sull'andamento delle battaglie o della sua politica.
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Alessandro, divenuto re dei re, fu il primo vero unificatore di popoli appartenenti a razze diverse. Nel 324 avanti Cristo, a Susa, organizz un sontuoso banchetto durante il quale Macedoni e Persiani bevvero dalla stessa coppa e diecimila dei suoi uomini sposarono donne persiane. Davanti alla moltitudine degli ospiti, fatti confluire da ogni angolo del suo immenso regno, il re si alz per invocare la pace, perch tutti i popoli del suo impero potessero essere come fratelli in una grande comunit e vivere insieme in armonia e in unit di spirito e di cuore.
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Senza questa volont unificatrice, la realizzazione, sebbene temporanea, del suo sogno non sarebbe mai avvenuta. Il suo ruolo fu fondamentale nel rimuovere le barriere tra Oriente e Occidente; il suo impero divenne il punto di incontro del mondo intero. La cultura greca si diffuse a Roma e influenz il futuro dell'Europa in un modo che non sarebbe pi stato eguagliato. Il suo retaggio sarebbe continuato attraverso quattro dei suoi generali: Tolomeo, Seleuco, Antigono e Lisimaco. Noti con l'appellativo di diadochi (successori), fondarono le rispettive dinastie: i Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Asia, gli Antigonidi in Macedonia, mentre in India ci fu il regno di Asoka(33).
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Nonostante la morte prematura e l'ascesa di un'altra potenza di livello mondiale, Roma, l'impresa di Alessandro non and perduta. Ottaviano Augusto lo venerava come re-dio: volle l'effigie del sovrano macedone sul sigillo imperiale e ordin che Alessandro di Macedonia fosse chiamato Alessandro Magno.
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E Alessandro un dio vivente lo fu davvero(34). Gi nel 333 avanti Cristo, le citt della Ionia gli avevano dedicato templi e gli offrivano sacrifici, tributandogli onori divini poich li aveva liberati dal giogo persiano. Nella primavera del 323 avanti Cristo, alcune citt-stato greche inviarono a Babilonia, in missione sacra, i propri ambasciatori, che si inginocchiarono davanti al giovane sovrano offrendogli una corona d'oro come re di Grecia e di Macedonia.
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Per tutta la vita Alessandro non dimentic mai la risposta che gli era stata data dal suo grande maestro, il filosofo Aristotele, quando gli aveva chiesto: Chi  l'uomo pi felice?. Alessandro si era aspettato che la risposta fosse: Sei tu, giovane principe. Con sua sorpresa, il saggio filosofo gli aveva risposto: Fu Tellos, di Atene. Visse in una citt che fu fiorente, ebbe figli valorosi, pot vedere come tutti avessero a loro volta dei figli che crebbero sani e robusti. E dunque, o principe, come vedi fu un uomo felice.
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Poi aggiunse: Non potrai dire se sarai stato felice fino a quando non giunger la morte. Che confluisca in un unico uomo tutto ci che porta alla felicit  impossibile, e lo stesso vale per un paese o per uno stato. In tutto ci che intraprendi, devi sempre vedere quale sar la fine. L'allegoria di quest'uomo, che secondo il filosofo sarebbe stato il pi felice, ben si adatta ad Alessandro.
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Fu un sognatore che, tanto per fare un esempio, non cess mai di pensare di andare alla ricerca delle mitiche Colonne d'rcole. Credeva nei miracoli e nei segni, nei portenti e nei presagi, che, a suo parere, gli di rivelavano all'uomo in mille modi. Ormai morente, ebbe sulle labbra l'immortale frase di Edipo: In tutti i segni che gli di mi hanno inviato, non mi hanno mai ingannato.
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Il 13 giugno 323 avanti Cristo, a trentatr anni, Alessandro di Macedonia, conquistatore del mondo, mor. Il pi grande guerriero della storia, che in battaglia non fu mai sconfitto, cadde vittima di un nemico invisibile. Il morso di una zanzara gli provoc l'incurabile febbre che i Romani chiamavano aria
cattiva, la malaria. Il re fu sepolto nella citt che ancora oggi porta il suo nome, Alessandria. L'essere mortale mor, ma la sua fede in una fratellanza
umana che abbracci tutti gli uomini non mor mai, e ancora oggi resta il sogno impossibile dell'umanit.
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Dio  il padre di tutti gli uomini, ma predilige i migliori(35).
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Tatticamente, la battaglia di Gaugamela fu un incredibile azzardo coronato da successo. Attaccare obliquamente un'armata di proporzioni infinitamente superiori richiedeva contemporaneamente genialit e audacia. In nessun modo sminuisce il brillante stratagemma del re macedone il fatto che a determinare la sua strepitosa vittoria sia stata la vigliaccheria del Gran Re, che si lasci prendere dal panico e si diede alla fuga. Dario Terzo non aveva coraggio
fisico; era un uomo ossessionato dalla propria sicurezza personale e che abusava del proprio potere. A Isso era fuggito per combattere ancora; a Gaugamela si limit a fuggire.
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La vittoria di Gaugamela aveva reso la Macedonia lo stato pi potente del mondo, e la Persia il pi debole. Morto Dario Terzo e con l'impero persiano ormai allo sbando, i soldati greci inneggiarono al loro amato Alessandro che per diritto di spada era diventato re dei re. Gaugamela cambi la carta geografica del mondo allora conosciuto.
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Note.
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1.  probabile che la stessa cosa valesse per suo figlio, e che neppure Alessandro avesse mai avuto intenzione di creare un impero. L'immenso impero che di fatto venne a formarsi fu semplicemente il risultato delle sue conquiste.
2. Demostene.
3. Tolomeo e Armano, Anabasi di Alessandro.
4. Plutarco, Vite parallele.
5. La descrizione  tratta da Arriano, il quale, come fonte principale per la sua Anabasi di Alessandro, attinse agli scritti del generale di Alessandro e poi sovrano d'Egitto, Tolomeo.
6. Diodoro Siculo (17), basato sugli scritti di Tolomeo.
7. I Persiani erano certamente pi di 40.000, dei quali almeno 20.000, posti al centro dello schieramento, erano mercenari greci al soldo di Memnone e Dario.
8. L'andamento della battaglia  stato descritto da Arriano, che probabilmente a sua volta si  basato su testi di Plutarco e Clitarco.
9. Ibid. (19).
10. Gli storici greci non spiegano come sia stato possibile che reparti numericamente ridotti abbiano potuto attraversare il fiume senza essere attaccati da un nemico che disponeva di un maggior numero di effettivi o perch 100.000 soldati non abbiano mai preso parte ai combattimenti. Ma scrissero dell'eroismo di Alessandro e dei suoi cavalieri.
11. La descrizione che segue  tratta dai resoconti di Callistene, lo storico di corte di Alessandro; resoconti che furono poi ripresi da Polibio.
12. Questa frase  tratta da Arriano. Tuttavia i resoconti pi accurati della battaglia di Isso sono di Polibio (XII) che come fonte si serv della descrizione di un testimone oculare, Callistene.
13. Diodoro, Biblioteca storica.
14. Plutarco, Vite parallele.
15. Per la battaglia di Gaugamela  possibile fare riferimento a quattro importanti storici: Diodoro, Curzio Rufo, Plutarco e Arriano. Mentre i primi tre sono per lo pi ostili nei confronti di Alessandro, Arriano  favorevole ai greci e attinse ai resoconti di due testimoni oculari, Tolomeo e Aristobulo.
16. Senofonte, Anabasi, 1.4,11.
17. Gaugamela si trova venti miglia a nord-est di Mosul, in Iraq. La descrizione  tratta da Diodoro e Curzio Rufo.
18. Data indicata da Plutarco: mese di Boedromione, undici giorni dopo un'eclissi di luna, ovvero 1 ottobre 331 avanti Cristo.
19. Peraltro, qualcosa di simile era stato descritto da Senofonte nella sua Ciropedia e attribuito a re Ciro.
20. Le cifre relative alla fanteria persiana sembrano decisamente spropositate. Altre fonti contemporanee parlano di 400.000 uomini (Giustino). Sia Diodoro sia Plutarco sostengono che complessivamente si trattava di un milione di uomini. Sta di fatto, comunque, che numericamente la sola cavalleria di Dario era pari a tutti gli effettivi di Alessandro, cavalieri e fanti.
21. Plutarco, Vite parallele.
22. Callistene.
23. Diodoro Siculo, Biblioteca storica (17; 5).
24. Diodoro Siculo, Biblioteca storica (12).
25. Paragonabile soltanto alla battaglia dei Campi Catalaunici tra Attila e Teodorico (451 dopo Cristo), allo scontro tra la cavalleria di Ney e quella di Uxbridge a Waterloo (1815) e alla battaglia tra austriaci e prussiani a Kniggrtz nel 1866.
26. Come per il numero degli effettivi messi in campo dai Persiani, anche le cifre relative alle perdite non sono affatto certe. Arriano afferma che i Persiani uccisi furono 300.000; Curzio Rufo 40.000 e Diodoro 90.000. Al contrario, le perdite di Alessandro sono indicate tra i 100 e i 500 uomini.
27. Alessandro diede la caccia a Besso e lo fece giustiziare.
28. Parole incise su una scultura di teste di bue che Alessandro pose personalmente in un tempio di Rodi in onore di Atena Lindia. Fonte: F. Jacoby,
Die Vragmente der griechischen Historiker, Berlino 1923.
29. Parole di Alessandro, riportate da Ificrate.
30. Diodoro (18), basandosi su affermazioni di Ieronimo di Cardia.
31. Plutarco, nel suo Moralia, citando Aristobulo.
32. Diodoro Siculo, Biblioteca storica (27).
33. Asoka (293-236 avanti Cristo), ultimo sovrano dell'impero Maurya, partecip anche alla creazione del Regno di Asoka.
34. Iperide, Epitaphios 21.
35. Plutarco, Vite parallele.
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CAPITOLO 7.
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HANNIBAL AD PORTAS!
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Canne, 2 agosto 216 avanti Cristo
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Annibale  alle porte di Roma!
Grido di angoscia dei cittadini di Roma, 216 avanti Cristo.
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Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo. Se non posso piegare gli di, scatener le potenze infernali.
Virgilio, Eneide (Libro settimo, verso 312).
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Non dimenticare mai chi sono i nostri nemici, figlio mio.
Cos disse Amilcare Barca - da baraq, lampo - avvolto nel
mantello purpureo di comandante in capo dell'esercito cartaginese,
tenendo il braccio attorno alle spalle del figlioletto.
E chi sono i nostri nemici, padre?
I Romani!
La mano del padre strinse con pi forza la spalla del ragazzino.
Giurami su questo altare e per tutto ci che abbiamo
di pi sacro che, anche quando io non sia pi al tuo fianco a
guidarti, continuerai la mia opera, che odierai e combatterai
i Romani fino alla morte.
Erano in piedi accanto all'altare su cui si celebravano i
sacrifici in onore del dio Baal. Il ragazzo allung la mano e la
pos sulla fredda pietra dell'altare, senza poter nascondere
l'emozione che, in un momento tanto solenne, gli riempiva
gli occhi di lacrime. Padre, per tutto ci che abbiamo di pi
sacro, io lo giuro!(1). Per tutta la vita non lo avrebbe mai dimenticato;
non solo, ma a causa di quel giuramento avrebbe
trascorso i successivi trentacinque anni lontano dalla patria,
guidando le sue truppe alla vittoria. Il suo genio militare
era eccezionale, le sue tattiche cos avanzate che vengono ancora
applicate nelle battaglie moderne. Di fronte a un nemico
che vantava una schiacciante superiorit numerica, doveva
essere astuto. Considerava la situazione come un combattimento
tra una tigre (Cartagine) e un elefante (Roma). Se la
tigre restava ferma, le zanne dell'elefante l'avrebbero certamente
trafitta; ma la tigre non stava mai ferma e dopo un
po' l'elefante sarebbe stramazzato, sfinito. Era un ardente
ammiratore del genio militare di Alessandro di Macedonia,
esattamente come il suo talento sarebbe poi stato ammirato e
copiato da Giulio Cesare. Fu amato dai suoi soldati, temuto
dai nemici e alla fine tradito dalla sua stessa gente.
Era Annibale, ed era cartaginese.
Dopo il crollo dell'impero ellenistico di Alessandro Magno,
causato dalla sua prematura morte, emersero due grandi
potenze, entrambe desiderose di stabilire la propria supremazia
sul bacino del Mediterraneo. Una, Roma, era una
citt sorta dal nulla; l'altra, Cartagine, era invece un centro
gi da tempo consolidato e abitato da mercanti-navigatori di
immensa ricchezza. Verso il 1200 avanti Cristo, pi o meno cinque
secoli prima che un gruppo di fuggiaschi scampati alle guerre
che avevano insanguinato l'Egeo e provenienti da Troia
si stabilisse su una palude malsana lungo la riva del Tevere
fondandovi un villaggio che avrebbe conquistato il mondo,
mercanti fenici avevano creato una base commerciale sulla
costa settentrionale dell'Africa. L'avevano chiamato Citt
Nuova, ovvero Kart-hadasht, Cartagine, ed erano efficienti
nel proteggere le loro rotte commerciali con una possente
flotta.
Il commercio cartaginese fioriva lungo i porti del Mediterraneo,
merci e idee venivano liberamente scambiate, e tutto
andava per il meglio... finch Roma non si fece avanti mirando
all'egemonia sul mondo intero. Per ottenerla Roma si
era impegnata con tutte le forze nella creazione di un potente
esercito. Il primo passo era stato sconfiggere un esercito
congiunto di Etruschi, Sanniti e Galli a Sentina (295 avanti Cristo) in
una battaglia che avrebbe deciso il futuro dell'Italia per i due
millenni seguenti. Dopo aver conquistato il nord, i Romani
diressero le loro mire verso la Sicilia. Questo per dava fastidio
ai Greci di Siracusa e Taranto, i quali chiesero l'aiuto
del pi grande generale del tempo, Pirro, re dell'Epiro, il cui
sogno era emulare Alessandro Magno. Come forza mobile
d'attacco, Pirro usava gli elefanti, animali che atterrirono a
tal punto i Romani, da consentire a Pirro di riportare una
serie di vittorie.
Eppure, per il re dell'Epiro ogni nuova vittoria si rivelava
pi costosa della precedente, finch, dopo aver sconfitto
i Romani ad Ascoli di Puglia (276 avanti Cristo) esclam: Ancora
un'altra vittoria come questa e sono rovinato. Anche in
quell'occasione aveva infatti perso pi uomini del nemico
sconfitto e il suo successo divenne noto come vittoria di
Pirro(2). Il colpo finale lo ebbe a Benevento (275 avanti Cristo). Due
eserciti romani si erano messi in marcia contro di lui e Pirro
doveva impedire che si congiungessero. Il primo scontro avvenne
contro le legioni del console romano Manlio Cunio.
Pirro sapeva che i Romani non combattevano mai di notte,
pertanto aveva deciso di affrontare a tappe forzate una
marcia notturna per sorprendere i legionari nel sonno. Poco
dopo aver dato l'ordine, ebbe per un sogno premonitore
durante il quale la bocca gli si era riempita di sangue e gli
erano caduti i denti; cerc dunque di annullare l'attacco
notturno, ma ormai l'esercito era in marcia, impegnato ad
attraversare una fitta foresta di pini per occupare un'altura.
Sfortunatamente gli Epiroti avevano calcolato male le distanze
ed erano rimasti senza torce. Mentre vagavano al buio,
una sentinella romana li aveva sentiti e aveva dato l'allarme.
2 Espressione ancor oggi molto usata per indicare una vittoria che ha un costo eccessivo.
Manlio Cunio e le sue coorti romane sfruttarono il vantaggio
che derivava loro dall'occupare le alture... e la battaglia di
Benevento fin con la sconfitta di Pirro.
...
.
...
La prima guerra punica tra Roma e Cartagine scoppi
in seguito a un incidente di scarso rilievo. Nel 264 avanti Cristo, in
Sicilia sorse un conflitto tra Siracusa e Messana (Messina),
conflitto in cui le due superpotenze del Mediterraneo rapidamente
si inserirono schierandosi ciascuna a fianco di uno
dei due contendenti. Dal momento che Roma non era mai
stata una potenza marinara, poteva fare ben poco per impedire
che dalla costa nordafricana giungessero regolarmente
rinforzi in Sicilia a bordo delle navi cartaginesi. Questo spinse
Roma a costruirsi una flotta che, nella baia di Messana, fu
immediatamente colata a picco dall'abilit marinara dei Cartaginesi.
I Romani inventarono allora una nuova tecnica di
combattimento che prevedeva di agganciare la nave nemica
con una sorta di ponte levatoio: grazie a questa passerella i
soldati romani, che nelle battaglie di terra erano imbattibili,
potevano combattere a loro agio come se si fossero trovati
sulla terraferma. In questo modo i Romani trasformarono
una battaglia navale in una battaglia di terra combattuta
sull'acqua. Lo scontro successivo avvenne a Milazzo. I Cartaginesi
persero cinquanta navi, Roma invece divenne una
potenza anche sul mare e cacci i Cartaginesi dalla Corsica
e dalla Sardegna. Le conquiste assicurarono ai Romani un
trampolino di lancio verso la costa settentrionale dell'Africa.
Nella successiva battaglia navale, la flotta romana, composta
di trecentotrenta navi, si scontr con quella cartaginese,
di dimensioni notevolmente maggiori, al largo di Eraclea,
dove le passerelle-ponte levatoio romane, chiamate corvi, si
dimostrarono l'arma vincente. Contro la perdita di ventiquattro
delle proprie navi, ne affondarono infatti novanta.
Poi per, assai avventatamente, la flotta romana salp per
l'Africa. Sulla costa si scontr con la cavalleria cartaginese,
al comando di un mercenario spartano, Santippo, e sub una
cocente sconfitta. Le navi romane riuscirono a fuggire verso
la Sicilia (255 avanti Cristo) ma incapparono in una tempesta. Quello
che gli ammiragli cartaginesi non erano riusciti a portare a
termine, fu cos completato dagli agenti atmosferici. Il disastro
fu totale: delle trecentosessantaquattro navi romane
ben duecentottantaquattro colarono a picco. Grazie alle forze
della natura, Cartagine otteneva nuovamente il controllo
del Mediterraneo. Questo per non scoraggi i Romani, che
costruirono un'altra flotta e si accinsero ad attaccare nuovamente.
Avevano appena messo in mare la nuova flotta che
Nettuno si scaten ancora contro di loro, affondando tutte le
navi (249 avanti Cristo). Roma aveva ormai finito le proprie risorse finanziarie
e si rassegn a tenersi fuori dal mare. Nel 241 avanti Cristo,
dopo ulteriori e incerti scontri terrestri, i due belligeranti
erano cos esausti che firmarono un trattato con cui posero
fine alla prima guerra punica. Il lungo conflitto aveva messo
in luce i punti deboli di entrambi: Roma non poteva combattere
efficacemente contro Cartagine senza una flotta e
Cartagine non era in grado di sconfiggere le legioni romane.
Le due rivali avrebbero provveduto a ovviare ai propri limiti.
Le legioni romane si diressero verso nord e si aprirono la
strada lungo la costa occidentale del Mediterraneo. Strada
facendo sconfissero i Galli in una battaglia che lasci sul terreno
quarantamila nemici. Da parte sua, Cartagine osservava
l'espansionismo romano con crescente preoccupazione, anche
perch ben presto fu evidente che le legioni erano dirette
verso la penisola iberica. Prevenirle richiedeva un poderoso
esercito. Cartagine invi dunque un'armata di notevoli
proporzioni al di l dello stretto di Gibilterra(3), sulla costa
spagnola. Il generale Amilcare Barca conquist gran parte
della penisola iberica e sulla costa fond una nuova citt,
Alicante(4). A opporre resistenza ai Cartaginesi restavano soltanto
gli Orissi della Sierra Morena.
Nel 229 avanti Cristo, Amilcare ricevette un messaggio dal re degli
ostili Orissi con cui veniva invitato a un incontro per discutere
un accordo territoriale. Con una piccola scorta, il figlio
Annibale(5) e il genero Asdrubale, Amilcare attravers l'Ebro
per incontrare il re degli Oretani. Il re lo stava aspettando
davvero, ma con un'imboscata ben preparata. Infatti, non
appena il piccolo drappello entr in una stretta gola, fu preso
di mira con pietre e macigni, mentre i guerrieri oretani
bloccavano la strada. Armi in pugno, i Cartaginesi riuscirono
tuttavia ad aprirsi la via verso il fiume. Tutti ebbero modo
di attraversarlo, tutti tranne Amilcare Barca che fu disarcionato,
cadde in acqua e anneg. Annibale (247-183 avanti Cristo)
era ancora troppo giovane, pertanto il comando fu assunto
dal genero Asdrubale. Con un sercito forte di 60.000 fanti,
8.000 cavalieri e 200 elefanti da guerra, Asdrubale si prese
una terribile rivincita sui traditori Orissi. Tutti coloro che
vennero catturati furono passati per le armi, e i Cartaginesi
non badarono n all'et n al sesso. Per condurre questa
operazione, l'esercito di Asdrubale si accamp su una piana,
su cui ben presto sorse una citt cui fu dato il nome di Nuova
Cartagine, o Cartagena(6). Il risultato della guerra contro
gli Oretani fu che l'esercito di Asdrubale occupava ormai la
maggior parte della Spagna. Il che mise Roma di fronte al
fatto compiuto. Fu dunque firmato un trattato che indicava
l'Ebro come linea di confine tra le zone di influenza delle
due superpotenze. Peraltro, Asdrubale desiderava arrivare
a un accordo pi articolato e completo con Roma, ma diede
prova di eccessiva fiducia. Durante un banchetto ufficiale
fu pugnalato a morte da un servo, appartenente a una trib
gallica, al soldo di Roma (221 avanti Cristo). Non era il caso di chiedersi
di chi fosse la colpa e neppure chi dovesse comandare
l'esercito cartaginese: il venticinquenne Annibale.
Annibale Barca, dal fisico smilzo ma con un viso che mostrava
la sua volont di ferro(7), aveva un'energia illimitata
e una grande resistenza alla fatica. Era un curioso miscuglio
di superstizione, credulit e scetticismo. Credeva nelle
stelle, poich secondo lui solo le stelle non mentivano, ma
soprattutto credeva nella predestinazione. Diede prova di
intelligenza superiore e di coraggio morale, una delle componenti
dei suoi successi, e di una straordinaria facilit ad
adeguarsi istantaneamente anche alle situazioni pi difficili.
Ruppe con la tradizione dell'esercito cartaginese reclutando
i suoi ausiliari dalla Numidia (Algeria), dalla Gallia (Francia)
e dalle Baleari, e invent un'unit di lite interamente nuova,
il commando, piccola quanto a numeri ma mobilissima
e ben addestrata, pensata per diffondere il terrore oltre le
linee nemiche. I suoi uomini lo veneravano come un dio, e
per tutta la sua carriera rimase legato a loro da vincoli spirituali
che li spingevano a compiere atti di eroismo. (Per i
suoi stretti rapporti con la Vieille Garde, Napoleone si ispir
proprio all'esempio di Annibale.) Questo legame era frutto
della necessit; Annibale metteva in evidenza i rischi della
sconfitta e faceva s che i suoi soldati combattessero con il
coraggio della disperazione. Era un condottiero eccezionale
e un uomo pieno di risorse e di grandi visioni. Comprese,
duecento anni prima di Augusto e della Pax Romana, che
il mondo antico poteva avere risultati positivi solo se unito.
All'indomito coraggio nell'affrontare i pericoli, univa la pi
grande lucidit quando ci si trovava in mezzo scriveva lo
storico romano Tito Livio, e poi aggiungeva un commento,
tipico del modo in cui un romano avrebbe descritto il pi
grande avversario della sua patria: Non aveva alcun rispetto
per la verit e cos pure per la sacralit, non temeva gli di,
non rispettava i giuramenti e non aveva scrupoli religiosi(8).
La sua crudelt non aveva certo nulla di insolito, vista l'et
in cui visse, n la sua perfidia era maggiore di quella del suo
nemico.
Soffiavano venti di guerra: Roma e Cartagine si preparavano
allo scontro. Quando i Saguntini scoprirono ricchi
giacimenti d'argento nel loro territorio, Roma si fece avanti
e strinse con loro un'alleanza per assicurare loro la sua protezione.
Che Sagunto si trovasse nel settore che, in base agli
accordi, toccava ai Cartaginesi, non era cosa che preoccupasse
i Romani, e il trattato dell'Ebro fu affossato. Annibale
intervenne. Nel 219 avanti Cristo, attacc Sagunto e la prese d'assalto.
Roma reag alla aggressione non provocata del suo
alleato inviando a Cartagine una delegazione senatoriale di
alto livello. I Romani chiedevano niente meno che la testa di
Annibale. Il capo della delegazione, Quinto Fabio Massimo,
infuriato perch l'ultimatum di Roma era stato ignorato, con
posa teatrale si present davanti al senato cartaginese, sollev
un lembo della toga e lo gett sul braccio teso: Hic vobis
bellum etpacemportamus - utrumplacet sumite!.... Vi portiamo
sia la pace sia la guerra, scegliete quello che preferite.
Il senato cartaginese si sent oltraggiato, e i suoi membri
si lasciarono andare a grida e imprecazioni. Come osava quel
parvenu romano provocarli entro le loro sacre stanze?! Scegli
tu gridarono di rimando al proconsole romano. Senza
pensare alle possibili conseguenze, e con gesto melodrammatico,
Quinto Fabio Massimo lasci cadere il lembo della toga.
Bellum! Guerra! Cos disse e la seconda guerra punica
ebbe inizio. Sarebbe durata diciassette anni e avrebbe causato
centinaia di migliaia di morti. Annibale fu colui che la
condusse per conto di Cartagine. La sua fredda capacit di
giudizio, la sua esperienza e la sua lucidit avrebbero fatto
di lui uno dei pi grandi condottieri della storia. Comprese
che l'unico modo per mettere in ginocchio Roma era sfidarla
sul suolo stesso dell'Italia e mise a punto un piano audace:
partendo da Cartagena avrebbe superato i Pirenei, attraversato
il Rodano e le Alpi dalle cime innevate per conquistare
tutta l'Italia e abbattere l'impero del male. Per l'epoca e
date le dimensioni del suo esercito, si trattava di un piano
zeppo di incognite. Un corpo di spedizione relativamente
piccolo avrebbe invaso il territorio di una superpotenza che
poteva contare su risorse pressoch illimitate in fatto di uomini
e mezzi. Annibale difese il suo progetto. Quello che
Alessandro ha potuto fare, posso farlo anch'io. Era il modo
migliore per adempiere al giuramento pronunciato davanti
all'altare di Baal, poich, come coronamento di tutti gli
sforzi e i sacrifici, lo attendeva un premio molto pi grande:
l'egemonia cartaginese sul mondo intero. Per ottenerla
era disposto a superare qualsiasi ostacolo l'uomo e la natura
avessero potuto porre sul suo cammino. Lasci il fratello
Asdrubale(9) a capo di un esercito acquartierato a Cartagena,
con il compito di tenere a bada le trib ispaniche e proteggere
un'eventuale ritirata. L'altro fratello, Magone, intraprendente
ma impulsivo, divenne il suo comandante in seconda
e capo della cavalleria.
Nella primavera del 218 avanti Cristo, Annibale e il suo esercito
partirono per quella leggendaria marcia che sarebbe durata
sedici anni. L'attraversamento dei Pirenei avvenne senza
eccessive difficolt. Poi Annibale punt verso nord-est per
evitare la strada costiera bloccata dalle legioni del console
Cneo Scipione a Massalia (Marsiglia) e attravers il Rodano
tra Avignone e Orange(10). Una volta superata la non piccola
difficolt dell'attraversamento del fiume, si diresse verso
la catena alpina nella regione di Grenoble. Un esploratore
numida, uno dei tanti che bazzicavano attorno all'esercito
come le mosche attorno a un cavallo stanco, indic il muro
bianco.
Pensavamo che fosse una nuvola, poich siamo entrati
nella regione in cui la gente abita su nel cielo. Ma la nuvola
non si muove ed  sempre l. L'uomo era spaventato. Gli
di ci proteggano, o il fantasma bianco ci uccider tutti.
Annibale mand a chiamare Magilo, il comandante del
contingente della Gallia.
Che cos' quel muro bianco che si innalza al di sopra di
quella pianura?
Montagne e ghiaccio, mio signore.
Ghiaccio? Spiegati.
Nei mesi freddi, quando piove le gocce sono solide e
si fermano sul terreno. Il ghiaccio  molto freddo e molto
scivoloso, mio signore.
Annibale, che aveva giurato davanti agli di di mettere a
ferro e fuoco l'intero territorio romano, sapeva di non avere
altra scelta se non superare quella barriera di ghiaccio e rocce.
Chiam a raccolta i suoi comandanti.
Dobbiamo continuare la nostra impresa, cos come abbiamo
promesso. Nulla ci fermer. Abbiate fiducia in me.
Ebbero fiducia. Se l'impresa era umanamente possibile,
non c'era dubbio che Annibale fosse l'unico capace di far
superare il muro bianco ai suoi uomini; ma cosa sarebbe accaduto
ai trentasei elefanti superstiti, dei cinquanta con cui
aveva iniziato la spedizione? Come avrebbero reagito alla
neve quegli animali abituati ai climi caldi? Tuttavia, non poteva
fare a meno di loro: nella strategia di Annibale, quei
bestioni erano un elemento vitale(11).
Soldati, cavalli ed elefanti si arrampicarono sempre pi
in alto. Le verdi foreste di pini lasciarono il posto a pendi
senza alberi, dove un vento gelido flagellava picchi scoscesi
e profondi dirupi e la temperatura scese rapidamente. Sulle
cime pi alte non incontrarono alcun fantasma malvagio che
bloccasse loro il cammino, solo una massa bianca, granulosa
come sabbia del deserto, ma molto, molto pi fredda. I venti
alpini spingevano cristalli di ghiaccio contro i loro visi; molti
furono colpiti da assideramento e dal mal di montagna. Per
di pi, i ripidi sentieri coperti di ghiaccio rendevano difficile
e pericolosa la marcia, spesso addirittura letale. Ogni passo
rinnovava la pena: scivolavano e finivano boccheggianti sulla
distesa cristallina. Come era triste, dopo aver affrontato e
vinto tante battaglie, cadere davanti a un nemico che non
potevano vedere, ma solo sentire. L'umore dei Cartaginesi e
dei loro alleati divenne sempre pi tetro, a mano a mano che
avanzavano sempre pi a fatica. Magone affront Annibale,
avvolto nel suo pesante mantello di pelle di pecora.
Non possiamo continuare. Arriveremo in Italia con non
pi di diecimila uomini.
Anche se rimanessimo solo tu e io, dobbiamo continuare.
E cos fecero. Il nono giorno(12) raggiunsero la cima della
catena montuosa, da dove era possibile scorgere la lontana
pianura della Gallia Cisalpina, attraversata dal Po. Ma ebbero
poco di cui rallegrarsi, dal momento che la discesa si
rivel ancora pi pericolosa della salita. Molti scivolarono
sui pendi ghiacciati per scomparire nei crepacci, o precipitarono
nei burroni dagli angusti sentieri che costeggiavano gli
strapiombi. Ma le difficolt maggiori erano quelle degli elefanti,
le cui zampe piatte non riuscivano a impedire all'enorme
corpo di scivolare sul ghiaccio, tanto che, alla base di
alcune pareti di roccia, c'erano elefanti morti in una pozza di
sangue semighiacciato. Infine le loro sofferenze giunsero al
termine. Il corpo di spedizione di Annibale lasci finalmente
i ghiacciai per avanzare su un terreno pi sicuro. Tuttavia i
pericoli non erano ancora finiti: le trib montanare facevano
precipitare su di loro valanghe di sassi, non per fermare
l'esercito ma per derubare le salmerie. Complessivamente,
in termini di animali da soma e dei preziosi elefanti le perdite
causate dall'attraversamento delle Alpi erano spaventose.
Annibale aveva attraversato i Pirenei con 59.000 uomini, ma
quando raggiunse la pianura dell'Italia settentrionale gliene
erano rimasti soltanto 34.000: 12.000 Africani, 8.000 Iberici
e 6.000 cavalieri numidi(13) e fenici. Senza contare le perdite
subite nelle precedenti battaglie, la traversata delle Alpi cost
ad Annibale 13.000 uomini e 30 elefanti(14).
Nel frattempo il servizio di spionaggio romano operava
con la consueta efficienza e il console Publio Cornelio Scipione
si accinse a preparare un'adeguata accoglienza agli
esausti Cartaginesi. Per far questo scelse le rive del Ticino,
ma sebbene i Romani fossero numericamente in vantaggio
e combattessero su un terreno a loro noto, Annibale fu pi
abile. Attir le truppe di Scipione in una trappola e lo sbaragli
con la cavalleria numida. Publio Scipione il Vecchio
fu colpito da una freccia e portato via ferito dal campo di
battaglia; il suo esercito si diede alla fuga.
Non sono venuto a combattere contro gli italici dichiar
Annibale nel lasciare liberi tutti i prigionieri non romani,
al contrario, combatter per voi contro Roma. Tanta generosit,
insolita in un'epoca in cui era molto pi probabile
che i prigionieri venissero fatti a pezzi piuttosto che liberati,
fece s che molte trib montanare passassero dalla sua parte.
La battaglia successiva avvenne nel dicembre del 218 avanti Cristo
sul Trebbia, un affluente del Po. Un esercito consolare aveva
risalito l'Adriatico per andare in soccorso di Scipione che
ormai si era ristabilito. Il problema per era costituito dal
comandante delle truppe, il console Sempronio Longo, un
uomo presuntuoso e privo di esperienza militare, per giunta
odiato dagli ausiliari gallici. Su consiglio di Scipione, Sempronio
cre una forte postazione di sbarramento davanti al
fiume. Successivamente per, senza un motivo apparente,
cambi idea, attravers il fiume e attacc l'accampamento
cartaginese. Poco prima della battaglia, Magone, fratello di
Annibale, aveva nascosto un distaccamento di cavalleria in
una gola; poi, quando il combattimento infuriava al massimo
attacc la retroguardia di Sempronio e la spinse contro
la riva del fiume. Nel bel mezzo della battaglia, i Galli di
Sempronio passarono dalla parte di Annibale, portandogli le
teste dei comandanti romani. La vittoria fu dunque di Annibale, che perse 5.000 uomini contro i 30.000 Romani rimasti
sul terreno.
Mentre Annibale in Italia appariva imbattibile, il cartaginese
Annone veniva sconfitto dalle due legioni comandate
da Cneo, fratello di Publio Scipione, che da Massalia
(Marsiglia) si era precipitato ad Amporia (Ampurias) in Spagna.
Per Annibale fu un duro colpo, poich gli veniva meno la
possibilit di un'eventuale ritirata qualora la campagna italiana
avesse avuto esito negativo.
Nell'estate del 217 avanti Cristo, la situazione era a dir poco confusa:
infatti mentre i Romani controllavano gran parte della
Spagna e minacciavano Cartagena, Annibale avanzava lungo
la penisola italiana verso Roma. Per fermarlo furono radunati
in fretta e furia due eserciti, uno di 40.000 uomini al
comando del console Gneo Gemino, che doveva bloccare
i Cartaginesi ad Arezzo, tra gli Appennini, e un secondo di
20.000, agli ordini dell'altro console, Caio Flaminio Nepote,
che avrebbe dovuto attendere Annibale a Rimini, sulla costa
adriatica. Ancora una volta Annibale fece quello che nessuno
si aspettava: attravers le inattraversabili paludi per
comparire improvvisamente alle spalle di Flaminio Nepote
sul lago Trasimeno, dove il 21 giugno 217 avanti Cristo avvenne lo
scontro.
Annibale faceva affidamento sulle scarse capacit tattiche
del suo avversario e non rimase deluso. Per sbarrare la strada
ad Annibale, il console Flaminio Nepote aveva infatti sacrificato
la sicurezza alla velocit e aveva commesso un grave
errore quando non aveva inviato pattuglie di esploratori a
localizzare la posizione del nemico. Si tratt di un errore
fatale, poich i Romani avanzavano lungo una sottile striscia
di terra, che in alcuni punti non superava i trenta metri,
stretta tra acque profonde e ripide pareti di roccia. Annibale
sistem alcuni reparti che bloccassero l'uscita della strettoia;
Magone, con i cavalieri numidi, attendeva appostato in una
fitta foresta a lato della strada; uno dei generali prediletti da
Annibale, Carthalo, prese invece posizione all'ingresso dello
stretto passaggio. Avrebbe bloccato il collo di bottiglia una
volta che i Romani fossero passati, rendendo impossibile la
ritirata.
Finch le coorti non siano passate oltre? chiese.
No rispose Annibale, finch non possiate pi sentire
neppure il rumore dell'ultimo romano. Se vi comporterete
nel modo adeguato, vinceremo, non c' dubbio. In effetti,
le sue truppe potevano essere soddisfatte.
Pensi che possiamo batterli? gli aveva chiesto uno dei
suoi soldati. S, non c' ragione per cui non dovremmo riuscirci.
Per gran parte della mia vita ho pensato che Roma
avesse i soldati migliori al mondo. Ma ora noi li batteremo,
perch siamo ancora migliori di loro.
Il mattino della battaglia, una spessa cortina di nebbia copriva
il lago e la riva. La nebbia era cos fitta che i Romani
avevano una visibilit di soli pochi metri. Carthalo poteva
udire il suono cadenzato dell'avvicinarsi di un grande esercito,
ma non poteva vederlo, esattamente come i Romani
non potevano vedere i suoi cartaginesi. Segu tuttavia il loro
passaggio tendendo l'orecchio per udire la voce tonante degli
ufficiali e il tintinnio delle armi mentre marciavano oltre
il punto in cui erano nascoste le sue truppe e si infilavano
nella strettoia che per cinque chilometri seguiva la linea costiera.
Quando arrivarono l dove la strada sembrava finire
nell'acqua, per un attimo la nebbia si alz, rivelando le
legioni romane in preda al caos: non potevano avanzare e
non potevano neppure tornare indietro perch sempre nuovi
reparti sopraggiungevano alle loro spalle. Nella nebbia si
ud infine il suono lamentoso di un corno da guerra. Era il
segnale con cui Annibale ordinava di attaccare e colse i Romani
completamente di sorpresa, a tal punto che molti non
ebbero neppure la possibilit di sguainare la spada. Il nemico
apparve loro come una massa di cavalieri fantasma che
sbucavano dalla nebbia: i Numidi di Magone. I loro cavalli
torreggiavano sui legionari, che finivano per essere calpestati
dai loro zoccoli. Dietro i cavalieri si fecero avanti i fanti,
urlando come demoni. Giavellotti si abbatterono sui Romani
e frecce fischiarono nell'aria: i legionari non riuscivano
a vedere da dove giungeva la morte e questo accrebbe la
loro confusione. Manipoli e coorti furono ben presto frammentati
in unit pi piccole che nella fitta nebbia lattiginosa
persero qualsiasi compattezza; infine nello spazio ristretto
tra strada e costa le unit romane ruppero lo schieramento e
si diedero alla fuga. Coloro che cercarono di mettersi in salvo
tornando indietro lungo la strettoia si trovarono di fronte le
lance degli uomini di Carthalo che bloccavano loro l'uscita.
I Romani combattevano con la forza della disperazione. Ben
visibile a causa del mantello rosso, il console Flaminio
Nepote fu subito riconosciuto da un reparto di soldati della Gallia
Cisalpina. Anni prima, quello stesso Flaminio aveva guidato
nel loro territorio sulle rive del Po una spedizione punitiva,
nel corso della quale aveva devastato le loro terre e ucciso le
loro famiglie. Ora toccava a lui. Con la sua morte, gran parte
dei superstiti romani deposero le armi o vennero spinti nel
lago, dove annegarono. Quando finalmente la nebbia si alz,
la riva era cosparsa di migliaia di cadaveri: 15.000 Romani
morirono e altri 15.000 furono catturati.
Ma non fu l'ultima sconfitta. Un altro disastro si abbatt
sui Romani quando il console Flaminio fin in un'imboscata
tesagli dai Cartaginesi del generale Maarbale. Un intero reparto
forte di 4.000 cavalieri fu annientato e un messaggero
fu costretto ad annunciare a una Roma sbalordita: Abbiamo
perso una grande battaglia !.
Fermate Annibale! era il grido dei cittadini. Nei momenti
di emergenza, e l'avanzata di Annibale verso Roma
era certamente un'emergenza, il senato poteva ricorrere a
una misura estrema: sostituire i due consoli con un unico
dittatore dotato di poteri illimitati. Dopo molte discussioni,
l'uomo scelto fu colui che aveva dichiarato guerra a Cartagine:
Quinto Fabio Massimo. Per mettere a tacere l'opposizione
della minoranza senatoria, i patrizi accettarono
che Marco Minucio Rufo fosse il suo vice e comandasse la
cavalleria romana; una decisione fatale, dal momento che i
due uomini che venivano cos a essere a capo dell'esercito
si disprezzavano a vicenda. Fin dall'inizio della campagna
militare, Minucio aizz l'opinione pubblica contro il dittatore
chiamandolo con disprezzo cunctator, temporeggiatore.
Annibale contava sul fatto che la loro rivalit avrebbe impedito
alle due colonne romane di unirsi e procedere congiuntamente
in battaglia. Il che gli lasciava il tempo di stringere
nuove alleanze con le popolazioni della Gallia Cisalpina e di
approvvigionare l'esercito, cosa che fece devastando le campagne
dell'Etruria. Tutto ci che non fu possibile portare via,
venne bruciato. Quinto Fabio Massimo torn a Roma per
partecipare a un'importante cerimonia religiosa e cedette
il comando a Minucio che cadde in una trappola e fu duramente
battuto da Annibale nei pressi di Gereonio. Quando
Roma seppe del nuovo disastro, il senato conged Minucio e
ordin a Quinto Fabio Massimo di assumere nuovamente il
comando dell'esercito. Il prudentissimo console scelse come
luogo da cui dare battaglia una posizione imprendibile, in
una valle tra due alte montagne. E fu qui che avvenne il celebre
episodio della notte dei corni in fiamme. Accadde
infatti che non appena si accorse che la strada era bloccata,
Annibale ordin ai suoi uomini di legare sterpi secchi alle
corna di una mandria di duemila bovini. Nella notte i Cartaginesi
incendiarono gli sterpi e condussero i bovini lungo
il crinale della montagna. I Romani, che avevano occupato
il fondovalle, vedendo la fila di torce dei soldati cartaginesi
che si davano alla fuga sulle colline abbandonarono la loro
salda posizione e corsero su per il ripido pendio dove trovarono
una mandria di bovini con le corna in fiamme. Nel
frattempo l'esercito di Annibale aveva attraversato indisturbato
la vallata ormai priva di difesa. Questo incidente copr
di ridicolo l'esercito romano e il suo comandante.
Ora toccava a Quinto Fabio Massimo perdere la fiducia
del senato e Roma cerc disperatamente un nuovo tandem
che salvasse la situazione. La scelta cadde sul patrizio Lucio
Emilio Paolo e sul plebeo Caio Terenzio Varrone, i quali
iniziarono i preparativi per affrontare i Cartaginesi radunando
otto legioni. Prima di allora, mai Roma aveva messo in campo
un esercito di quelle proporzioni. Rafforzato da contingenti
richiamati dalla Corsica, dalla Sardegna e dalla Sicilia,
era forte di ben 85.000 legionari e 9.600 cavalieri. Di fronte
a uno schieramento di proporzioni cos schiaccianti, i 26.000
uomini di Annibale erano poca cosa. Tuttavia il cartaginese
aveva due assi nella manica: il primo era la cavalleria numida,
di gran lunga superiore a qualsiasi reparto i Romani potevano
mettere in campo; il secondo erano i suoi audaci generali,
Magone, Annone, Sosilo, Carthalo e Maarbale, la cui abilit
nel condurre gli uomini in battaglia poteva fare la differenza.
Inoltre era un maestro nell'arte di cogliere il nemico di
sorpresa; pi e pi volte infatti aveva gi spiazzato i generali
romani avanzando dove meno se lo aspettavano. In questa
circostanza, poi, si mosse con una tale velocit che conquist
i depositi romani di granaglie e armi, che al momento erano
ancora privi di difese, presso il fiume Aufido (Ofanto), non
lontano dalla citt di Canne.
Quanto a Terenzio Varrone ed Emilio Paolo, iniziarono
a fare piani che erano superati prima ancora che si potessero
attuare. I Cartaginesi sono in marcia, su e gi per le
montagne. I guerrieri pi esperti e valorosi faranno parte
dell'avanguardia insieme ad Annibale, mentre gli ausiliari,
molto probabilmente, staranno nella retroguardia, o viaggeranno
in ranghi serrati. Per la maggior parte saranno mal
armati e mal addestrati. Infatti le armi di cui sono dotati non
possono competere con le nostre spade. Per giunta le loro
colonne sono rallentate da donne, bambini, greggi di pecore
e tutti i loro averi. In poche parole, sono vulnerabili e non
sanno che noi saremo l ad attenderli. Erano queste le loro
elucubrazioni quando si seppe che i depositi di Canne erano
caduti nelle mani del nemico. Alla testa delle loro legioni,
Terenzio Varrone ed Emilio Paolo si precipitarono dunque a
Canne, per scontrarsi con Annibale. Da parte sua, il
cartaginese aveva di fronte uno scenario che altro non gli consentiva
se non scegliere il male minore tra una serie di possibilit
poco allettanti: con il territorio devastato che si lasciava alle
spalle e con davanti un potente esercito che gli sbarrava il
passo, doveva assolutamente dare battaglia se voleva assicurare
la sopravvivenza del suo esercito.
Come sarebbe stato diverso il corso della storia se nella
Roma repubblicana non ci fosse stato un curioso sistema di
alternanza del potere! Per rafforzare i princpi repubblicani
e la dualit della carica consolare, il potere politico e militare
era infatti suddiviso tra i due consoli, i quali lo esercitavano
a giorni alterni: in questo modo ogni giorno il potere passava
da un console all'altro. Il fato volle che il 1 agosto del
216 avanti Cristo, il comando toccasse al patrizio Emilio Paolo che,
a ragione, temeva la cavalleria di Annibale e consigliava di
attendere. Era infatti sua opinione che fosse opportuno, cercare
un campo di battaglia pi favorevole ai Romani, vale
a dire un terreno coperto di arbusti e interrotto da colline
che avrebbe impedito ad Annibale di utilizzare vantaggiosamente
i suoi temibili reparti di cavalieri. Senza rispettare gli
ordini di Emilio Paolo, Terenzio Varrone lanci per un mal
coordinato attacco di cavalleria. In verit, si risolse in una
scaramuccia di poco conto, ma costrinse i Romani a dare
battaglia il mattino seguente su un terreno favorevole alla
cavalleria e agli elefanti di Annibale: quel giorno il comando
delle legioni spettava a Terenzio Varrone.
Quando Roma aveva creato la sua poderosa macchina
militare, il nerbo dell'esercito era costituito da un'unit, anticamente
reclutata su base tribale, la legione, forte di circa
10.000 uomini. Una legione era composta da 5.000 pedites
(fanteria pesante), 4.000 velites (fanteria leggera) e da un migliaio
di cavalieri(15). I pedites erano suddivisi in bastati (i pi
giovani), principes e triarii (i veterani); i velites erano tenuti
di riserva alle spalle della fanteria pesante. L'unit base era il
manipolo, formato da due centurie, al comando di un centurione.
I soldati erano protetti da uno scudo quadrato (scutum),
un elmo di metallo (cassis) e un pettorale (perforale) -,
il loro armamento era costituito da un giavellotto (pilum) o
dalla pi pesante hasta (lunga oltre due metri) e da una spada
(gladius).
Il risultato era una combinazione di giavellotto e spada
simile a quella di baionetta e moschetto nella guerra moderna;
il lancio dei giavellotti apriva infatti la strada al combattimento
con la spada, come i tiri di fucileria precedono la
carica con la baionetta(16). I comandanti delle legioni erano
i consoli, che avevano sia il potere politico sia quello militare.
Ma dal momento che la loro nomina si basava sul prestigio,
nell'ambito del senato, della gens di appartenenza e non
sull'esperienza militare, ci si poteva trovare di fronte a una
strategia inadeguata o a una leadership debole. Per ovviare a
questo inconveniente, ufficiali di professione dotati di esperienza
in campo militare, chiamati tribuni, sei per ogni legione,
affiancavano i consoli come consiglieri e sessanta centurioni
coadiuvavano i tribuni. Per la maggior parte della sua
storia Roma ebbe otto legioni in armi, delle quali soltanto
quattro erano romane, le restanti erano composte di truppe
alleate. Ogni legione cercava di ottenere superiorit tattica
mediante la stretta interazione dei manipoli e attaccando a
ranghi separati come se si fosse trattato di una falange in
miniatura, il che offriva notevoli vantaggi poich si trattava
di uno schieramento pi flessibile di quello a linea unica. La
macchina bellica romana era certamente formidabile, ma ora
aveva incontrato qualcuno in grado di batterla.
La mattina del 2 agosto del 216 avanti Cristo, Cartaginesi e Romani
presero posizione.
Chi detiene il comando oggi? chiese Annibale.
Terenzio Varrone, mio signore rispose il comandante
della cavalleria pesante, il mercenario spartano Sosilo, pi
alto e robusto del comandante supremo.
Gli di ci sono propizi. Molti di noi moriranno, ma ricordati
che noi siamo la spada di Cartagine! Annibale scrut
il campo di battaglia. Quando si alz il vento, gli stendardi
romani ondeggiarono.
Colpiremo duramente e ci allontaneremo prima che i
loro cavalieri possano schierarsi per fronteggiarci, e quando
ci inseguiranno, faremo dietrofront e colpiremo di nuovo
lungo le loro colonne.
In quello che Napoleone avrebbe definito un classico
capolavoro di annientamento, Annibale mise a punto un
piano geniale. Forse aveva imparato dall'andamento della
battaglia di Maratona, due secoli prima. Allora per la strategia
dell'attacco laterale era stata decisa dal caso, questa
volta invece si tratt di un vero colpo di genio. Aveva visto,
infatti, che Terenzio Varrone ed Emilio Paolo si erano attenuti
a un ben collaudato piano d'attacco e avevano disposto
i loro manipoli in una formazione articolata su tre linee. In
questo modo potevano avanzare in linea retta, ma spostarsi
lateralmente era pressoch impossibile. Il che favoriva l'attacco
da parte degli elefanti che avrebbero potuto avanzare
con relativa facilit contro le compresse linee romane, causando
confusione e panico.
La fanteria romana contava dai 75.000 agli 85.000 uomini,
contro i quali Annibale era in grado di schierarne
meno di 25.000(17). Pur potendo contare sulla forza d'urto
degli elefanti, per Annibale si trattava di una posizione
rischiosa. Tutto sarebbe dipeso da un'accurata valutazione
dei tempi.
All'estremit opposta del campo di battaglia, Emilio Paoloera preoccupato e cerc di mettere in guardia Terenzio
Varrone facendogli notare come la cavalleria pesante di
Annibale, composta di iberici e gallici, non si vedesse da nessuna
parte. Purtroppo il suo ammonimento non serv a nulla.
Non temere rispose fiducioso Terenzio Varrone. Annibale
avr deciso di tenerla di riserva e non potremmo chiedere
di meglio. Questo  quello che Roma attende da anni,
ora il momento ci  propizio. Possa Giove cavalcare al nostro
fianco.
In verit, Varrone aveva bisogno di qualcosa di pi dell'aiuto
divino: avrebbe avuto bisogno di un preciso piano
di battaglia, e invece non aveva alcun piano. Annibale, s.
Aveva infatti deciso di non impiegare inizialmente i reparti
di veterani e lasciare che soltanto la fanteria leggera iberica e
gli ausiliari gallici occupassero il centro, con le truppe libiche
schierate in seconda linea come riserve. Si rendeva conto che
in questo modo il centro avrebbe ceduto sotto la pressione
romana: ed era esattamente quello che lui voleva.
Guerrieri, davanti a voi  schierata la potenza di Roma.
Combattete valorosamente; quelli di voi che si batteranno
con coraggio saranno riccamente ricompensati, ma coloro
che faranno altrimenti saranno severamente puniti. Questo
io, Annibale Barca, vi prometto. Le sue parole furono
accolte con acclamazioni entusiaste. Annibale osserv gli
uomini schierati davanti a lui consapevole del loro ardore.
Doveva soltanto guidarli nella giusta direzione.
L'esercito romano era schierato in formazione di combattimento,
pronto e in attesa dell'ordine di attacco. Per oltre
un'ora, le legioni avevano preso posizione in base agli ordini
gridati a gran voce dai centurioni, riconoscibili grazie al rosso
cimiero che ondeggiava sui loro elmi. Gli uomini, protetti
dai loro scudi, erano allineati nella consueta formazione,
con le lance puntate, pronti ad avanzare. Dietro il muro di
scudi ondeggiavano le bandiere delle coorti e alle loro spalle
l'aquila dorata di ogni singola legione. Erano otto. Al suono
di un corno, il muro di scudi si apr leggermente per consentire
a migliaia di arcieri di passare, avanzando fino a un punto
pari all'effettiva portata dei loro archi per poi schierarsi su
una linea lunga quanto l'intero campo di battaglia.
La smilza figura di Annibale era ben in vista sulla sommit
di una collinetta. Il comandante supremo era intento
a studiare la formazione nemica. Gli lacrimavano gli occhi;
da quando aveva attraversato le paludi infestate di insetti,
la vista gli si era infatti deteriorata per colpa di un'infezione
che avrebbe finito per privarlo dell'uso di un occhio. Ma quel
mattino, a Canne, quello che vide attraverso le lacrime che
gli annebbiavano la vista, gli piacque molto: i Romani erano
schierati su tre linee, una profondit eccessiva per essere
efficace, un grave errore. Guard i loro arcieri, tutti uomini
delle trib alleate di Roma; c'erano Etruschi vestiti di cuoio,
alcuni Galli a petto nudo, con elmo e gonnellino di cuoio,
molti simili ai suoi stessi Galli; c'erano i Cantii, gli Iceni, e
tutte le altre trib su cui Roma contava come alleati. Fortunatamente
per Annibale, cominciavano a essere stanchi
di combattere per uno stato militarista e spietato, e non si
sarebbero battuti con eccessivo ardore. Erano sempre le trib
a riportare il maggior numero di perdite e a lasciare sul
campo mucchi di morti. La ricompensa era il dubbio onore
di chiamarsi cittadini romani.
Il cartaginese riun i comandanti delle sue truppe e tracci
il piano di battaglia su una tavoletta coperta di cera.
Magone, comanderai i reparti di cavalleria pesante di
Galli e Iberici, qui. E indic un punto vicino alla riva del
fiume. La carica principale della cavalleria partir dal nostro
fianco sinistro; tu condurrai i nostri uomini contro i cavalieri
patrizi. Annientali. Maarbale, tu sarai agli ordini di
Magone. La tua cavalleria numida punter contro la cavalleria
latina sulla nostra destra e la metter in fuga. Una volta
fatto questo, attenderai altri ordini. Annone, tu comanderai
la fanteria libica e iberica schierata al centro. Quando sarai
attaccato, arretrerai lentamente, ma senza permettere che le
legioni sfondino il tuo schieramento. Il tuo compito  impegnare
i loro migliori veterani: ritirati, ma non cedere e resisti
finch non ti arriveranno rinforzi. Dobbiamo distruggere la
loro cavalleria prima di sfondare il loro centro. Non attaccate
prima di aver ricevuto il mio segnale. Se i suoi generali
avevano dei dubbi su quella manovra cos poco ortodossa, li
tennero per s. Tutti tranne Annone.
Indebolire il nostro centro pu causare confusione.
Li sorprender. Ci che il nemico vedr all'inizio della
battaglia sar il nostro consueto schieramento, con al centro
i nostri veterani contro i loro veterani. Poi per rovesceremo
questo schieramento, ritireremo i nostri veterani dal centro e
li faremo spostare verso le ali. Sferreranno l'attacco decisivo
contro il centro nemico solo dopo che sar stato attirato in
una sacca.
Ti aspetti che cadano nella trappola?
S. Annibale lo guard corrucciato. Questa volta era
Magone ad aver parlato, dando l'impressione che il fratello
non avesse tenuto conto di tutte le evenienze. Il nemico
non permetter che i suoi veterani perdano il contatto con il
nostro centro, seguendo passo passo il nostro arretramento e
avanzando troppo; cos da lasciare alleati schierati sui fianchi
senza l'appoggio delle legioni. Tutto dipende dall'annientamento
della cavalleria romana.
 un rischio.
In guerra il rischio c' sempre. Dopo il sacrificio che precede
la battaglia interrogher gli auguri per conoscere gli
auspici, ma sono sicuro del risultato finale. Ubbidite ai miei
ordini e ci incontreremo di nuovo per celebrare una grande
vittoria.
Il piano di Annibale non era soltanto audace, si scostava
radicalmente da tutte le collaudate tattiche di guerra. E possibile
che i suoi generali nutrissero dei dubbi circa l'efficacia
di una simile manovra, tuttavia la profonda lealt al comandante
supremo ebbe la meglio. Per nascondere le sue mosse
al nemico, Annibale ordin ai frombolieri di prendere posizione
davanti allo schieramento principale, cos da impedire
lo spostamento dei reparti di veterani africani. Sosilo divise
la fanteria pesante in unit pi piccole di 256 uomini ciascuna,
ordin loro di abbassare la punta delle lance perch
i loro movimenti non fossero visti dall'altra parte del campo
di battaglia, poi li fece allontanare dal centro. Li condusse
verso le due ali, nascondendoli dietro la cavalleria leggera.
Con questa mossa Annibale aveva indebolito notevolmente
il centro, dove invece delle consuete dodici, erano soltanto
quattro le file che dovevano fronteggiare l'attacco romano.
Tutto dipendeva dunque dal centro, che doveva effettuare
una lenta ritirata e resistere finch Magone non avesse sbaragliato
la cavalleria romana. Poi schier i 4.000 Numidi di
Maarbale, feroci guerrieri originari delle montagne dell'Atlante.
Come gli Unni, che avrebbero fatto la loro comparsa
qualche secolo dopo, anche costoro erano nati sul cavallo; il
loro compito iniziale era sbaragliare i cavalieri latini. Tuttavia
lo scontro pi duro sarebbe avvenuto sulla sua ala sinistra.
Era qui che Annibale aveva schierato i 6.000 che costituivano
la cavalleria pesante gallica e iberica e che dovevano
fronteggiare i 4.000 dell'lite di Terenzio Varrone, i figli delle
famiglie patrizie che facevano a gara non solo per coprirsi di
gloria sul campo di battaglia ma anche per sfoggiare armi e
cavalcature. La giovent della Roma bene cavalcava splendidi
cavalli e le armature finemente cesellate erano ornate
d'oro. Le due dozzine di elefanti, quanti ancora gliene restavano
dei cinquanta originari, sarebbero stati il suo rullo
compressore. I giganteschi animali spuntavano al di sopra
della nebbia come castelli in miniatura. Annibale aveva formato
il suo schieramento.
Il comandante romano, ansioso di coprirsi di gloria, era
troppo sicuro di s, un atteggiamento pericoloso in battaglia.
Peraltro, i suoi veterani superavano quelli di Annibale per tre
a uno, e con il fiume alle spalle avrebbero combattuto con
ardore, poich la ritirata era impossibile. Terenzio Varrone
appariva splendido sul suo cavallo bianco, con il rosso mantello
di console romano che copriva l'armatura elegantemente
cesellata. Per dimostrare il suo disprezzo, dava la schiena al
nemico.
Giove e Roma! grid, mentre il fior fiore della cavalleria
patrizia si schierava a protezione delle due ali, rispondendogli
con un roboante Onore e Patria!. Il loro aspetto era
minaccioso; individualmente erano buoni combattenti, ma
quello di cui Terenzio Varrone non aveva tenuto conto era la
facilit con cui si lasciavano prendere da improvvisi attacchi
di panico collettivo. Stanno avanzando! grid qualcuno.
In effetti, Annibale li aveva colti di sorpresa e aveva lanciato
per primo le sue truppe. La grande battaglia di Canne stava
per cominciare.
Annibale osservava i suoi mentre avanzavano al centro;
vide le tuniche bianche degli Iberici, i torsi nudi e abbronzati
dei Galli, tutti esperti arcieri e frombolieri. La sua cavalleria,
sia pesante sia leggera, con i cavalli che sbuffavano e fremevano,
aveva preso posizione dietro le ali che avanzavano
obliquamente. Lo schieramento cartaginese si muoveva con
passo misurato, con il centro leggermente pi avanti. Era
una mossa intesa a sfidare i Romani: Annibale aveva infatti
calcolato che Varrone avrebbe attaccato con la consueta
imprudenza, puntando diritto contro chiunque gli si parasse
davanti. E in effetti Terenzio Varrone fece proprio cos,
avanzando a testa bassa contro il centro cartaginese. Al comando
dei tribuni Servilio e Attilio, le legioni romane puntarono
verso il nemico a passo rapido, bastati davanti, principes
dietro e triarii in terza fila, per dare la spallata definitiva, una
volta che la linea nemica fosse stata sfondata. Erano arrivati
a una distanza di duecento passi quando una massa di arcieri
si fece avanti in mezzo agli scudi della fanteria ligure e
gallica. La loro avanzata fu cos rapida che i Romani quasi
non fecero in tempo ad alzare il consueto tetto di scudi. Un
nugolo di frecce si abbatt sui legionari con effetti devastanti.
Centinaia caddero bocconi, altri per qualche attimo rimasero
in piedi, stringendosi convulsamente gole, cosce o
petti, nel punto in cui una freccia li aveva trafitti, prima di
crollare lentamente a terra ed essere calpestati dall'ondata
successiva. Avanzavano a passo cadenzato, ogni manipolo
lanciando il grido di guerra delle rispettive legioni, finch
arrivavano a portata di tiro dei giavellotti. Poi scagliavano
le loro lance sottili prima di gettarsi a tutta velocit contro il
centro cartaginese. Lo strepito era assordante e l'andamento
degli scontri faceva s che i ranghi andassero avanti e indietro
come navi in un mare in burrasca. Qua e l si formavano piccole
mischie. Gli uomini pregavano i loro di, poi andavano
avanti con il loro compito che era uccidere il maggior numero
possibile di nemici. Si appoggiavano con tutto il peso
contro gli scudi, la spalla sinistra in avanti per aver libero il
braccio destro con cui maneggiare la spada. La lotta divenne
un fatto personale, uomo contro uomo. Investito dall'impeto
dei principes romani, il centro di Annone cominci a cedere,
e fece esattamente quello che Annibale si aspettava facesse.
La falange di Iberici resistette, tuttavia non potevano disimpegnarsi
senza girare il corpo verso i Romani a portata di
spada. Combattevano ritirandosi passo dopo passo, trascinando
dietro di s i Romani con le loro armature d'acciaio.
Per il momento il piano di Annibale funzionava. Mentre
l'attenzione del nemico era focalizzata sul centro, la cavalleria
cartaginese sferr un attacco su vasta scala contro le ali
romane. I suoi 4.000 numidi si scontrarono con i 2.000 cavalieri
latini. Una volta tanto i Cartaginesi avevano la superiorit
numerica! Le orde dei guerrieri di Maarbale provenienti
dalle montagne dell'Atlante si gettarono contro la cavalleria
leggera latina. Lanciando il loro selvaggio grido di guerra, i
Numidi sbaragliarono la formazione nemica riportando
pochissime perdite: uno scontro che si risolse in pochi minuti.
I cavalieri latini cedettero subito e furono dispersi: quelli
che non furono trafitti a morte o calpestati dagli zoccoli dei
cavalli, cercarono di mettersi in salvo nel fiume. Alcuni riuscirono
a riparare dietro le mura di Venusia o Canusium, ma
furono ben pochi. In ogni caso, la rapida vittoria fece s che
i Numidi fossero pronti a intervenire nella seconda parte del
piano di Annibale, il quale invi un cavaliere con il seguente
ordine: A Maarbale: non inseguite i latini, restate dove siete
in attesa dei miei ordini.
Nel frattempo la massa di Iberici e di Galli comandata da
Magone puntava direttamente contro la cavalleria patrizia
guidata dal console Emilio Paolo, travolgendola sotto il peso
dei ben pi pesanti cavalli spagnoli; i nobili romani vennero
letteralmente sbalzati di sella. La formazione di Emilio Paolo
fu frammentata in vari tronconi, che combattevano disperatamente
e senza alcuna compattezza. I Romani furono fatti
a pezzi a migliaia. Non era quello il tipo di combattimento
che i giovani patrizi avevano sognato; non c'era spazio per
l'eroismo, si combatteva solo per aver salva la vita. Tuttavia,
in fatto di pura e semplice ferocia, la nobile giovent romana
non aveva alcuna chance di fronte a dei feroci soldati di
professione. Nel giro di pochi minuti la cavalleria romana
fu costretta a ritirarsi. Un tribuno, agitando la spada in un
inutile gesto, cerc di radunare i cavalieri in fuga, mentre gli
passavano accanto dirigendosi verso il fiume. Ma fu tutto
inutile: sentendosi la morte alle calcagna, spinsero i loro cavalli
nell'acqua. Molti annegarono. E furono pi numerosi i
giovani patrizi morti mentre si davano alla fuga che non nel
momento in cui avevano cercato la gloria battendosi valorosamente.
Coloro che riuscirono a passare il fiume si misero
in salvo dietro le mura di Canusium.
Al centro, gli uomini di Annone si battevano come leoni.
Per quanto tempo si fosse continuato a combattere, a cose
finite nessuno fu in grado di dirlo con precisione, tuttavia
ai superstiti sembr un'eternit piuttosto che pochi minuti.
Uomini insanguinati giacevano davanti al muro di lance, esalando
l'ultimo respiro sul terreno inzuppato di sangue. Un
libico sollev la spada e la lasci cadere con forza sulla testa di
un legionario nel momento in cui costui trafiggeva un iberico
con la lancia. Entrambi lanciarono un forte grido e morirono
contemporaneamente. Un centurione, con il braccio destro
che gli penzolava inerte lungo il fianco, fracass la testa di
un Gallo con il suo pesante scudo. Nel centro dello schieramento
la lotta veniva condotta con cieco furore e, come una
calamita, attirava un numero sempre maggiore di Romani
nella trappola.
Terenzio Varrone era cos sicuro che la vittoria fosse vicina
che ordin ai trioni e ai velites di riserva di entrare nella
mischia, nella sacca che si stava formando al centro. Il centro
dello schieramento cartaginese stava infatti arretrando cos
pesantemente, e appariva cos debole, che sembrava in procinto
di cedere. Era questo il momento che Annibale aveva
pazientemente atteso per mettere in atto il suo piano geniale.
Di fronte alla minaccia della cavalleria romana, lanci i veterani
africani di Sosilo. Ordine a Sosilo: avanzare con tutta la
fanteria pesante e, muovendo da entrambi i fianchi, colpire
le legioni romane posizionate al centro! Con un solo ordine,
Annibale mise in moto lo storico stratagemma del doppio
accerchiamento: da allora, qualunque generale che aspirasse
a essere chiamato un grande genio, da Cesare a Napoleone
e su su fino ai nostri giorni, ha applicato lo stratagemma di
Canne per portare il suo esercito alla vittoria. Una serie di
suoni di corno diede inizio alla seconda fase della battaglia.
La fanteria pesante africana, che fino a quel momento non era
stata pressoch utilizzata, si mosse avanzando rapidamente
verso le ali nemiche. E dalla prima linea Annibale mise in
moto un'altra arma che aveva tenuto di riserva; un'arma per il
cui effetto devastante quella situazione era ideale: un nemico
compresso entro un fronte relativamente piccolo.
I Romani si accorsero dell'imminente pericolo non appena
udirono un suono che faceva pensare alle trombe dell'inferno.
Ed ecco che il muro di scudi dei Cartaginesi si apr verso
l'interno come una gigantesca porta e rivel enormi montagne
grigie che avanzavano minacciosamente: gli elefanti da
guerra si precipitarono contro le truppe romane, seminando
morte e terrore. Il minaccioso barrito dei giganteschi animali
rendeva ancora pi spaventoso quello scenario di morte.
I Romani rimasero paralizzati dal terrore, mentre il terreno
improvvisamente era scosso dall'impatto delle zampe dei pesanti
animali. In molti punti dello schieramento romano si
aprirono grandi varchi subito colmati da orde di guerrieri
iberici o gallici che facevano a pezzi i terrorizzati legionari,
la cui unica preoccupazione era sfuggire alla furia degli elefanti.
Tuttavia il grido di avvertimento del tribuno Servilio li
costrinse a guardarsi attorno: su entrambi i fianchi la fanteria
pesante di Sosilo puntava verso di loro. I guerrieri correvano
come se stessero partecipando a una gara; ma questa non era
un'arena dove una corona d'alloro era il trofeo del vincitore,
bens un campo di battaglia dove l'unico premio era la morte.
Le spade cozzavano, gli uomini gridavano con tutta la voce
che avevano in corpo, file e file di guerrieri coperti di sangue
avanzavano infiammati dalla volont di uccidere. Le ali dello
schieramento romano cedettero e si ritirarono verso il centro,
gi compresso entro la sacca a ferro di cavallo che, come una
morsa, si stringeva sempre di pi. Gli affaticati legionari, gi
provati dallo shock della carica degli elefanti, non erano certo
in grado di reggere l'attacco di migliaia di Africani, esperti
e freschi di forze. Gli arcieri romani scagliarono l'ultimo
nugolo di frecce. Una colp alla spalla Sosilo, che spinse le
ginocchia contro i fianchi del suo cavallo per sorreggere il
corpo piegato in due dal dolore, prima che l'animale, valoroso
compagno di tante battaglie, cadesse sulle ginocchia, con
la punta di un giavellotto che gli spuntava dal petto. Ma nulla
avrebbe potuto fermare gli Africani.
Le legioni ripiegarono. I loro tamburi erano ormai silenziosi
e le coorti sul punto di essere annientate. I sogni di gloria
del console Terenzio Varrone si infransero contro la furia
selvaggia della cavalleria di Annibale. Fu un massacro, con
lance che trafiggevano corpi e spade che spiccavano teste
dal busto. Attraverso sempre nuovi varchi che si aprivano al
centro, facevano irruzione i Numidi, spingendosi ancor pi
in profondit entro le file romane ormai in preda al caos.
I Romani ingaggiarono una lotta furibonda, preparandosi
all'attacco laterale della fanteria africana mentre tentavano
disperatamente di erigere un muro di lance contro la carica
della cavalleria. Forte del successo appena riportato sui
cavalieri romani, giunse la cavalleria pesante di Magone, dilagando
attraverso il campo di battaglia in ranghi serrati. Il
cerchio era ormai definitivamente stretto attorno ai Romani:
attaccati da ogni lato dai Numidi di Maarbale, dagli Africani
di Sosilo e dagli Iberici di Magone. Le legioni di Roma furono
fatte a pezzi.
Il tribuno Servilio, brandendo l'aquila d'oro della sua legione,
grid: Al fiume, tutti in ritirata verso il fiume!, poi
fu trafitto. Ma la ritirata non era pi possibile; un muro di
lance e spade aveva chiuso ogni possibile via di fuga e i cavalieri
di Magone erano schierati lungo la riva del fiume, pronti
a massacrare chi avesse tentato di attraversarlo.
Il tribuno Attilio radun i suoi uomini. In una mischia
furibonda, orde di Cartaginesi circondarono i Romani che
combattevano con la forza della disperazione. Frecce e spade
seminavano morte. I Cartaginesi erano loro addosso e
i Romani non potevano far nulla per fermare la marea. Al
centro c'era Attilio, l'eroico tribuno. Una freccia lo colp al
viso e un'altra gli trapass la gola; fece ancora qualche passo,
barcollando, poi cadde. Anche i suoi uomini venivano fatti
a pezzi a uno a uno: accerchiati dagli Africani, cadevano trafitti
nel fango inzuppato di sangue.
Il console Emilio Paolo fu disarcionato da un colpo di lancia
che aveva trafitto il suo cavallo. Riusc a scansarsi evitando
un altro colpo, afferr l'assalitore per il petto e gli diede
un calcio nell'inguine. Mentre il cartaginese si piegava in due
per il dolore, Emilio Paolo gli tagli la testa. Pochi istanti
dopo un nugolo di Cartaginesi gli fu attorno. Gli si gettarono
addosso urlando, brandendo lance, spade e persino coltelli
ricurvi, pronti a farlo a pezzi. Poi la vista gli si annebbi, anche
se i suoi occhi rimasero aperti; barcoll, si sedette con un
sospiro e appoggi le mani sul sangue che zampillava dall'armatura
nel punto in cui era penetrata una lancia. Cerc di
alzarsi in piedi, ma le forze gli vennero meno. Infine la marea
di acciaio lo travolse.
Quando il ferito Sosilo fu aiutato a rialzarsi, l'esercito romano
non esisteva pi. Era stato completamente annientato;
i suoi comandanti erano morti o morenti sul campo di
battaglia. Il fragore dei combattimenti si era spento; sulla
distesa di morti e feriti ben presto sarebbero scesi gli avvoltoi
che volteggiavano famelici in attesa di approfittare della
carneficina. Sull'insanguinato campo di battaglia, in mezzo
ai gemiti sempre pi deboli dei moribondi, i Cartaginesi si
sdraiarono e si addormentarono, troppo esausti per accamparsi
o mangiare. Con la notte giunse il silenzio, il silenzio
profondo della morte.
I Romani persero le aquile di otto legioni, duemilasettecento
tra patrizi e ufficiali, e cinquantamila legionari(18) (settantamila
secondo Polibio). Tra i caduti c'erano il console
Emilio Paolo, l'ex console Servilio Gemino e il comandante
della cavalleria Minucio Rufo, ottanta senatori che volontariamente
si erano uniti alla cavalleria e ventinove tribuni
militari. Quando ebbe fatto il calcolo delle perdite, Annibale
scopr con angoscia che la vittoria gli era costata cara: cinquemilasettecento
dei suoi erano morti. Ma mentre i Romani
avrebbero avuto la possibilit di ricostituire i ranghi
decimati arruolando cittadini e contadini nelle varie regioni
d'Italia, i Cartaginesi non potevano contare su nulla di simile. Ironia
della sorte, Annibale aveva riportato una grande vittoria, ma
la sua situazione era molto preoccupante: se non avesse ricevuto
rinforzi da Cartagine, e in fretta, ben presto si sarebbe
ritrovato a combattere per una causa persa.
L'altare di Cartagine era stato arrossato dal sangue dei
suoi nemici e l'aquila romana era stata trasformata in un gallo sdentato. Le corone d'oro, che le legioni romane si erano
guadagnate nei giorni di gloria, furono strappate via dall'asta
purpurea.
Hannibal ad portasi Annibale  alle porte! Roma
era sconvolta. Un'angosciosa atmosfera di superstizione e
paura gravava sulla citt, e i Romani erano pronti a credere
a qualsiasi cosa. Era necessario trovare dei capri espiatori.
Il senato attribu la causa del disastro alla rilassatezza dei
costumi. Due vergini vestali, che avevano erroneamente predetto
la vittoria, furono accusate di aver perso i verginali
poteri divinatori per essersi lasciate andare a orge. Furono
sepolte vive. Un filosofo greco fu preso a sassate dalla folla
e alcuni cittadini della Gallia furono trascinati nel Foro e
messi a morte. Molti membri della Guardia erano stati uccisi
durante la battaglia e senza la loro protezione non ci fu pi
n ordine n sicurezza. Stupri e rapine furono all'ordine del
giorno; i negozi vennero saccheggiati, le case svaligiate e le
famiglie patrizie massacrate fin quando i cittadini formarono
squadre di vigilantes che ristabilirono una parvenza d'ordine
uccidendo la marmaglia che si aggirava per la citt.
Annibale cominci a cogliere il frutto del suo grande
successo. Roma e il sud dell'Italia erano ormai
alla sua merc(19).
Certamente mai pi del 2 agosto 216 avanti Cristo fu tanto vicino a
realizzare il suo sogno, di annientare l'impero del male.
Ma se pensava che Roma avrebbe smesso di combattere, si
sbagliava di molto. Al contrario, nella vergognosa sconftta
il senato romano trov lo stimolo per ricostruire l'esercito
secondo nuovi criteri, per far s che nuovi comandanti, pi
giovani e dinamici, si facessero avanti. Perch questo accadesse,
quale slogan poteva essere pi efficace della minaccia
Hannibal ad portas? I senatori esortarono dunque i loro
concittadini a difendere la patria e combattere il crudele
cartaginese, e la volont ferrea, da secoli radicata nella popolazione,
si sarebbe rivelata la vera forza di Roma.
Annibale invi una delegazione, guidata da Carthalo, a
negoziare il riscatto dei prigionieri romani. Il senato, preferendo
la linea dura, decise che era pi nobile non vedere mai
pi i propri figli che ammettere la sconfitta. Dopo il rifiuto
romano di negoziare, tra i comandanti di Annibale alcuni,
soprattutto alleati di fresca data che avevano sofferto sotto
il giogo di Roma e avevano poi cambiato bandiera, volevano
uccidere tutti i prigionieri romani. Annibale imped la carneficina.
Questo  il momento che abbiamo tanto atteso. Puntiamo
immediatamente contro Roma proponeva il loro portavoce,
il numida Maarbale.
No. Dobbiamo non soltanto vincere, ma anche saper
usare bene la nostra vittoria. E vero, abbiamo vinto una
grande battaglia, ma Roma non  vinta! Non ancora! Perch
accadesse ci sarebbero voluti altri seicento anni.
Per una volta, colui che non aveva mai esitato a correre
rischi, si mostr tentennante. In quel fatidico 2 agosto del
216 avanti Cristo, con le legioni romane annientate e la strada virtualmente
aperta, Annibale rimase ad portas. Davanti alle
porte di Roma, ma non entro le mura. Il generale cartaginese
aveva i suoi elefanti e le sue macchine da assedio; Roma
non aveva nulla se non cittadini in preda al terrore. Annibale
era forse rimasto cos scioccato dall'orrendo spettacolo del
campo di battaglia di Canne da sentirsi ansioso di arrivare a
un accordo che evitasse ulteriori sofferenze?  improbabile,
se si pensa che aveva giurato di distruggere Roma. E allora,
che cosa lo trattenne dal conquistare l'odiata citt? Resta, e
rester, uno dei grandi enigmi della storia.
Lo stratagemma di Annibale a Canne fu un colpo di genio
e lo innalz al culmine della sua carriera. Con quel suo
piano geniale ottenne infatti quello che raramente accade in
battaglia: l'effetto decisivo della sorpresa. Eppure, dal punto
di vista storico la vittoria pi strabiliante negli annali delle
operazioni militari non cambi nulla: Roma aveva perso una
battaglia, non la guerra.
Possiamo a buon diritto chiederci come sarebbe stata diversa la storia se Annibale fosse entrato in Roma, invece di fermarsi ad portas.
...
.
...
Note.
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1. La storia di questo giuramento fu riferita dallo stesso Annibale nel 193 avanti Cristo, a Efeso.
2. Espressione ancor oggi molto usata per indicare una vittoria che ha un costo eccessivo.
3. Il nome Gibilterra sarebbe stato dato allo stretto dagli Arabi, un migliaio di anni dopo.
4. Secondo Diodoro era stata chiamata Akra-Leuka, e furono gli Arabi a chiamarla Alicante, nell'ottavo secolo.
5. Gli altri figli di Amilcare erano Magone, Aderbale, Epicide e Asdrubale (omonimo del genero di Amilcare, sposato alla figlia Salamb).
6. Diodoro Siculo, Biblioteca storica (25, 12).
7. Nel 1944, nel corso di scavi tra le rovine di Volubilis, in Marocco, fu trovato uno splendido busto bronzeo di Annibale.
8. Tito Livio, Ab Urbe condita - Storia di Roma (21, 4).
9. Da non confondere con il cognato di Annibale, che aveva lo stesso nome ed era stato assassinato.
10. Tito Livio, Ab Urbe condita - Storia di Roma (21, 58,59).
11. Un altro sostenitore dell'importanza di una forza d'urto mobile, il generale von Manstein, la mente che mise a punto la blitzkrieg tedesca del 1940, da studente scrisse una tesina su Annibale.
12. Queste sono le indicazioni temporali riferite da Tito Livio.  tuttavia improbabile che un esercito, con salmerie ed elefanti, sia avanzato a una tale velocit attraverso montagne innevate che superano i tremila metri. Polibio parla invece di due mesi. Il che sembra troppo, a meno che abbia considerato anche la marcia di avvicinamento lungo la parte pedemontana. Alcuni anni fa, ho compiuto io stesso la traversata a piedi. Con in spalla soltanto uno zaino, ho impiegato poco meno di una settimana seguendo il percorso di Annibale, attraverso il Moncenisio. Peraltro non si hanno indicazioni precise sul punto in cui Annibale attravers le Alpi; si ritiene tuttavia che sia passato per la regione di Grenoble-Brianon, nelle Alpi francesi (Col de la Traversette o Col de Clapier). Un pastore della zona mi accompagn su un valico che la tradizione locale indicava come Passo di Annibale. Di l era possibile scendere direttamente su Torino o Milano. Peraltro, Tito Livio sostiene che le prime trib non ostili incontrate da Annibale furono i Salassi, che vivevano appunto in questa regione.
13. Il territorio dell'antico regno di Numidia corrisponde all'attuale Algeria.
14. Polibio scrisse di aver visto queste cifre incise su una targa di bronzo a Capo Lacinio.
15. Polibio, Storie (6, 19).
16. T. Mommsen, Storia di Roma antica, Firenze 1960.
17. Polibio (3, 107). Sia i Romani sia i Cartaginesi avevano lasciato alcuni reparti a difesa dell'accampamento e delle salmerie.
18. Tito Livio, Ab Urbe condita - Storia di Roma.
19. Polibio, Storie.
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CAPITOLO 8.
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NELLA MORTE, NON C' DIFFERENZA.
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Zama, 19 aprile 202 avanti Cristo.
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Qui desiderat pacem, praeparet bellum! Chi desidera la pace, prepari la guerra!
Vegezio, quarto secolo dopo Cristo.
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In molte guerre quello cui si mirava poteva essere conquistare
una provincia chiave, in altre distruggere un esercito,
tuttavia nella stragrande maggioranza era indispensabile
prendere la capitale. Annibale aveva brillantemente raggiunto
i primi due obiettivi, ma per il momento aveva fallito
nel terzo. Sapeva infatti che il fine ultimo della sua campagna
militare era impedire che Roma avesse la supremazia
sul Mediterraneo. Peraltro, non sempre la vittoria richiede
l'annientamento completo dell'esercito nemico, soprattutto
se  pi forte. Annibale aveva sempre pensato che il modo
migliore di arrivare alla vittoria fosse logorare Roma: il graduale
logoramento della volont combattiva del suo nemico
sarebbe potuta diventare l'arma decisiva del suo arsenale.
Quanto poi alla sconfitta romana a Canne, sebbene quasi
fatale nel piegare la volont di resistenza di Roma, dal punto
di vista militare decisiva non fu affatto.
Annibale individu il nuovo centro di gravit e fu contro
di esso che diresse i suoi sforzi in campo politico. Dal momento
che il nemico non aveva un unico capo supremo contro
cui concentrare tutte le sue energie, bisognava puntare
contro Roma stessa. Fino a quel momento aveva scardinato
la sua potenza militare, ora si accinse a fare di tutto per
minare il suo potere sugli alleati italici. Inizialmente ottenne qualche
successo quando la citt di Capua pass dalla sua parte,
cos come i Greci di Siracusa e Taranto. Ma mentre stringeva
alleanze che gli consentivano di rafforzare la sua posizione
sulla terraferma, la flotta punica non riusciva ad acquisire il
controllo sul mare. Annibale aveva cercato di ottenere l'appoggio
di Filippo Quinto di Macedonia, che comandava il miglior
esercito della Grecia. Invano; gli sforzi di Annibale non portarono
a nulla. L'esercito di Filippo rimase in Grecia a occuparsi
delle questioni locali e Roma mantenne il controllo
sul mare, con il risultato che Annibale restava tagliato fuori
da Cartagine. Nel frattempo, il ricostituito esercito romano
diventava sempre pi forte.
Per Roma era arrivato il momento di riscattare il suo onore
e recuperare le aquile perdute. Trov due generali competenti
nella famiglia degli Scipioni, i fratelli Publio e Cneo,
che si recarono in Spagna dove riuscirono a chiamare a raccolta
le trib locali contro il cartaginese Asdrubale Gisgone.
Poi per tocc loro la stessa sorte che gi era toccata ad
Annibale in Italia: il senato li abbandon, e nel corso di un
attacco da parte dei cavalieri numidi comandati dal valoroso
Massinissa, sia Publio sia Cneo Scipione furono uccisi. Roma
era nuovamente in difficolt.
 nei momenti di grande pericolo che si fanno avanti leader
eccezionali. Questa volta, l'uomo destinato a salvare
Roma fu un ammiratore, oltre che studioso, del genio strategico
di Alessandro e dell'abilit tattica di Annibale. Publio
Cornelio Scipione, figlio di Publio Scipione il Vecchio, dopo
la morte del padre e dello zio uccisi dai Cartaginesi, era fortemente
motivato alla vendetta. Pur essendo il pi giovane
tribuno militare della storia di Roma, Scipione era miracolosamente
scampato al massacro di Canne. Durante la dbcle
della cavalleria aveva anzi fermato la fuga di alcuni nobili
romani puntando loro la spada alla gola e obbligandoli a
giurare che mai pi sarebbero venuti meno al sacro dovere di
difendere Roma. Qualche minuto dopo per il cavallo
di Scipione era stato trafitto da una lancia e negli spasimi
dell'agonia aveva fatto cadere nel fiume il suo cavaliere. Senza
sapere come, Scipione si era cos ritrovato, bagnato ma
illeso, sull'altra sponda del fiume. Tra le molte migliaia di
Romani caduti a Canne, il fato aveva salvato proprio colui
che era destinato a diventare la nemesi di Annibale.
Publio Cornelio Scipione era regale nell'aspetto, sapeva
essere affascinante e con un eloquio raffinato, ma poteva anche
imprecare rabbiosamente. Avendo ricevuto una rigida
educazione militare, odiava l'inefficienza. Non possedeva la
vulcanica genialit di Annibale, ma a differenza di tutti gli
altri romani che avevano avuto a che fare con il cartaginese
certamente aveva imparato da lui. Annibale divenne dunque
il suo eroe, esattamente come Scipione divenne l'unico romano
che godesse del rispetto di Annibale.
Il giovane Publio Cornelio Scipione fu come un raggio
di sole nei giorni bui di Roma e la sua prima occasione di
dimostrare il suo valore gli giunse in Spagna. In tutte le sue
azioni diede prova di un'insolita abilit non solo nel condurre
incursioni spettacolari contro obiettivi isolati, ma anche
in operazioni strategiche a lungo raggio. Comprese che
per sconfiggere Cartagine doveva agire esattamente come
aveva fatto Annibale quando aveva portato la guerra in Italia:
Roma doveva sbarcare le sue legioni in Africa. Scipione
seppe dunque ridare slancio a Roma e il senato gli confer il
comando supremo dell'esercito di stanza in Spagna, sebbene
avesse solo ventiquattro anni.
Nel 210 avanti Cristo inizi la sua carriera militare con un colpo da
maestro: attir Asdrubale Gisgone (da non confondersi con
il fratello di Annibale, Asdrubale Barca) fuori dalla sua roccaforte
di Cartagena e poi si introdusse nella fortezza priva
di difese senza dover combattere. Asdrubale Gisgone, congiuntamente
alla cavalleria di Siface, re di Numidia, accerchi
le due legioni di Scipione a Castra Cornelia. Di fronte a
una situazione disperata, Scipione chiese di trattare la resa.
Poi, mentre deliberatamente tirava per le lunghe le trattative,
organizz un attacco notturno contro l'accampamento cartaginese.
L'incursione si rivel devastante ed ebbe un successo
che andava al di l di ogni aspettativa. Insieme a uno squadrone
del generale Lelio, i cavalieri di Scipione si erano infatti
introdotti nel campo cartaginese e vi avevano appiccato
il fuoco. Non era nei piani prestabiliti, ma dal momento che
erano in pochi poterono incendiare soltanto le tende poste ai
margini del campo, causando involontariamente un terribile
incendio. L'anello di fuoco aspirava l'ossigeno dal centro,
creando temperature dell'ordine dei mille gradi centigradi(1).
 impossibile immaginare scena pi spaventosa, poich il
suo orrore superava tutto ci che fino a quel momento fosse
mai stato descritto(2). Nel campo, trasformatosi in una spaventosa
fornace, morirono in 40.000 tra Cartaginesi e alleati.
Nel 207 avanti Cristo, Scipione affront Asdrubale Gisgone a Ilipa, non
lontano da Siviglia. Per Scipione si tratt di un capolavoro
tattico, un pezzo di bravura che sembrava tratto
direttamente dal repertorio del grande Annibale. In effetti,
contro 74.000 Cartaginesi forti di ben 32 elefanti, poteva
schierare soltanto 48.000 uomini. Ma Scipione non si lasci
mai spaventare dalla superiorit numerica. Aveva studiato attentamente
la tattica abituale di Asdrubale Gisgone e aveva
scoperto che il cartaginese era solito schierare i suoi veterani
al centro e gli ausiliari sui fianchi. Non avrebbe fatto diversamente
a Ilipa. Per tre giorni rifiut dunque di dare battaglia,
ma sempre fronteggiando Asdrubale con i veterani al centro
e gli alleati iberici e gallici sui fianchi. Tuttavia Scipione non
aveva alcuna intenzione di sprecare i suoi preziosi legionari
contro l'lite dei veterani di Cartagine. Al contrario,
pensava di attaccare gli ausiliari di Asdrubale con i suoi manipoli
di veterani. Un simile spostamento, da compiersi all'ultimo
minuto, era degno del grande Annibale in persona. Accadde
cos che la mattina del quarto giorno le legioni avanzarono
obliquamente a passo rapido contro le ali cartaginesi e attaccarono
le unit pi deboli che vi erano schierate. I veterani
di Scipione spinsero gli alleati spagnoli di Asdrubale contro
i veterani africani, posti al centro. Nella lotta che ne segu,
una delle pi drammatiche della storia, solo 6.000 dei 72.000
Cartaginesi sfuggirono al massacro.
La vittoria fu per Scipione il trampolino di lancio per
l'Africa. Nel 206 avanti Cristo, part dunque per la Numidia (Algeria),
dove incontr segretamente l'uomo che avrebbe avuto
un ruolo decisivo nella sua pi grande vittoria. Il numida
Massinissa, mentre combatteva al fianco di Annibale in Italia
e Spagna, era infatti stato deposto dal trono di Numidia da
Siface, re dei Massesili, con la connivenza di Cartagine. Di
fronte a un simile tradimento, Massinissa ribolliva di comprensibile
sdegno e poteva pensare soltanto alla vendetta.
Dopo essersi incontrato con Scipione, Massinissa convoc i
capi delle sue truppe.
Stiamo per combattere.
Contro i Romani? chiesero.
No, i Romani ci hanno promesso molto se combatteremo
al loro fianco.
I Romani non hanno simpatia nei nostri confronti pi di
quanta ne abbiano i Cartaginesi.
Ma Massinissa non si lasci smuovere; l'abilit diplomatica
di Scipione e l'oro romano avevano persuaso questo rude
condottiero dall'enorme coraggio ad aprire a Roma le porte
del Nord Africa.
Mentre erano in corso queste trattative, e senza sapere
nulla di quanto stava avvenendo a Roma, Annibale inviava
messaggeri su messaggeri a Cartagine con la richiesta di aiuto
immediato. Le autorit cartaginesi le ignorarono. Cartagine
era infatti divisa in due fazioni ostili: la fazione militare capeggiata
dalla famiglia Barca e quella mercantile capeggiata
dalla famiglia Annone. I Barca fornivano i generali; gli Annone
al contrario erano ricchi mercanti che accusavano Annibale
di svuotare i forzieri cartaginesi per condurre un'inutile
guerra. E mentre le sue richieste di aiuto non venivano
prese in alcuna considerazione, Roma ne approfittava per
ricostituire la sua potenza militare. Come gi si  visto, la
spedizione italiana di Annibale aveva consentito al senato
di rafforzare la propria posizione e di chiamare a raccolta
tutte le forze per fare di Roma la potenza egemone del Mediterraneo.
Il senato accett dunque il piano di Scipione che
prevedeva di sorprendere il nemico sul suo stesso territorio:
non combattere Annibale in Italia, ma battere Cartagine in
Nord Africa.
Intanto, in Italia, dopo anni di inutili spostamenti, nulla
era ancora deciso, e Annibale era stato costretto a ritirarsi
nell'estremo sud della penisola italiana con quel che gli restava
della sua armata in continua diminuzione. Nella primavera
del 207 avanti Cristo, e senza prendere ordini da Cartagine,
il fratello di Annibale, Asdrubale, aveva radunato truppe in
Spagna e si era messo in marcia per andare in aiuto del fratello con un esercito che contava dai 40.000 ai 50.000 uomini.
Improvvisamente, Roma si trovava a dover fronteggiare non
uno, ma due eserciti cartaginesi e a combattere due guerre
puniche sul suolo italiano.
Tutto ebbe inizio con uno di quegli incidenti che, pur essendo
di poco conto, hanno comunque gravi ripercussioni.
Per annunciare il suo imminente arrivo, Asdrubale aveva
inviato sei messaggeri, quattro galli e due numidi, che facessero
pervenire ad Annibale il suo piano di marcia. Annibale
intanto aveva gi lasciato il suo accampamento e si era messo
in marcia verso Canusium (Canossa) per attendervi il fratello.I sei messaggeri di Asdrubale attraversarono gran parte
della penisola italiana senza essere scoperti e si trovavano
a un solo giorno di cavallo dall'accampamento di Annibale
quando una pattuglia romana li intercett, impossessandosi
cos dei rotoli di Asdrubale. Il console Claudio Nerone,
uomo dotato di notevole audacia, venuto a conoscenza
dei piani di battaglia di Asdrubale mise a punto uno stratagemma
molto ingegnoso. Cedette il comando del grosso
dell'esercito a Quinto Catio, che ebbe l'ordine di impedire
ad Annibale di lasciare l'accampamento e congiungersi con
il fratello, mentre da parte sua scelse una forza di lite di
6.000 fanti e 1.000 cavalieri e in sette giorni percorse 250
miglia per raggiungere l'Umbria e dare manforte alle legioni
del console Marco Livio Salinatore, accampato sulle rive del
Metauro. Per non essere individuato, marciava solo di notte.
Quando poi raggiunse il campo di Salinatore, ordin alle sue
truppe di sistemarsi nelle tende gi esistenti e nascondere
cos la loro presenza. Tuttavia una procedura cerimoniale
rivel il segreto. Alcuni esploratori cartaginesi avevano udito
non uno, ma due squilli di tromba, riservati alla persona del
console: nell'accampamento romano i consoli erano dunque
due, il che per voleva dire che anche gli eserciti erano due.
Essendone venuto a conoscenza, Asdrubale decise di non
dare battaglia e si diresse verso sud lungo la Via Flaminia,
per ricongiungersi con il fratello. Ordin dunque di ritirarsi
approfittando delle tenebre, ma il suo esercito si perse non
appena fu abbandonato dalle guide italiche e al sorgere del
sole si ritrov in una posizione sfavorevole. La sacerdotessa
di Baal celebr il sacrificio di rito e tocc la fronte di Asdrubale
con la punta delle dita. Per superare questa giornata,
non  di una benedizione che ho bisogno, ma di fortuna
borbott. Poi, al centro schier la fanteria pesante costituita
da Liguri e i Galli li colloc su una collina di fronte alle
truppe del console Nerone. I due schieramenti erano divisi
da una profonda gola (la gola di Sant'Angelo) che impediva
un contatto diretto. Nerone riun il suo reparto di lite dietro
un'altura; sul crinale, in posizione ben visibile, schier
invece i reparti alleati e ordin loro di gridare e fare un gran
baccano.
Asdrubale condusse i suoi veterani liguri e iberici nell'unico
punto in cui la gola poteva essere attraversata e attacc le
legioni di Livio Salinatore. Nella prima fase della battaglia, i
suoi esperti guerrieri, che combattevano con estrema ferocia,
ebbero la meglio. In quel punto il grosso della fanteria e della
cavalleria romana era impegnato a respingere la furia delle
truppe ispaniche, dei veterani che da tempo erano abituati
al modo di combattere dei Romani, dei bellicosi e fieri liguri.
Sullo stesso fronte giunsero gli elefanti, che con la carica
iniziale avevano gettato nel caos le prime linee e costretto i
Romani a retrocedere. Ma quando le urla e il fragore della
battaglia aumentarono, gli elefanti divennero incontrollabili
e cominciarono a vagare tra i due schieramenti come se non
sapessero bene a chi appartenevano, simili a navi alla deriva
perch senza timone(3). Quando gli elefanti rifiutarono di
ubbidire ai loro conducenti, questi ultimi non poterono fare
a meno di ucciderli.
Pesantemente impegnato nella lotta, Asdrubale non si
accorse che un altro esercito stava dirigendosi lateralmente
verso di lui. Il console Claudio Nerone, non potendo attraversare
il profondo burrone, aveva infatti condotto la sua legione
dietro le basse alture e aveva accerchiato gli ispanici di
Asdrubale. Improvvisamente l'esercito cartaginese dovette
dunque fronteggiare due armate e gli uomini, che solo pochi
istanti prima erano stati certi della vittoria, si trovarono in
enorme difficolt. L'irruzione delle truppe di Claudio Nerone
aveva compresso gli ispanici; intanto gli arcieri romani
lanciavano nugoli su nugoli di frecce contro i ranghi serrati
del nemico, trafiggendo uomini e animali. I Cartaginesi fermarono
l'avanzata, cercarono di resistere, poi indietreggiarono.
Sovreccitati dalla rapidit con cui avevano avuto la meglio
su un nemico che fino a quel momento non era mai stato
sconfitto, i legionari si spinsero avanti e presero a scagliare
le loro lance leggere contro i guerrieri in fuga. Sempre pi
numerosi erano i Cartaginesi che crollavano come bambole
rotte, precipitando nel burrone, strisciando carponi per andare
a morire in pace sotto un cespuglio o contro una roccia.
Incalzato da ogni lato, Asdrubale non poteva far nulla
per fermare il disastro. Se un'espressione poteva essere
impassibile, priva di paura o di preoccupazione, persino di
speranza, lasciando trasparire solo determinazione o forse
rassegnazione, quella era l'espressione di Asdrubale mentre
osservava l'approssimarsi della fine. Era illeso, in groppa
al suo grande stallone, quando improvvisamente gli uomini
che gli stavano attorno videro il suo cavallo balzare in avanti.
Asdrubale lanci un urlo selvaggio e fracass la testa di
un centurione. Poi colp un cavaliere con tanta forza che la
spada rimase conficcata nel corpo della vittima. Alzando il
piede, con un calcio spinse via il morto per liberare l'arma,
ma altri Romani si accalcarono attorno a lui; allora fece voltare
il cavallo e alz la spada per respingere l'assalto. Riusc
soltanto a deviarlo prima che una spada gli si conficcasse
nel petto proprio mentre si sporgeva in avanti; sia Asdrubale
sia l'aggressore caddero uno aggrappato all'altro, a pochi
metri dal precipizio. Quando la sorte lo priv di qualsiasi
speranza di vittoria, Asdrubale consider come, in caso di
totale sconfitta, poteva affrontare il suo destino e morire in
un modo che non fosse indegno di lui... e quando la battaglia
fu perduta, Asdrubale si precipit contro una coorte romana
e cadde combattendo valorosamente, come ci si poteva
aspettare dal figlio di Amilcare e dal
fratello di Annibale(4).
Sulla sponda del Metauro e nella gola sottostante, centinaia
di avvoltoi volteggiavano nelle termiche pomeridiane, in attesa
di buttarsi e ingozzarsi con il macabro banchetto.
La battaglia del Metauro fu la pira funebre del sogno italiano
di Annibale. I rinforzi su cui aveva contato per concludere
brillantemente la campagna italiana, non esistevano
pi: Annibale era solo, senza nessuno su cui contare, con la
consapevolezza che avrebbe finito per essere sconfitto dalle
forze che si stavano coalizzando contro di lui. L'uomo il cui
piano era stato quello di mettere Roma in ginocchio stringendola
d'assedio, ora si ritrovava a sua volta accerchiato.
Come se non bastasse, la sua situazione era resa ancora pi
difficile da un semplice fatto: in Publio Cornelio Scipione i
Romani avevano trovato un generale che poteva competere
con lui.
La vittoria del Metauro fu importante perch segn un'inversione
dei ruoli. Da quel momento in poi, infatti, i Romani
passarono all'attacco. Nell'autunno del 204 avanti Cristo, Publio Scipione
sbarc nel porto di Utica, non lontano da Cartagine,
con trentamila soldati ben addestrati. Il generale di
Annibale, Annone, che si era battuto valorosamente a Canne, si
precipit ad affrontarlo con un piccolo contingente, ma fu
ucciso. Prima per che Scipione potesse avvantaggiarsi della
vittoria, un altro esercito cartaginese minacci le sue linee di
comunicazione ed egli decise di ritirarsi nell'accampamento
invernale. L'estate seguente si scontr di nuovo con Asdrubale
Gisgone. Il generale cartaginese, con cui si era gi battuto
a Ilipa, fu sconfitto nella battaglia di Bagbrades (203 avanti Cristo).
Tredici anni prima Annibale aveva minacciato Roma; ora
invece Scipione si trovava ad portas di Cartagine e i Romani
cominciarono a mettere a ferro e fuoco i territori che circondavano
la ben fortificata citt. Preso dal panico, il senato
cartaginese richiam Annibale. Per Scipione, che si teneva
costantemente al corrente delle mosse dell'avversario, non
fu affatto una sorpresa.
Il 23 giugno del 203 avanti Cristo, Annibale ordin che fossero
uccisi tutti i suoi cavalli e i suoi elefanti. Poi, con i quindicimila
uomini che ancora gli restavano, fece vela per Cartagine.
La sua leggendaria marcia, iniziata con la traversata
delle Alpi coperte di neve e che aveva messo in ginocchio
Roma, era infine giunta al termine. In definitiva, non aveva
risolto nulla n guadagnato nulla.
...
.
...
Roma non era affatto certa di poter vincere in terra d'Africa
una guerra che si protraesse a lungo e offr trattative di
pace. Invi dunque propri emissari a Cartagine, ma gli ambasciatori
romani, invece che al tavolo delle trattative, furono
condotti dritti dritti in prigione. Allora Scipione non attese
l'approvazione del senato e marci contro la citt alla testa
di un potente esercito. Annibale, salvaci! Tra Cartagine e
il disastro c'era soltanto il genio di Annibale. Ma ormai non
bastava pi. Il suo vittorioso esercito era cosa del passato:
non poteva pi contare sulla superiorit della sua cavalleria,
l'arma che a Canne si era rivelata decisiva. Annibale, che era
sbarcato con le sue truppe ad Adrumetum (Sousse) e sapeva
che lo scontro decisivo si sarebbe combattuto in Numidia,
marci dunque verso la citt di Zama (Zowareen) nel disperato
tentativo di prevenire quello che non si poteva pi
evitare. Il 19 aprile del 202 avanti Cristo, i due eserciti si scontrarono
alle porte di Zama, nella valle a est di Siliana. Sebbene numericamente
le loro forze fossero pi o meno pari, circa 35.000
uomini ciascuno, era la prima volta che Annibale comandava
un esercito raccogliticcio, composto prevalentemente di
reclute prive di addestramento, in gran parte schiavi liberati
purch andassero a combattere. Tutto dipendeva dagli elefanti.
Ne aveva un centinaio, pi di quanti ne avesse mai avuti,
tuttavia si trattava di animali mai usati in combattimento
e privi di adeguato addestramento. Ci nondimeno, se quei
giganteschi animali avessero scompaginato le linee romane,
e contando sui suoi 15.000 veterani liguri e gallici, avrebbe
impedito a Scipione di marciare su Cartagine.
Gi altre volte Annibale aveva vinto battaglie difficili, ma
contro generali mediocri; questa volta invece aveva di fronte
il miglior generale di Roma. I due comandanti sapevano che
il risultato della battaglia sarebbe dipeso interamente dalla
cavalleria, con la differenza per che in questa occasione i
Romani potevano contare sull'aiuto dell'ex alleato di
Annibale, l'impareggiabile numida Massinissa. Massinissa era
valoroso e cos pure i suoi cavalieri numidi. Pertanto Annibale mise a punto un piano che aveva qualche possibilit di
successo. Dipendendo sempre per le manovre tattiche dalla
cavalleria, sia leggera sia pesante, aveva troppo pochi cavalli
per usarli come force de frappe. Ordin dunque ai comandanti
della cavalleria cartaginese e dei cavalieri numidi che
gli erano rimasti fedeli di opporre soltanto una debole resistenza,
per poi fare dietrofront e darsi alla fuga. Questo
avrebbe allontanato la cavalleria romana di Lelio e Massinissa
dal campo di battaglia.
Attaccheremo prima che Scipione abbia preso posizione.
Aveva dunque ripiegato sulla vecchia tattica macedone
di una forza d'urto compatta: una falange della profondit
di sedici uomini, senza varchi nello schieramento e che non
dava segni di cedimento di fronte a una carica frontale della
cavalleria. Si era infatti visto che il muro di lance poteva incutere
pi timore a cavallo e cavaliere di quanto un attacco
della cavalleria a spade sguainate facesse paura ai fanti armati
di lancia. Tutto dipendeva ora dal comportamento dei suoi
elefanti: se avessero creato sufficiente panico tra i manipoli,
allora con i suoi liguri, gallici e africani avrebbe sfondato il
centro romano e riportato la vittoria.
Scipione era in condizione di vantaggio in fatto di formazioni
di cavalleria, e il suo piano di battaglia rispecchiava
fedelmente la tattica di accerchiamento attuata da Annibale
a Canne. Dobbiamo distruggere le sue ali, prima di attaccare
il suo centro! Ma innanzitutto dobbiamo fermare i suoi
elefanti. Scipione schier i suoi triarii al centro, ma dietro
i velites. Poi escogit il modo di rendere meno efficace la
prevista carica degli elefanti. Schier le tre linee di fanteria
per colonne invece che nella consueta formazione a scacchiera;
in questo modo ci sarebbero state delle vie di fuga
verso cui spingere gli elefanti quando avessero caricato. Il
che, a dire il vero, era tutt'altro che facile. Gli elefanti erano
infatti armi a doppio taglio; attaccavano s in linea retta, ma
se si riusciva a ferirli in modo sufficientemente grave da farli
imbizzarrire, allora le loro reazioni diventavano imprevedibili.
Molto dipendeva dunque dalla vulnerabilit della loro
spessa pelle e dall'abilit del conducente di guidarli senza
infastidirli. Per neutralizzare la carica degli elefanti, i velites
erano stati dotati di lunghi pali e di uncini con cui disarcionare
i conducenti, e inoltre di lame montate su picche con
cui ferire le loro parti pi vulnerabili come la proboscide e la
pelle pi delicata al disotto delle cosce. La cavalleria latina di
Lelio e quella numida di Massinissa furono schierate alle ali,
per impedire che fossero messe in fuga dagli elefanti.
Prima che scenda la notte, si sapr se sar Roma o Cartagine
a dettare legge ai popoli, non solo dell'Africa o dell'Italia,
poich sar il mondo intero il premio di questa vittoria
[...] Il terreno era coperto di mucchi di cadaveri [...] e quando
avevano superato gli ostacoli i due schieramenti caricavano
uno contro l'altro con la massima furia e ferocia [...] a
lungo la battaglia rimase incerta, con coraggio e ostinazione
gli uomini cadevano morti senza cedere di un passo(5).
Il sole sorse come una palla infuocata, promettendo una
torrida giornata africana. I suoi raggi facevano scintillare le
corazze d'acciaio, gli elmi di bronzo e le punte aguzze delle
lance. Attraverso la foschia mattutina, i due schieramenti si
osservavano attentamente. A un tratto un cavaliere cartaginese
cavalc verso Scipione.
Il nostro comandante ti chiede un colloquio, console.
Cos sia. Indic un punto posto a met tra i due schieramenti.
Su quella collina.
Senza scorta, i due grandi condottieri si incontrarono per la
prima volta faccia a faccia. Il giovane Scipione e il pi attempato
Annibale, il brillante giovane allievo e il vecchio maestro.
Gli di hanno voluto che io, che ho portato la guerra sul
territorio di Roma e tante volte ho avuto la vittoria a portata
di mano, sia venuto da te per chiederti la pace. Dopo tutti
i generali romani che ha incontrato e vinto, depone a tuo
onore l'aver ottenuto che Annibale abbia fatto questo passo.
Non dobbiamo perdere la volont di una calma riflessione.
Una pace sicura  preferibile a una vittoria incerta.
Scipione osservava il cartaginese senza mostrare alcuna
emozione; ma i suoi vivaci occhi azzurri lo sfidavano, mostrando
volont, coraggio e determinazione.
Il cartaginese continu: Io, Annibale, ti chiedo la pace.
Scipione rispose con il tono del padrone; le sue non furono
le parole di colui che  impegnato a negoziare, ma di chi
comanda.
Non sono stati i nostri padri a iniziare questa guerra,
non sono stati loro che hanno invaso la tua patria. Tu sei
un uomo d'onore, ma il tuo senato  infido. Parla di pace e
prepara la guerra. Conosco bene il potere del fato, cartaginese,
cos come so che in battaglia tutto  lasciato alla sorte.
Sia dunque cos. Siano gli di a decidere(6). Scipione aveva
rispettato l'antico principio secondo cui, in tempo di guerra,
non si tratta con il nemico.
Lentamente, entrambi fecero voltare i loro cavalli e tornarono
ai rispettivi schieramenti.
Annibale aveva perso l'occasione della sorpresa avendo
trovato l'esercito di Scipione gi schierato in scaglioni,
protetti da una sottile linea di arcieri. La fanteria pesante cartaginese
aveva assunto la sua formazione di battaglia, ma fino
a quel momento non c'erano stati scontri impegnativi, solo le
consuete scaramucce tra squadroni delle opposte cavallerie.
I pesanti scutarii di Annibale, riconoscibili per le loro tuniche
bianche orlate di porpora, erano ammassati al centro,
con i lunghi scudi ovali piantati a terra. Davanti a loro erano
stati concentrati tutti gli elefanti. Accompagnato dai suoi
generali, Annibale cavalc lungo lo schieramento, poi sal
su una piccola altura. Con voce stentorea che faceva dimenticare
la sua smilza figura, grid: Uomini di Cartagine, vi
siete coperti di eterna gloria in molte battaglie sul territorio
del nemico. Ora dovete fare la stessa cosa davanti alle porte
della vostra amata citt. Voi, e voi soli, siete i protettori di
Cartagine.  arrivato il momento di mostrare ai Romani le
nostre spade affilate. Un grande clamore accolse le parole
del capo carismatico.
Scipione studi lo schieramento nemico. Anch'egli stava
per rivolgersi alle sue truppe, cos da suscitare il loro entusiasmo
patriottico e aizzare l'odio contro il nemico. Poi accadde
qualcosa che sconvolse i suoi piani preparati con cura. Infiammato
dal discorso di Annibale, un piccolo gruppo di veterani
africani si fece avanti improvvisamente e si scontr con
un manipolo di bastati romani, e prima che fosse possibile
spegnerne le fiamme quel piccolo focolaio si era trasformato
in un gigantesco rogo. La battaglia era cominciata. I piani dei
due condottieri erano stati vanificati da una scintilla improvvisa
che aveva appiccato un incendio, un terribile incendio
che avrebbe sparso fiamme, sangue e morte su tutto il vasto
campo di battaglia.
Il sole era ormai insopportabilmente cocente quando decine
di migliaia di statue di acciaio si animarono e avanzarono
rapidamente l'una contro l'altra. Nulla poteva pi fermarle.
Il campo di battaglia divenne un gigantesco drappo
multicolore non appena ogni legione, reparto dopo reparto,
si fece avanti, brandendo gli scudi dipinti con vivaci colori,
i colori che identificavano le varie unit. Solo che non si trattava
di finzione: erano uomini in carne e ossa, pronti a scagliarsi
l'uno contro l'altro in un duello mortale. Chi cadeva
era perduto, travolto e calpestato sotto le ondate successive.
Attaccare con la cavalleria! Dalla falange laterale romana
si fecero avanti i cavalieri numidi di Massinissa, contro cui
si lanciarono immediatamente i cavalieri numidi che erano
rimasti fedeli ad Annibale. Tuttavia le truppe di Massinissa
sembrarono avere la meglio; forse i suoi uomini furono
leggermente pi veloci o forse semplicemente pi fortunati
nella scelta del terreno, e attaccarono lateralmente i Numidi
alleati dei Cartaginesi. Tra i fratelli nemici infuri una
breve battaglia. Tuttavia Massinissa non aveva soltanto la
superiorit numerica: i suoi uomini avevano perfezionato la
tecnica di combattimento nel corso delle numerose battaglie
combattute al fianco di Annibale, dalla Spagna a Canne, e
ora mettevano a frutto addestramento ed esperienza contro
il loro ex comandante. E infatti nel giro di pochi minuti avevano
disperso i cavalieri di Annibale e li avevano messi in
fuga. Ma invece di spingersi avanti e puntare verso le ali di
Annibale, Massinissa condusse la sua orda all'inseguimento
dei fratelli nemici e per il momento non prese pi parte al
combattimento in cui era impegnata la fanteria di Scipione.
Qualcosa di simile accadde lungo l'altra ala, dove la cavalleria
latina di Lelio combatt e insegu la cavalleria cartaginese,
lasciando Scipione senza i suoi preziosi cavalieri.
Al segnale di Annibale, il responsabile degli elefanti fece
avanzare i suoi giganteschi mostri grigi lanciandoli in una
carica inarrestabile. In precedenza si erano rivelati un'arma
pressoch imbattibile, ma ora i Romani avevano messo a
punto uno stratagemma: la loro falange si apriva per lasciarli
passare senza danno. Con lance e picche, i legionari spingevano
poi i pachidermi in quelle vie di fuga, mentre agili e
scattanti velites correvano a fianco degli elefanti, colpendoli
nelle proboscidi e nel ventre con speciali lance falcate. I
velites si lasciarono a tal punto coinvolgere nel loro gioco letale
che alcuni finirono vittime della loro stessa audacia; infatti
se un elefante si girava verso di loro e i velites non riuscivano
a togliersi abbastanza velocemente dalla sua strada, finivano
schiacciati come moscerini. Ma altri si facevano avanti
a prendere il loro posto e non appena la montagna grigia
li aveva superati la colpivano lanciando giavellotti. Tuttavia
sembrava che nulla riuscisse a fermare i pachidermi, e i colpi
di lancia servivano solo a farli infuriare ancora di pi. I loro
terribili barriti coprivano le grida di orrore, quando travolgevano
i Romani lasciandosi alle spalle una scia di morti e
moribondi.
Le spaventose montagne di carne erano seguite da vicino
dai veterani di Annibale, che avanzavano con passo cadenzato,
battendo i giavellotti contro gli scudi e soffiando nelle
trombe. A una ventina di metri dallo schieramento romano si
fermarono di colpo e attraverso alcuni varchi si fecero avanti
i lanciatori di giavellotto. Costoro scagliavano i loro giavellotti
contro il nemico, dopodich si ritiravano rapidamente
dietro la fanteria pesante, urlando a pi non posso. Con un
terribile fragore i due muri di scudi cozzarono l'uno contro
l'altro. Poi fu la volta dell'acciaio delle armature e dei nugoli
di frecce. Il drappo multicolore si framment in tante chiazze
di colori diversi. Nessuno riusciva a sfuggire a quell'inferno
di grida, di dolore e di sangue. Le grida dei feriti e il
suono acuto dei pifferi creavano un concerto terrificante, e
sotto la guida carismatica di Annibale la falange cartaginese,
motivata e decisa, attacc con grande compattezza e forza
d'urto. Erano pi feroci e assetati di sangue dei Romani e si
scagliarono contro gli bastati con furia sanguinaria. Le prime
file dello schieramento romano non ressero la pressione della
carica selvaggia degli elefanti, e furono travolte dai feroci
guerrieri gallici in un groviglio di carne, bronzo e acciaio.
I reparti di Scipione cominciarono a indietreggiare; il suo
centro cedette dall'interno: i suoi velites furono fatti a pezzi,
e il muro di scudi da dieci fu ridotto a cinque, poi a tre, infine
fu infranto. Ed erano sempre pi numerosi i Liguri e i Galli
che dilagavano attraverso i varchi per combattere corpo a
corpo con i suoi triarii. Grida di terrore si levarono da sacche
di velites terrorizzati.
Fu a quel punto che si decise il destino di Cartagine. Si
tratt di un episodio di poco conto, ma che si rivel decisivo.
Peraltro, nessuno fu poi in grado di descrivere con esattezza
come fossero andate le cose. Questo tuttavia era certo: un
veles eccezionalmente coraggioso e deciso riusc a conficcare
la sua lunga picca nelle parti molli di un elefante particolarmente
grande e aggressivo; il dolore fece s che l'animale si
impennasse sollevandosi sulle zampe posteriori e gettasse a
terra il suo conducente prima di fare dietrofront e ripercorrere
la strada gi percorsa. Il pachiderma doveva essere il
capobranco dal momento che, in men che non si dica, il suo
dietrofront fu imitato da una mezza dozzina di elefanti imbizzarriti,
che sollevando le proboscidi e agitando le grandi
orecchie si precipitarono contro le file dei Cartaginesi che
stavano avanzando, travolgendo i veterani di Annibale e
lasciandosi alle spalle una scia di corpi maciullati. I barriti
degli elefanti imbizzarriti furono come un segnale all'intero
branco, che ormai completamente fuori controllo si precipit
nella mischia. In quella spaventosa baraonda di enormi
zampe e di corpi maciullati, i combattenti gettarono le armi
per sfuggire ai pachidermi imbizzarriti. Un'immensa nuvola
di polvere offuscava quella scena infernale e le urla dei morenti
erano coperte dai barriti degli elefanti che caricavano
alla cieca. Non ci furono superstiti in grado di descrivere
quei terribili momenti; coloro che riuscirono a mettersi in
salvo ebbero la mente sconvolta da tanto orrore.
Sfruttando il caos in cui era piombata la falange nemica,
Scipione ordin immediatamente alle sue ultime riserve di
principes e bastati di attaccare il centro cartaginese. Gli hastati si ritrovarono allora disperatamente impegnati in un durissimo
combattimento corpo a corpo con i veterani di Annibale, che
impedirono loro di avanzare. Per qualche istante
la situazione fu incerta. Nonostante la pressione della terza
linea di triarii di Scipione, Annibale avrebbe ancora potuto
riportare la vittoria se si fosse trattato soltanto di un'azione
di fanteria. Ma questa non era Canne, e non c'era pi Magone,
fratello di Annibale, con la sua furiosa carica di Cartaginesi
e Numidi a far pendere l'ago della bilancia. Infatti,
lo stesso giorno in cui i cavalli di Annibale avevano dovuto
essere abbattuti in Sicilia, Magone era stato disarcionato ed
era morto. No, questa non era Canne, era Zama e i feroci
Numidi di Massinissa avevano cambiato schieramento.
Ma dov'era Massinissa? Dopo lo scontro iniziale, i cavalieri
di Annibale erano galoppati via inseguiti dai Numidi di
Massinissa finch gli uni e gli altri erano scomparsi. Scipione
cerc con angoscia la sua cavalleria. Non c'era tempo da perdere:
era indispensabile che Massinissa attaccasse la retroguardia
cartaginese. Un attacco concentrato della cavalleria
romana e numida avrebbe infatti sbaragliato Annibale molto
pi rapidamente di qualsiasi eroismo dei triarii romani. Cos,
mentre la sua fanteria non riusciva a sfondare contro i veterani
di Annibale e i Cartaginesi stavano per avere la meglio,
Scipione invi due messaggeri all'inseguimento di Massinissa
per intimargli di tornare rapidamente indietro.
Annibale prov stupore di fronte all'incredibile spirito di
sacrificio che animava i suoi uomini, spingendoli ad avanzare
in un patriottismo suicida. Avanzavano perch avevano fiducia
in lui. Sentiva che ce l'avrebbero fatta: avevano accelerato
il passo. Ora toccava nuovamente a Scipione essere in difficolt:
i veterani di Annibale avevano sfondato la sua linea e
cominciavano ad accerchiarlo. I Romani stavano per essere
travolti dai Cartaginesi che con furia cieca si precipitavano
contro il muro di scudi, quando il terreno rimbomb per il
tambureggiare di migliaia di zoccoli di cavalli in corsa; un
suono che parve irreale. Non appena si fu voltato, Annibale
fu colto da una furia selvaggia e disperata: quel vile Massinissa,
che lui stesso aveva addestrato, lo stava pugnalando
alle spalle...
Massinissa lanci i suoi numidi contro il muro di lance,
approntato in fretta e furia dai veterani cartaginesi colti di
sorpresa. Ma i cavalieri travolsero lance e uomini: nella mischia
furibonda la carneficina continu con rinnovata ferocia,
tanto che le vie di fuga furono ostruite da mucchi di
cadaveri. I Liguri erano schierati dietro, pronti ad affrontare
il massacro; ma ben presto furono accerchiati tanto strettamente
da non poter pi neppure usare le armi. I Numidi
erano loro addosso, infliggendo perdite spaventose, e i veterani
di Annibale furono fatti a pezzi nel punto in cui erano
schierati. Quegli stessi cavalieri che avevano annientato le
legioni romane a Canne, si erano ora schierati con Roma e a
Zama avevano dato il colpo di grazia agli ex alleati.
Annibale torn lentamente a Cartagine: Zama era la fine
di un lungo sogno.
Scipione, con la bocca contratta in una smorfia amara,
sedeva in groppa al suo cavallo. Pensava che il veder morire
coloro che a Canne avevano umiliato l'orgoglio romano lo
avrebbe rallegrato; e invece non riusciva a provare alcuna
gioia. Doveva fermare la carneficina e dare ai Cartaginesi la
possibilit di una resa onorevole. Per la sua mentalit aristocratica,
non c'era dignit nell'uccidere un nemico che
non aveva pi la possibilit di difendersi. I feriti dovevano
essere assistiti, c'erano membra da amputare e ferite da cauterizzare;
coloro che erano in condizioni tali da non avere
speranza di salvezza, dovevano essere uccisi perch le loro
inutili sofferenze avessero fine; i cavalli scossi dovevano essere
radunati e bisognava fare la conta dei morti. Migliaia di
corpi giacevano sulla sabbia di Zama, aggrovigliati, braccia e
gambe grottescamente contorte, occhi senza luce spalancati
nella fissit della morte. I corvi volteggiavano da un cadavere
all'altro. Da parte romana i morti furono millecinquecento,
i caduti cartaginesi oltre ventimila(7).
I vincitori reagirono in modi diversi. Alcuni erano sufficientemente
inferociti da uccidere tutti i feriti che capitavano
loro a tiro; altri si limitavano a osservare la carneficina
nauseati e increduli. Come Annibale, Scipione salt sul cavallo
e si allontan. Era un romano, non un barbaro assetato
di sangue. Il suo ultimo pensiero fu per i morti. Costruite
una pira funebre e bruciate i loro corpi.
I Cartaginesi? Cosa dobbiamo fare di loro?
Hanno combattuto altrettanto eroicamente. Nella morte,
non c' differenza.
Scipione aveva rischiato molto. Annibale aveva perso, ma
era andato molto vicino alla vittoria. Un solo episodio fece la
differenza. In definitiva, il vecchio maestro aveva compiuto
un ultimo capolavoro impartendo una lezione di tattica al
suo giovane avversario. Cercare di attirare i Numidi lontano
dal campo di battaglia con una finta ritirata era stato un vero
colpo di genio. E il piano era stato sul punto di avere successo.
Infatti, senza l'intervento in extremis di Massinissa,
lo scontro sarebbe stato favorevole ad Annibale. A lungo
termine, la battaglia quasi vinta salv la citt e convinse i
Romani a cercare la pace. Come Annibale non se l'era sentita
di prendere d'assalto Roma, cos Scipione non cerc di
stringere d'assedio la ben fortificata Cartagine, e fu stipulata
una fragile pace.
Nonostante l'opposizione del clan rivale della famiglia
Annone, il popolo di Cartagine volle Annibale a capo del
governo cittadino. E negli anni successivi, questo onesto cartaginese
cerc invano di eliminare la corruzione e l'ingiustizia che
minavano la sua citt. Non cedette, neppure quando
fu vilipeso dai suoi nemici. Ma la sua fine giunse come era
stato predetto dall'oracolo, quando la plebaglia si scagli
contro gli uomini giusti e onesti, e condusse i propri profeti
all'altare del sacrificio. Quello che le armi romane non avevano
potuto ottenere, fu compiuto dai suoi invidiosi rivali.
Furono i Cartaginesi a tradire Annibale. Perfida Cartagine!
Il suo senato si accord con Roma per consegnarlo al nemico
di sempre, sperando cos di salvare i propri interessi.
Per sfuggire a una tale ignominia, Annibale abbandon
dunque Cartagine a bordo di una nave e i Romani gli diedero
la caccia per tutto il Medio Oriente fino in Anatolia, dove
aveva ottenuto la protezione del re della Bitinia, Prusia(8).
Peraltro, la protezione non gli era stata concessa gratuitamente,
infatti la Bitinia era in guerra con la rivale Pergamo
per il controllo degli stretti che mettono il Mediterraneo in
comunicazione con il Mar Nero. Annibale ebbe ancora un
ruolo di primo piano nella vittoria navale di Prusia, quando
fece riempire di vipere delle giare di argilla che furono poi
scagliate sulle navi nemiche.
Quanto al suo rivale, Scipione l'Africano fu impegnato nei
preparativi della battaglia quando Roma invi un esercito
contro Antioco III, re dei seleucidi di Siria. All'inizio del
191 avanti Cristo, Scipione attravers l'Ellesponto e invase la Siria. Tuttavia,
prima che fosse giunto il momento di dare battaglia, si
ammal e dovette cedere il comando a Cneo Domizio (Magnesia,
190 avanti Cristo). La strategia che port alla vittoria fu interamente
di Scipione, ma tutto l'onore and a Domizio. Peraltro,
questa guerra sarebbe forse stata dimenticata se non
fosse accaduto un episodio emblematico: Annibale Barca e
Publio Cornelio Scipione l'Africano Maggiore si incontrarono
un'ultima volta. Gli storici dell'epoca hanno tramandato
il loro incontro, che sarebbe avvenuto a Efeso nel 192 avanti Cristo
Scipione l'Africano: Chi consideri il pi grande genio
militare?.
Annibale: Alessandro di Macedonia.
E dopo di lui?
Pirro, re dell'Epiro.
Chi metteresti al terzo posto?
Senza pensarci due volte, Annibale rispose: Me stesso!
Quand'ero ancora poco pi che un ragazzo, ho conquistato
l'Iberia; dopo Eracle sono stato il primo ad attraversare le
Alpi. Poi sono penetrato in Italia e nessuno di voi ha avuto il
coraggio di affrontarmi mentre bruciavo quattrocento delle
vostre citt e minacciavo la stessa Roma; e tutto senza alcun
aiuto da parte di Cartagine(9).
Scipione riflett un istante.
Ma che posizione ti attribuiresti se non ti avessi sconftto
a Zama?
Be', in quel caso mi sarei ritenuto superiore ad Alessandro.
Scipione, ormai chiamato Africano Maggiore, torn a
Roma; indebolito dall'et e dalla malattia, l'attempato condottiero
non serviva pi. In senato, i nemici lo accusarono di
malversazione. Si trattava di accuse false, ma l'umiliazione e
il risentimento per il vergognoso tradimento dei suoi concittadini
lo portarono a un volontario esilio. Il ricordo di lui e
delle sue imprese venne cancellato, e persino le testimonianze
della sua vittoria di Zama.
Scipione  stato cacciato. Questo ti rallegra? aveva chiesto
il re di Bitinia ad Annibale, per sapere che cosa provasse
nei confronti di colui che lo aveva sconftto.
Perch dovrei rallegrarmi?  l'unico romano verso cui
nutro rispetto.
Come sei strano, Annibale. Sembra che per avere il tuo
rispetto, sia necessario sconfggerti.
Nel 183 avanti Cristo, Roma chiuse definitivamente la partita con
Annibale. Con un accordo segreto, il console romano Flaminino
promise a Prusia l'aiuto militare delle legioni romane
nella guerra che continuava a vedere coinvolta la Bitinia
contro Pergamo; ma il prezzo era niente meno che la testa
di Annibale.
 mio ospite, e la vita di un ospite  sacra rispose Prusia.
E l'aiuto che ci hai chiesto?
Si  dunque arrivati a questo! Io, il pi potente dei re,
devo chiedere un favore a una persona qualsiasi.
Flaminino parve adirato. Io non sono una persona qualsiasi;
sono un console di Roma!
L'astuto Prusia fece subito marcia indietro.
Allora sia cos. Proibir ad Annibale di oltrepassare i
confini del mio regno.
O re, tu concedi qualcosa che Roma ha gi ottenuto con
la forza delle armi. No, il senato si aspetta che gli dimostri
che in mente hai qualcosa di pi del tuo interesse. Vuole
Annibale.
E quale prezzo  disposto a pagare per averlo? La mia
gente ama Annibale e se io lo tradissi, potrebbe tradirmi a
sua volta.
Il giorno in cui mi sar consegnato Annibale, Roma pagher
il suo debito.
Perfida Roma: nella battaglia di Magnesia, la cavalleria di
Pergamo era stata vitale nello sconfiggere re Antioco di Siria;
ma ora era pronta a tradire un alleato per la testa di un solo
uomo. E cos fu. Non appena la realpolitik ebbe la meglio
sull'onore, il fato di Annibale fu segnato.
Il mattino seguente, al risveglio il cartaginese scopr che
la sua residenza di Libyssa (Brousse) era stata circondata dai
soldati, che tutte le uscite erano bloccate e che il suo ospite
era pronto a consegnarlo a un console romano. Annibale,
torturato dall'incertezza e pi vecchio dei suoi sessantaquattro
anni, era ormai arrivato al termine della leggendaria
marcia. Tuttavia in quegli ultimi istanti c'era qualcosa di
magnifico nell'uomo che per tanti anni aveva sfidato la superpotenza
del mondo antico. Il grande Annibale sembrava
innalzarsi al di sopra della tomba nel momento stesso in cui
si preparava a scendervi. Vide i fantasmi che lo attendevano:
il padre annegato, i fratelli uccisi in battaglia. Morire di morte
violenta era il destino dei Barca. E adesso toccava a lui.
Voi, di della vendetta, siate testimoni dell'assassinio di
un ospite, e vogliate vendicare la morte di un uomo indifeso.
Sia maledetto il re della Bitinia che ha tradito il suo ospite. E
la rovina possa abbattersi su Roma.
Il giovane centurione romano, che era stato mandato a
prenderlo, provava un reverente timore di fronte al pi grande
nemico che il suo paese avesse mai dovuto fronteggiare.
Grande Annibale, non morire con una maledizione sulle
labbra. Vattene in pace.
Pace, figlio mio? Non ho mai conosciuto la pace. Non
posso farci nulla, ma finch vivr non verr meno al giuramento
fatto da bambino. Tutto per sembra appartenere al
passato: l'erba  cresciuta sui nostri campi di battaglia, una
nuova generazione ha preso il nostro posto, e ben presto
sar tutto dimenticato. I nostri nomi saranno come polvere
dispersa dal vento. Non avrebbe potuto sbagliarsi pi
completamente. Nei millenni seguenti, il nome di Annibale
sarebbe diventato sinonimo di gloria e grandezza, simbolo
eterno di coraggio e genialit.
Nulla fu mai pi audace del suo atteggiamento, nulla pi
sprezzante dell'espressione del suo viso nel momento in cui
si port alle labbra la coppa con il veleno e la bevve. Darsi
volontariamente la morte fu l'ultimo gesto di sfida
nell'avversit, l'ultimo gesto di verit davanti a se stesso e alla storia.
Quando gli fu comunicata la notizia, Scipione l'Africano
alz gli occhi al cielo, esclamando: Piango l'uomo, non il
cartaginese.
Il popolo di Roma e di Cartagine rese omaggio all'immenso
coraggio di Annibale; la sua bara fu portata a Eraclea da
un distaccamento di soldati romani e deposta con grandi
onori in una tomba di marmo, sulla riva del Pontus Euxinus
(il Mar Nero).
Le parole di Scipione furono incise sulla tomba del grande
cartaginese.
Ingrata patria! Non avrai neanche le mie ossa!
La sua stele rimase inviolata per oltre mille anni, prima
che i turchi la distruggessero durante un attacco.
 una delle grandi ironie della sorte che due illustri personaggi,
veri giganti che a buon diritto possono essere annoverati
tra i pi geniali condottieri che la storia abbia mai
conosciuto, abbiano condiviso un destino quasi uguale. Scipione,
portato in trionfo, osannato da migliaia e migliaia di
Romani come salvatore della patria, decorato nel foro con
l'alloro della vittoria e insignito del titolo onorifico di Africano
Maggiore, era ormai un reietto, che trascorse i suoi
ultimi anni in solitudine nelle sue tenute di Napoli.
Il romano sopravvisse al rivale cartaginese di soli tre mesi.
Come Annibale, Publio Cornelio Scipione Africano Maggiore
mor solo. Voglio essere ricordato per quello che sono
stato, e per ci per cui ho combattuto; nulla di pi e nulla
di meno.
La storia avrebbe esaudito il suo ultimo desiderio. Quanto
a Cartagine, la perfidia non la salv. La citt cess infatti
di esistere trentasette anni dopo la morte di Annibale, e la
sua fine fu tanto rapida quanto brutale. L'odio prevalse. Catone,
capo della maggioranza conservatrice del senato, non
cessava infatti di infiammare l'opinione pubblica ripetendo
continuamente la sua celebre affermazione: Ceterum censeo
Carthaginem esse delendam... per il resto ritengo che Cartagine
debba essere distrutta.
Se avesse prevalso la saggia posizione di Annibale su
quella del debole e corrotto senato cartaginese, forse la citt
avrebbe evitato la fine brutale; purtroppo per erano ormai
lontani i giorni in cui un carismatico Annibale poteva indurre
i suoi concittadini a lottare per la salvezza della patria. La
paura e la debolezza della classe dirigente e dei suoi ricchi
mercanti erano ormai impietosamente venute allo scoperto.
Roma chiese che la popolazione di Cartagine si spostasse
nell'entroterra e la citt venisse abbandonata, un ultimatum
lanciato da colui che pi di ogni altro odiava Cartagine, il
senatore Marco Porcio Catone. Il nipote adottivo di Scipione
l'Africano, Publio Scipione Emiliano, attravers quindi il
Mediterraneo per assediare Cartagine. Per settimane la citt
rimase tagliata fuori dal resto del mondo dall'accerchiamento
delle legioni romane; fame e malattie mietevano vittime
su vittime, i nove decimi della sua popolazione erano morti
e i superstiti non avevano altra prospettiva che trovare la
morte per opera di una spada romana. Nel 147 avanti Cristo, la sera
che precedette l'attacco finale, Scipione Emiliano radun il
suo esercito e pronunci la devotio, invocando le potenze
infernali a punire i nemici di Roma.
Disperdeteli per sempre, seminate terrore e angoscia
nella citt di Cartagine e nel suo esercito che ora chiamo con
il suo vero nome. Coloro che portano le armi e lanciano le
loro frecce contro le nostre legioni e il nostro esercito, fateli
scomparire e portate via la luce da questo esercito, da questi
nemici, dagli uomini delle citt, dai campi e da tutti gli
abitanti di queste regioni(10). Dopo quasi settant'anni dalla
sconfitta di Canne, i vendicatori dell'onore romano erano
pronti, con gli occhi pieni d'odio.
Era mezzogiorno e la citt era immota e senza ombra
quando l'esercito romano sal sulle mura e fece irruzione per
le sue vie seminando morte. Nell'ultima fase dell'assedio,
Scipione Emiliano aveva cercato di mostrare almeno parte della
nobilt d'animo del suo omonimo, Scipione l'Africano, ma il
senato aveva dato ordini tassativi che prevedevano la distruzione
completa della citt. I Romani trasformarono dunque
la bianca perla del Mediterraneo in una citt fantasma, senza
vita e desolata, dove soltanto cumuli di macerie indicavano i
luoghi in cui erano sorte le case dei ricchi mercanti. E sotto
quei patetici mucchi di pietre e travi giacevano coloro che ne
erano stati i proprietari, quelle stesse persone che avevano
tradito Annibale. Per diciassette giorni la citt bruci, poi
i legionari romani sparsero sale sulle macerie per rendere
sterile il terreno. N prima n dopo, anche comprendendo
la devastazione causata dalle due bombe atomiche, mai ci
fu distruzione di una grande citt che si avvicini a quanto
accadde a Cartagine. La citt scomparve nel nulla, come se
non fosse mai esistita.
Tocc alla sagacia geopolitica di Giulio Cesare rendersi
conto dell'importanza strategica e commerciale della sua collocazione.
Nel 46 avanti Cristo furono dunque gettate le fondamenta
di una Nuova Cartagine: colonnati e anfiteatri romani sostituirono
i templi di Baal e la lingua parlata fu il latino. Dopo
l'assassinio di Cesare, Ottaviano complet l'opera dello zio,
e divenuto imperator Augustus impose la sua Pax Romana
sul mondo antico, una pace ormai possibile anche grazie
alla scomparsa di quella che era stata la pi grande rivale di
Roma sul Mediterraneo.
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A decidere chi avrebbe avuto l'egemonia sul mondo antico
furono due battaglie.
Dapprima ci fu Canne, voluta da un solo uomo, pianificata
e condotta da un solo uomo e vinta da un solo uomo. Forse
si tratt del pi brillante esempio di una vittoria che non dipese
dal caso o dalla stupidit. A Canne, le truppe migliori di
Annibale attaccarono quelle peggiori del suo nemico, mentre
i veterani romani di Terenzio Varrone, schierati al centro, furono
bloccati dagli alleati di Cartagine. Canne fu la classica
operazione di annientamento. Eppure la battaglia di Canne
non decise nulla. Al contrario, Zama decise tutto, diventando
il perno della storia. Fu la Waterloo di Annibale, il risultato
dello shock causato dal grido: Hannibal ad portas!. Scosse
una Roma troppo sicura di s e la port alla sua finale
grandezza. Quando tutto sembrava perduto, la fenice romana
risorse cos dalle sue ceneri, mettendo in piedi una possente
macchina bellica e usandola per conquistare il mondo.
Fino alla fine, la politica e i suoi rapporti con il potere cartaginese
furono parte integrante della strategia di Annibale,
ma l'analisi delle sue campagne a opera dei suoi contemporanei,
per lo pi romani e greci, si focalizz interamente
sugli aspetti strettamente militari. Su Roma, l'impatto delle
sue campagne era stato cos forte che la sconfitta finale non
sminu affatto la sua grandezza. I generali romani continuarono
a studiare le sue campagne e a considerarle l'esempio
pi alto di arte militare; cercarono di scoprire i segreti delle
intuizioni strategiche e delle mosse del cartaginese, non di
comprendere quanto aveva fatto ma di prepararsi in vista
delle future guerre.
La grandezza di Annibale sta nella sua straordinaria capacit
di superare ostacoli impossibili. Sforzandosi di entrare
nella mente dell'avversario, si serv della deduzione per
pianificare le proprie azioni. Era pronto ad assumersi rischi
terribili, ma sapeva anche limitare la sua ambizione. Il suo
pragmatismo operativo non si basava su metodi standardizzati
o predeterminati, ma sullo sfruttamento di ogni possibile
opportunit. La sua consumata abilit tattica e strategica nel
fronteggiare la pi dinamica e militarmente efficiente potenza
del mondo antico, anche in presenza di situazioni a
lui molto sfavorevoli, gli valse di essere annoverato tra i pi
grandi generali di tutti i tempi.
Nel corso della battaglia di Zama, Scipione l'Africano us
tutta la sua immaginazione per cercare di intuire la strategia
dell'avversario prima di impegnare le sue truppe nello scontro
decisivo. Ma anche cos le cose sarebbero potute andare
diversamente se non fosse stato per un elefante che si mosse
nella direzione sbagliata. La fortuna sta sempre dalla parte
del vincitore. Per i Cartaginesi si trattava di lottare per la
propria sopravvivenza, per i Romani di acquisire la supremazia
sul mondo intero(11).
Prima del Metauro, Roma era una potenza militare italica,
dopo Zama divenne la superpotenza dell'antichit.
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Note.
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1. Una tecnica impiegata, due millenni dopo, durante i bombardamenti notturni su Dresda e Amburgo. L'incendio di Dresda del 1945 fece pi vittime delle due bombe atomiche.
2. Polibio, Storie (14, 1-6).
3. Tito Livio, Ab Urbe condita - Storia di Roma (27, 48).
4. Polibio, Storie (11, 2).
5. bid. (15, 14).
6. M. Jelusich, Hannibal, Vienna 1934 (ispirato a Tito Livio).
7. Polibio, Storie (15, 14).
8. Il regno di Bitinia era situato tra il Mar Nero e il Mar di Mannara.
9. A. Muller, Gesprache tur Weltgeschichte, Stuttgart 1965.
10. Devotio deriva da devotare, che significa maledire. Episodio riportato da Macrobio, scrittore latino di origine greca, che fu anche proconsole d'Africa, nella sua opera Saturnalia (3, 9).
11. Ibid. (15, 9).
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FINE Parte 1.